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lunedì 8 maggio 2023

U.F.O.

Classica serata di gennaio, temperatura alquanto rigida che sfiorava lo zero, alberi scossi da un gelido vento di tramontana, nuvoloni immensi che coprivano perennemente una pallida luna che a sua volta metteva in risalto i loro contorni, in lontananza temibili saette colpivano le mie pupille, mentre i miei timpani venivano messi alla prova da boati assordanti che promettevano niente di buono. La strada era pressoché deserta, vuoi per l'ora di cena, vuoi per il clima e vuoi anche per la zona in cui mi trovavo. A quel tempo abitavo a Crawley, nell'estrema periferia a sud di Londra, sulla strada che conduce a Brighton. Ritornavo da una riunione di lavoro a Londra, svoltasi al Gloucester Hotel. Stavo percorrendo un tratto di strada completamente buio quando nel prendere una curva a destra sentii il motore della mia macchina dapprima singhiozzare, poi fermarsi completamente, le luci si spensero, rimasi nel buio della notte in un tratto in cui la strada era accompagnata ai lati da una serie di rovi abbastanza alti. E proprio al di là di questi rovi notai improvvisamente venire una luce molto intensa, di un colore bianco candido. Pensavo di chiedere aiuto agli abitanti di quella casa per far ripartire la mia auto, così mi diressi verso quei rovi. Al posto di una casa mi trovai di fronte ad un grosso aggeggio di metallo mai visto prima, a forma ovoidale, di colore grigio metallizzato che poggiava su tre piedi, lunghi all'incirca un metro, sembrava un grosso pallone da rugby con due luci molto potenti sulle punte laterali. Pensai subito ad un elicottero che stava atterrando, ma scartai subito l'idea dal momento che non vidi le pale dell'elica ma soprattutto non si udiva il rombo del motore. Dopo un attimo di smarrimento mi venne da pensare ad un qualcosa di soprannaturale, ma non ebbi il tempo di andare oltre col mio pensiero che notai aprirsi una porta dalla quale fuoriusciva una luce abbagliante, di un bianco candido. Un potente fascio di luce colpì il mio corpo, e da quel momento non riuscii più a muovermi nè a parlare, ero come paralizzato, potevo solo osservare. Cominciai ad avere paura. Non saprei dire con esattezza se la paralisi della quale fui vittima fosse provocata da loro o fosse mera paura.
Dalla porta una scaletta si allungò fino a terra, e dopo pochi attimi ne scesero due individui che a definirli orrendi era dire poco. Corpo sottile, lunghe braccia, testa alquanto sproporzionata, ma quello che mi colpì furono i loro occhi, senza pupille e di un colore rosso scarlatto, che giravano intorno alla testa a 360. Cominciarono a dirigersi lentamente verso di me, puntandomi un faro che avevano sulle loro teste, simile a quelli dei minatori. Furono attimi di terrore, poi pian piano cominciai a calmarmi, dal momento che ebbi l'impressione che non avessero intenzioni bellicose e fossero fortunatamente innocui. Giunti a pochi centimetri da me cominciarono a scambiarsi dei bip, probabilmente stavano comunicando fra loro in un linguaggio che non mi era dato conoscere. Io fissavo i loro occhi inespressivi e quelle enormi teste che fuoriuscivano da una tuta color verde bottiglia, non avevano armi o qualcosa che potesse sembrare uno strumento bellico, e questo mi tranquillizzò non poco. Terminato il loro colloquio a furia di bip bip si posizionarono uno davanti e uno dietro di me e mi costrinsero a seguirli verso la scaletta che portava all'interno di quella che ormai avevo capito essere un'astronave, il fascio di luce che mi colpiva e che probabilmente era la causa della mia paralisi si interruppe e quindi potevo camminare di nuovo. La paura mi assalì nuovamente. Ora mi rapiscono - pensai - chissà in quale pianeta mi porteranno, che ne sarà della mia famiglia? L'interno dellastronave era illuminata a giorno, alle pareti una miriade di monitor e di luci che si accendevano e spegnevano in continuazione. Adagiati su delle poltrone di fronte ad una specie di cruscotto con centinaia di altre luci c'erano altri tre omini intenti a dialogare a suon di bip bip, mentre i miei due angeli custodi mi accompagnarono verso il lato opposto della sala in direzione di un tavolo simile a quelli che avevo visto nelle sale operatorie durante i miei non pochi interventi chirurgici. In quel preciso momento avevo il cuore in gola. Adesso mi sezionano, mi getteranno nel prato e ritorneranno nella loro galassia, pensai mentre dei lacrimoni iniziavano a scendermi sulle guance pallide. A quel punto feci l'unica cosa obiettiva da fare, chiusi vigliaccamente gli occhi. Ero in balia dei loro bip bip, mi aspettavo da un momento all'altro il colpo fatale, anzi speravo venisse al più presto così sarebbe finita questa massacrante agonia. Ci furono alcuni secondi di silenzio dopo i quali sentii alcuni colpi sulla spalla destra. Uno, due, tre colpi, poi al posto dei bip una voce: John, John, alzati, sono le sette, devi andare al lavoro. Aprii gli occhi, ero nella mia camera da letto. Feci un salto acrobatico e raggiunsi mia moglie che nel frattempo era tornata in cucina a preparare la colazione. La baciai e l'abbracciai fortemente. Come mai? mi chiese sorpresa. Niente, amore. Sono felice.

venerdì 5 maggio 2023

Disfunzione erettile

Il mio lavoro di informatore medico scientifico mi ha portato negli anni a trattare farmaci per diversi tipi di patologie, come antibiotici, induttori del sonno, ansiolitici, antidepressivi e quant’altro. Negli anni ’90 l’azienda farmaceutica per cui lavoravo mise a punto un farmaco che risollevò il morale e le speranze ad una gran parte del genere umano, vale a dire noi maschietti, il Caverject. Era un farmaco prettamente per la popolazione maschile, in quanto aveva come indicazione la “disfunzione erettile”, cioè l’incapacità dell’uomo di ottenere e/o mantenere una sufficiente erezione del pene per un rapporto sessuale completo. Era un farmaco rivoluzionario che fece tornare il sorriso a molte persone, sia uomini che donne, aveva però un difetto, si doveva iniettare tramite una puntura sul pene. Molte persone quando sentivano parlare di una puntura “lì” facevano una smorfia di dolore e si toccavano le parti basse facendo capire che non l’avrebbero mai fatta, altre invece non davano importanza alla cosa ed erano ansiosi di provare questo farmaco da sogno. Nei mesi prima della immissione in commercio del Caverject ci fu uno sfruttamento mostruoso di questo farmaco da parte degli urologi e andrologi. Il farmaco originale si chiamava Prostin VR ed era indicato per tutt’altra patologia e con una fiala questi specialisti erano in grado di preparare circa venti dosi di caverject che poi iniettavano personalmente a chi ne faceva richiesta, potete quindi immaginare quanto veniva a costare un rapporto sessuale con la propria partner. Mi capitò di assistere ad una scena comicissima in uno studio medico di Civitavecchia. Ero in attesa di essere ricevuto da un urologo per parlare di Caverject quando all’improvviso si aprì la porta ed il paziente cominciò a correre fuori come un forsennato scendendo le scale a tre a tre, pensai che fosse successo qualcosa tra lui e il medico ed ebbi un po’ di timore ad entrare, ma una volta entrato l’urologo mi spiegò tutto con il sorriso sulle labbra. Aveva appena iniettato sul pene di quel signore una dose di Caverject, e siccome l’efficacia del farmaco iniziava dopo circa cinque-dieci minuti e abitando il paziente un pochino distante dallo studio medico, correva come un centometrista per arrivare a casa e iniziare un rapporto sessuale con la propria moglie. Un altro aneddoto riferitomi da un medico fu di quel signore che aveva un appuntamento con la sua amante alle 15.30 e pensò bene di farsi fare una puntura di Caverject cinque minuti prima per trovarsi pronto al suo arrivo. Sfortuna volle che la signora ebbe un imprevisto con la sua macchina e telefonò all’ amico per dirgli che non sarebbe andata. Questi disperato chiamò telefonicamente il medico dicendogli:<< Dottore, lei mi fatto una puntura di Caverject e la mia amica non può più venire, che devo fare ora?>> Il medico ridendo gli rispose: << Sbattilo al muro!>> Poi seriamente gli disse che non sarebbe successo niente se non che aveva sprecato un fiala del farmaco e doveva arrangiarsi da solo se avesse voluto. Per non parlare poi della moltitudine di medici che mi facevano richiesta di campioni di questo farmaco aggiungendo immediatamente “guarda che non è per me, ho un amico che ha di questi problemi”. Da quel momento ho scoperto che una quantità considerevole di amici dei medici avevano problemi di erezione!!!!!!!!!! Ah…l’amicizia!

sabato 13 marzo 2021

Il prossimo

Andare ad un funerale non è mai una cosa piacevole, specialmente quando “l’attore principale” è un tuo familiare, la tua età non è più tanto verde e la salute comincia a fare le bizze. È la classica occasione nella quale si ritrovano tutti insieme, parenti ed amici che nella vita quotidiana sono lontani dai nostri occhi e dalle nostre abitudini quotidiane. Arrivi mestamente sul sagrato della chiesa e inizi a guardarti intorno per cercare di incrociare magari lo sguardo di qualcuno dei tempi lontani. Saluti la lontana zia che vedevi già vecchia da ragazzino e che pensavi fosse morta, osservi con scrupolosa attenzione un signore dalla faccia familiare ma che fai fatica a dargli un nome, la barba bianca ed il bastone su cui si appoggia lo invecchiano molto più dei suoi anni, così come la sua mano tremolante che denota un Alzheimer notevolmente avanzato. Continui a girare per il sagrato parlando e salutando quel parente o quell’amico e ti rendi conto che col passare del tempo quel “tutti insieme” si assottiglia sempre più, ad ogni occasione del genere ti accorgi dell’assenza di qualcuno col quale magari avevi scambiato qualche parola nell’occasione precedente e che ora hai saputo essere venuto a mancare nei giorni passati. Vieni anche a sapere che quel signore con la barba bianca e l’Alzheimer è un tuo cugino che da ragazzo accompagnavi nelle sue immersioni subacquee; torni allora indietro per osservarlo meglio e salutarlo. Nel frattempo è arrivato il feretro e ti porti all’interno della Chiesa, rimani in disparte in fondo alla navata, osservando in religioso silenzio lo svolgersi della cerimonia funebre, fino a quando, terminata la stessa ed usciti dalla chiesa, ci si ritrova sul sagrato a salutare per l’ultima volta la salma che lentamente viene deposta nel carro per l’ultimo viaggio e che accompagni con lo sguardo fino alla prima curva. Ancora uno scambio di saluti con gli ultimi parenti rimasti e ti avvii mestamente verso casa, pensando a quando sarà il prossimo incontro, se sarai tu a salutare uno ad uno i tuoi parenti.... o se tutti insieme saranno loro a salutare te. Chissà!

domenica 30 settembre 2018

Un velo di tristezza

Ore 1.00. Ormai è diventata una piacevole quanto gustosa abitudine terminare le serate danzanti dei sabato sera alla pasticceria Babylon. Non c’è differenza alcuna se la sala da ballo sia questa o quella, lontana o vicina, le serate finiscono tutti insieme sempre lì, davanti a quel bancone dove fa bella mostra uno spettacolare assortimento di invitanti dolci. E anche questo sabato sera non ha fatto eccezione, ci siamo ritrovati in diverse coppie sedute sotto il gazebo del bar dopo aver unito gli unici tre tavoli ancora liberi. Un leggero freschetto ci ritempra dalle fatiche dei balli di qualche minuto prima. Aspettando il barista si parla della serata appena trascorsa, cazzeggiando tra di noi come si conviene ad un gruppo affiatato come il nostro. Guardandomi intorno mi rendo conto che la giovinezza ha trascurato inesorabilmente i nostri tavoli che sono gli unici over….anta, siamo circondati da ragazzi più o meno ventenni che probabilmente stanno iniziando la serata mentre noi siamo ai titoli di coda. Due ragazzi seduti ad un tavolo di fronte ai nostri attirano la mia attenzione, hanno in bocca due enormi sigari da far impallidire Che Guevara e Fidel Castro, sul tavolo una bottiglia di whisky da un litro e mezzo appena aperta, le loro braccia non presentano nemmeno un cm quadrato di pelle libero da tatuaggi. Fumano in silenzio, un acre odore caratteristico nell’aria fa pendant con i loro sguardi non proprio svegli. Sono giovanissimi, non avranno più di ventitré o ventiquattro anni. “Potrebbero essere nostri figli” mi dice salvatore mentre uno dei due riempie di nuovo i loro bicchieri. “Non è possibile –gli rispondo – perché a quest’ora avrebbero le gambe spezzate”. Il cameriere ci distrae piacevolmente prendendo le nostre ordinazione scrivendo con cura sul suo taccuino, i cornetti con la crema l’hanno fatta come sempre da padroni. Nel frattempo i due ragazzi ricevono visite, si siedono al loro tavolo tre ragazze, o meglio tre ragazzine, non avranno più di quindici o sedici anni, una di loro dopo averli salutati entra nel locale ritornando poco dopo con tre bicchieri che in un attimo vengono riempiti di whisky fino all’orlo da uno dei due ragazzi. Il loro abbigliamento è quantomeno stravagante, stivaletti (siamo ad agosto), calzoncini super corti “giro inguine”, trucco a quintali, capelli corti biondi una e coda di cavallo le altre due. Vengono offerte loro tre sigarette artigianali e dopo pochi secondi le nostre narici vengono nuovamente insultate da un odore acre identico al precedente. Il livello della bottiglia di whisky si abbassa costantemente, per i cinque ragazzi è sempre più difficile restare in equilibrio nelle loro sedie se non appoggiandosi tra di loro. “Nonostante la nostra età abbia superato abbondantemente gli …anta – mi dice Salvatore – io non la cambierei con quella di questi ragazzi”. “Ma tu sei sicuro che ci arriveranno alla nostra età?” gli rispondo prontamente con un velo di tristezza. (immagine presa dal web)

sabato 15 settembre 2018

Inizia la scuola

In questo periodo, giorno più giorno meno, stanno ricominciando le scuole in tutta Italia e sono giorni questi che mi riportano lontano nel tempo, per più di mezzo secolo. Nonostante ciò ricordo con nitidezza e dovizia di particolari quel meraviglioso periodo che è trascorso troppo in fretta e che purtroppo non tornerà più, lasciando in me ricordi indelebili, sia belli che brutti, i primi sicuramente in numero maggiore. Mi coglie un velo di tristezza misto ad una punta di invidia nel vedere in questi giorni studenti che con i loro zaini entrano nel fatidico portone delle scuole (come vorrei stare al loro posto!), e mi ritorna in mente la mia cara e pesante cartella che portavo con fierezza sul treno che dal mio paesello mi conduceva nella Capitale.. E che dire delle aule, delle palestre, del giardino della ricreazione che mi hanno accompagnato per molti anni scolastici, della statua della Madonna che campeggiava all’angolo del giardino e che era il classico nascondiglio degli studenti più grandi per fumare le prime sigarette lontano dallo sguardo dei professori, i quali naturalmente facevano finta di niente, in quanto non potevano assolutamente credere che fosse la Madonna a fumare visto l’immensa nuvola di fumo che Le usciva da dietro; per non parlare dei compagni di scuola che rivedevo volentieri ad ogni inizio anno scolastico, il bello della classe, il simpaticone, il secchione, altri un po’ meno come l’antipatico e il lecchino.
Si rivedono i professori ed anche qui la cernita è d’obbligo, quello buono e naturalmente bravo, quello stronzo che non spiegava bene, quello simpatico e quello preso di mira dai più irrequieti della classe. Ricordo anche le traumatiche paure delle interrogazioni e le mille scuse inventate per cercare, spesso invano, di evitarle, dall’impellente bisogno di andare al bagno alla classica morte improvvisa di un parente con relativo funerale ( ancora oggi a distanza di tanto tempo nelle riunioni conviviali tra vecchi compagni di scuola si ride per le morti, naturalmente inventate, di cinque (5!) nonni di un nostro compagno. Che periodi felici, spensierati, direi fantastici!! Se potessi gridare qualcosa con un megafono a tutti gli studenti di oggi direi loro di godersi questi anni, questi giorni, tutti i minuti di questo loro percorso scolastico, il più bel periodo della loro vita, non il più importante ma sicuramente il più bello, e che purtroppo non rivedranno più, incontreranno tanti altri momenti nello loro vita futura, periodi belli e altri un po’ meno, strade in discesa e ripide salite, momenti felici e periodi bui, ma non avranno più modo di assaporare il brivido, la spensieratezza, la felicità e l’innocente ma vera amicizia del periodo scolastico. Divertitevi quindi.

sabato 30 dicembre 2017

Una riunione di lavoro

Finalmente si era deciso, John, ci sarebbe andato quello stesso giorno dopo l’orario d’ufficio. Da tempo immemorabile, forse da quando era ancora single, era diventato il suo chiodo fisso, ma per una serie di fattori avversi, la paura di essere visto, l’educazione ricevuta, la scintilla che non era mai scattata, aveva sempre rimandato la decisione. Ma la curiosità era fortissima . Ora era giunto il fatidico momento e complice una riunione di lavoro di sua moglie che l’avrebbe tenuta fuori casa per due giorni, sarebbe andato oltre quelle dune di sabbia ricoperte di cespugli che l’accompagnavano tutte le mattine lungo la statale che percorreva per recarsi in ufficio. Avrebbe trascorso un pomeriggio intero alla spiaggia per nudisti a qualche chilometro dalla città coronando il suo antico sogno. Uscì dall’ufficio lasciando la sua proverbiale flemma e si diresse frettolosamente verso la sua Lancia Phedra.
Il tragitto sembrava più lungo del solito, le auto davanti a lui parevano andare lentamente come per fargli un dispetto. Finalmente dopo l’ennesima curva ecco intravedersi le dune di sabbia, parcheggiò con cura la sua Phedra sul bordo della strada e zainetto in spalla si avviò lungo il piccolo sentiero sabbioso che attraversando le dune lo avrebbero portato al mare. Giunto sulla duna più alta rimase immobile a scrutare quel lembo di sabbia come fa il capitano della nave quando avvista terra, la spiaggia per nudisti gli appariva in tutta la sua lunghezza e bellezza. Non era molto affollata dato il giorno feriale, coppie di tutte le età sparse qua e là intente a prendere il sole nel classico costume adamitico, bambini sul bagnasciuga indaffarati con le onde che si infrangevano ai loro piedi. Non mancavano anziani brizzolati che con i loro corpi appesantiti passeggiavano mano nella mano lungo la battigia. Alcuni cespugli facevano da separé a coppie non proprio intente a prendere il sole ma indaffarate a ben altro facilmente comprensibile. Anche John chiese aiuto ad uno di questi cespugli per mascherare un po’ di vergogna che lo attanagliò quando si liberò completamente dei suoi abiti, si sedette sul suo asciugamano, inforcò i suoi Rayban ed iniziò con la tintarella integrale. Era soddisfatto, seduto con le ginocchia strette tra le braccia ammirava fiero il panorama che gli si prospettava davanti, un mare azzurro leggermente increspato da un caldo scirocco e solcato da alcune barche a vela, sembrava un quadro dipinto; aveva liberato la sua mente dai problemi di tutti i giorni, pensava a niente e a nessuno, era come in trance. Questo suo stato quasi soporoso venne però interrotto alcuni minuti più tardi dai gemiti di una voce femminile proveniente da dietro un cespuglio situato alle sue spalle poco distante.
Una voce inconfondibile, si irrigidì fissando lo sguardo oltre le barche a vela dove il mare tocca il cielo, le ciglia aggrottate e la bocca socchiusa. Non voleva crederci, non poteva essere, cercò conferma voltandosi lentamente e sperando vivamente di sbagliarsi. No, non si era sbagliato. Da un cespuglio ad alcuni metri di distanza sporgeva un groviglio di gambe, inconfondibilmente un uomo e una donna, dove in una di quest’ultima, precisamente nella parte laterale del polpaccio sinistro, faceva bella mostra un grosso neo a forma di cuore, lo stesso che aveva sua moglie, nella stessa gamba e nella stessa posizione. Ritornò velocemente a guardare il mare, gli occhi sbarrati, la mente confusa e il cuore tachicardico come mai gli era capitato. “Altro che riunione di lavoro”, pensò. Era come paralizzato, i suoi muscoli non rispondevano più ai suoi comandi semmai ce ne fossero. Rimase in questa posizione per alcuni secondi che gli parvero secoli, poi chinò la testa toccandosi le ginocchia con la fronte. Mille ricordi gli tornarono in mente, il matrimonio, il viaggio di nozze, gli anni felici trascorsi insieme, gli anniversari, mentre sotto i suoi occhi i granelli di sabbia iniziavano a bagnarsi. Dove aveva sbagliato? Quando? In che cosa? Rialzò la testa quando l’ultimo spicchio di sole si tuffava in mare e la spiaggia era quasi desolatamente vuota. Come un robot con le batterie quasi esaurite si alzò lentamente, indossò disordinatamente i suoi abiti e a testa bassa riprese il piccolo sentiero sabbioso tra le dune ricoperte di rovi che lo riportò alla sua Phedra. Una volta entrato poggiò la testa sul vola te e si lasciò andare in un pianto singhiozzante da far invidia ad un bambino. Era diventato buio, i fari delle altre auto lo illuminavano ogniqualvolta sfrecciavano accanto alla sua Phedra, fin quando lentamene riprese il cammino verso la città confondendosi nel traffico di fine giornata.

lunedì 20 giugno 2016

Maledetta sbronza

Mi risvegliai disteso in terra tra il letto e la finestra, il sole era già alto nel cielo e il suo bagliore infastidiva le mie pupille, l’afa cominciava a farsi sentire. Ero in compagnia di un fastidiosissimo cerchio alla testa, la mia camicia emanava un acre odore di alcool, facevo fatica a connettere. “Devo aver dormito parecchio”, pensai guardando l’orologio, era quasi mezzogiorno. Ero abbastanza confuso, camminavo per la stanza appoggiandomi ora alla parete ora all’armadio, una doccia fredda mi riportò fisicamente ad una condizione accettabile mentre la mia mente faticava a carburare. Mi diressi in salone e sprofondai sul divano, non prima di aver spostato una bottiglia vuota di Johnny Walker, sicuramente la responsabile della mia condizione fisica; la stanza era in condizioni pietose, abiti sparsi qua e là, sul tavolo i resti di una cena a due, ora preda di una manciata di mosche, in terra un bicchiere in frantumi. Cominciavo a ricordare vagamente qualcosa, o meglio qualcuno, Debora. Già, Debora. L’avevo rivista la sera prima dopo tanti anni, da quando si trasferì nel Michigan scegliendo il lavoro al nostro amore e diventando un’affermata manager aziendale. Fu un duro colpo per me, molto meno per lei che decise di mandare in frantumi un amore che durava da anni. La invitai a cena a casa mia ed accettò immediatamente, cominciammo con un drink mentre iniziò a raccontarmi della sua nuova vita d’oltre oceano e del suo lavoro. Disse anche che si era sposata con un pilota dell’American Airlines Group che era sempre in viaggio per il mondo. Dopo di ciò il buio, la mente si annebbiò e non ricordai più niente, ed ora ero lì, sul divano, solo. Improvvisamente i miei occhi si posarono su di un foglio poggiato sul tavolo, bloccato con la base di un bicchiere. Mi alzai a fatica dal divano e lo presi, cominciai a leggere. “Non ti ricordavo così a letto – c’era scritto - sei stato fantastico questa notte. Addio. Debora.” Maledetta bottiglia di Johnny Walker!!

martedì 7 giugno 2016

Patetico

Come ogni mattina di buon’ora passeggio lungo la banchina della stazione in attesa del solito treno per un’altra giornata di duro lavoro. Fa abbastanza freddo, un gelido vento di tramontana taglia le mia guance al pari di un’affilata lama di coltello, cerco riparo nella mia sciarpa biancazzurra. Mi fanno compagnia i soliti di tutti i giorni, il gruppetto di studenti con gli zaini ancora mezzo addormentati, il classico impiegato in giacca cravatta e cappotto, alcune signore che parlottano fra loro, una ragazza alle prese col suo smartphone. Guardo la ferrovia in lontananza e scorgo il treno avvicinarsi rapidamente. “Tra poco starò meglio”, dico tra me, pensando al sensibile aumento di temperatura che troverò all’interno di esso, anche se questo spesso e volentieri vuol dire anche un “profumo di ascelle killer”. Entro, stranamente il treno è poco affollato rispetto alla routine quotidiana, trovo persino posto a sedere. Anche qui molte facce conosciute, pendolari come me da una vita, molte altre sono invece persone occasionali che probabilmente non si rivedranno più se non raramente. Tra questi mi balza agli occhi, ma soprattutto alle orecchie, un tipo sulla trentina, non molto alto, capelli lunghi, abiti sportivi, abbronzato, occhiali scuri nonostante la giornata uggiosa. Mastica una chewing gum a bocca aperta. E’ seduto di fronte a me sull’altro lato del vagone con le gambe protese in avanti ad intralciare il passaggio delle persone, come se il treno fosse di sua proprietà e segno evidente che per lui l’educazione sia un mero optional. Sta parlando al telefono, la sua voce echeggia in tutto il vagone tanto da attirare l’attenzione di buona parte dei passeggeri, alla faccia della privacy. Con l’interlocutore rievoca un suo viaggio a Cuba fatto di recente, raccontando alquanto dettagliatamente le sue avventure sessuali col gentil sesso locale. Tanto dettagliate che tra i suoi vicini si respira un’aria di panico, una signora avanti con gli anni seduta proprio accanto a lui ha un colorito tanto rosso da far impallidire un peperone, mentre una giovane ragazza, per necessità o per vergogna, non distacca gli occhi dal suo iphone. Il tizio sta tranquillamente e maleducatamente continuando la sua quasi “porno telefonata”, quando il suo telefonino, proprio quello da cui si sta pavoneggiando, emette uno squillo che si ripete dopo pochi secondi e poi ancora un terzo, classico di una chiamata in arrivo. Scenario da panico, la giovane ragazza alza di scatto gli occhi dal suo iphone come per cercare lo sguardo dei vicini, i quali anche loro si sono allertati notando l’anomala situazione e, con un perfetto sincronismo volgono tutti lo sguardo verso il tizio, il quale con gesti arruffati cerca di silenziare il suo telefonino. Mastica nervosamente il suo chewing gum, si rende perfettamente conto di essere stato preso in “castagna” e cerca in tutti i modi di tenere gli occhi abbassati, ora per guardare il suo telefonino, ora facendo finta di frugare nelle proprie tasche alla ricerca di qualcosa, fin quando l’angelo custode racchiuso in sé corre in suo soccorso facendo giungere il treno alla prima stazione, alla quale il tizio si precipita a scendere allontanandosi da una situazione divenuta per lui alquanto scomoda.

venerdì 29 aprile 2016

Vita di piazza

Piazza Gregoriopoli, una piccola oasi al centro del paese, abituale ritrovo di anziani, pensionati e gente di passaggio. Caratteristica è l’immensa quercia che funge da gazebo naturale alla quasi totalità dei giardini, con l’enorme tronco tale da dover coinvolgere ben tre persone per abbracciarlo, e con quel buco ancora ben visibile, testimone di un colpo di pistola sparato durante l’ultimo conflitto mondiale. Al centro la piccola fontana a tre piani, circolare alla base, poliedrica nei due piani superiori, terminante con un fievole zampillo d’acqua, ricoperta con il passare degli anni da una spessa coltre di vellutello che le ha donato nel tempo un aspetto antico e al tempo stesso incantevole, sede negli anni passati da una numerosa colonia di pesciolini rossi messi lì da qualche paesano con l’intento di aumentarne la bellezza. Tre aiuole non molto curate e con una mediocre varietà di fiori fanno da perimetro ai giardini, accompagnate da una decina di panchine in legno pronte ad accogliere bambini, mamme e pensionati ad ogni ora del giorno. Alcune di queste panchine ospitano le stesse persone ogni giorno, quasi fossero prese in affitto, persone che perennemente già di prima mattina alla stessa ora si ritrovano sedute una accanto all’altra, come fossero in ufficio, rituale che si tramanda probabilmente sin dall’inizio della loro pensione. Ed ecco che nella tal panchina il calcio è l’argomento principale della discussione, talvolta molto accesa per la rivalità tra tifosi delle diverse squadre, i toni delle voci spesso si alterano nel tentativo di far valere le proprie opinioni, richiamando l’attenzione delle persone delle panchine adiacenti o di qualche turista seduto ai tavoli del vicino bar che osserva sgomento il gruppetto di anziani esagitati lasciandosi scappare un divertito sorriso mentre sorseggia il suo gustoso cappuccino. Alcune panchine più in là la situazione non è certo meno rumorosa, l’argomento della discordia è la politica, destra, sinistra, centro, tutti dicono la loro, hanno tutti ragione ed espongono soluzioni miracolose per governare al meglio, finendo sempre con l’essere tutti d’accordo sull’esiguità delle loro pensioni. Anziane signore siedono sulla panchina prospiciente la frutteria con le loro pesanti buste della spesa, e parlottano anche loro del più e del meno, senza trascurare il carovita, la scuola e i figli. Ad orari cadenzati arriva il bus di linea che collega i paesi limitrofi, i passeggeri che scendono si disperdono in varie direzioni della piazza, chi verso casa, chi nei negozi adiacenti, chi al bar di fronte, mentre il conducente del mezzo si siede sulla panchina più vicina per fumarsi la meritata sigaretta in attesa di iniziare la corsa successiva. Arriva l’ora di pranzo, la piazza si svuota lentamente, i pensionati ”tifosi” e i “politicanti” lasciano le loro postazioni per far rientro alle loro case, i pochi negozi chiudono i battenti per riaprirli nel pomeriggio in concomitanza del ravvivarsi della piazza, quando le panchine sotto la grande quercia saranno testimoni di nuove discussioni politiche, di accesi scontri verbali pro-Totti o pro-Higuain, quando il turista di turno siederà al tavolo del bar per un gustoso cappuccino o un “american coffee”, l’autista del bus si gusterà la meritata sigaretta ai piedi della fontana vellutata. Il sole che va a nascondersi dietro le case e la sera che scende lenta e inesorabile annunciano la fine di un altro giorno, le panchine si svuotano, i negozi abbassano le serrande e spengono le insegne, l’ultimo vecchietto col suo bastone lascia lentamente la piazza, i fiochi lampioni dei giardini sotto la grande quercia si illuminano mentre un cane solitario girovaga tra i secchi dei rifiuti del vicino ristorante. Nella piazza cala il silenzio, disturbato dal rumore del fievole zampillo d’acqua della fontana vellutata e dalle fronde della grande quercia sbattute dal vento. Domani è un altro giorno, i negozianti riapriranno le serrande, il vecchietto pian piano col suo bastone riprenderà posto nella solita panchina in attesa dei soliti coetanei e l’autista riprenderà la sua corsa col bus dopo aver gustato la meritata sigaretta.

lunedì 7 marzo 2016

Ma quale amicizia.....

Nella vita quotidiana molte sono le persone che sistematicamente si fregiano della parola “amicizia”, solo e soltanto perché sono soliti frequentarsi tra loro o frequentare gli stessi ambienti. “Quello è un amico”, “siamo tra amici”, sono le frasi che spesso arrivano alle nostre orecchie, ma siamo veramente sicuri che tutti sappiano che cos’è l’amicizia e il vero significato di questa meravigliosa quanto tartassata parola? L’amicizia dovrebbe essere quel sentimento di affetto reciproco tra due o più persone, basato imprescindibilmente sulla fiducia e sul rispetto, passando attraverso la stima, la disponibilità, l’altruismo, la verità. Spesso si catalogano con troppa facilità come “amici” persone conosciute da poco tempo e con le quali si instaura subito un rapporto confidenziale che va al di là della semplice conoscenza. Col passare del tempo però si è costretti giocoforza ad aprire gli occhi e la triste realtà si presenta immancabilmente davanti agli occhi. Ergo, si comincia a prendere coscienza della varietà di persone che si frequentano o che ci circondano; si scoprono così gli “invidiosi”, cioè quegli individui incapaci di gioire dei successi e delle fortune altrui, insoddisfatti del proprio io e che si sentono sminuiti nei confronti delle persone che frequentano e cercano, senza riuscirci, di raggiungerle e magari superarle, e al loro insuccesso reagiscono cercando di svalutarle agli occhi degli altri e magari di danneggiarle. Altro genere di persone che si manifesta sono i “falsi”, individui che con il loro sorrisetto sempre in vista te lo mettono elegantemente al culo in tua assenza, salvo scambiarlo con quello degli altri quando parlano con te. Sono persone senza palle, che non avranno mai il coraggio di dire le cose in faccia. Sanno benissimo cosa stanno facendo, ne sono pienamente consapevoli, ma continuano tranquillamente a farlo, chissà, forse solo per sfizio o propriamente per la loro cattiveria. E’ poi la volta dei “bugiardi” ad uscire allo scoperto, i quali si dividono in persone che mentono per il gusto di mentire, i classici buffoni, e soggetti che mentono per raggiungere lo scopo di salvaguardare le cattiverie perpetrate ai danni degli altri, sono persone alquanto squallide. Rimangono i "permalosi", persone che alla minima critica, sia questa verbale o di azione, che la moltitudine considererebbe inoffensiva, si risentono al punto di rendersi scontrosi e da isolarsi dal gruppo minacciandone l’equilibrio e la tranquillità. Discorso a parte sono le persone “facilmente influenzabili”, soggetti non necessariamente dotati di cattiveria propria ma probabilmente molto insicure di loro stessi, e che per questo motivo finiscono per seguire i consigli e le azioni degli altri. E arriviamo infine agli “Amici”, se ne rimangono, persone dotate di un sentimento di affetto, di stima, di solidarietà, di disponibilità verso altre persone e che si fanno trovare sempre pronte al momento del bisogno, persone senza secondi fini. Due o più persone possono essere definite dei “veri amici” se sono in grado di condividere tra loro segreti e complicità, se hanno fiducia reciproca e possono sempre contare l’uno dell’altro, se si capiscono con uno sguardo, se dispensano un sorriso al momento giusto e sanno sacrificarsi per il bene dell’altro, in pratica se parlano lo stesso linguaggio. Trovare contemporaneamente tutti o quasi questi pregi nelle persone che ci circondano è difficile, molto difficile, per questo motivo gli amici, i veri amici, quelli con la “A” maiuscola, sono veramente pochi, sono sufficienti le dita di una mano per contare tutti quelli che si incontrano nell’arco della propria vita.

lunedì 22 febbraio 2016

Il "Riace" Naftali

“Vi dichiaro marito e moglie”. Cominciò con queste parole del parroco della Cattedrale di San Francesco d’Assisi di Civitavecchia, la vita matrimoniale di Paolo e Francesca, due carissimi amici d’infanzia. Si conoscevano sin dai banchi di scuola, sempre insieme in qualsiasi occasione, complice la grande amicizia di vecchia data tra le famiglie, fino ad arrivare al fatidico sì. Lui sottufficiale della Guardia di Finanza, lei ragioniera in una compagnia di navigazione, avevano deciso di unire le loro vite dopo non si sa quanti anni di fidanzamento, da sempre praticamente. Per festeggiare l’evento avevano incontrato parenti ed amici nell’elegante salone dei ricevimenti del Sunbay Park Hotel, alle porte della città sulla via Aurelia, prima di volare per una fantastica luna di miele in Kenia, a Malindi per la precisione, presso lo “Scorpion Village”, un meraviglioso villaggio costruito in tipico stile africano immerso in un rigoglioso giardino tropicale ricco di palme, baobab, bouganville e piante di ficus. Tre settimane di puro relax prima di rituffarsi nuovamente nel solito tran tran quotidiano e nella nuova avventura di vita matrimoniale. Mare, piscina, sole, corsi da sub, safari, animazione, le giornate erano piene di allegria, grazie soprattutto all’organizzazione del villaggio e alla maestria del capo animatore Naftali, un giovane keniota col fisico da bronzo di Riace”. Durante il giorno Paolo e Francesca partecipavano allegramente e attivamente alla vita del villaggio, si erano integrati perfettamente con gli altri turisti, alcuni dei quali in luna di miele come loro, e con gli animatori del villaggio, il “Riace” Naftali in primis, col quale avevano allacciato un forte legame di amicizia tanto da rimanere più volte a cena nel loro bungalow; la sera invece si godevano la tranquillità e il silenzio africano dondolandosi su una grande amaca abbracciati teneramente come si conviene a una coppia di novelli sposi. Il tempo però è tiranno e la vacanza arrivò così al capolinea; grande serata, l’ultima, di festa e di saluti, di scambi di indirizzi, di baci e abbracci, col “Riace” Naftali che era il più festeggiato . I primi giorni di rientro al lavoro furono abbastanza duri, specialmente per Francesca che, seduta davanti ad un computer, si ritrovava più volte durante la giornata, con gli occhi fissi al soffitto e la mente rivolta a Malindi, al sole africano, alle serate di festa, al “Riace” Naftali e alla sua animazione, ai meravigliosi quanto romantici tramonti nella savana. Una sera di fine settembre Paolo, tornando dal lavoro, trovò sua moglie Francesca ad attenderlo al lume di candela pronta per una romantica cenetta a due. Una piccola scatola era accanto al suo piatto, dopo un amorevole bacio alla mogliettina si accinse ad aprirla, alzò il coperchio e rimase di sasso, mentre Francesca, avvicinatasi nel frattempo, le sussurrò “Auguri, papà”. Paolo prese il contenuto della scatola, un test di gravidanza con due belle righe verticali che ne denotavano la positività, e dopo un attimo di stupore si rivolse verso la moglie e l’abbracciò intensamente. Erano entrambi al settimo cielo, si sentivano la coppia più felice del mondo, in primavera sarebbero diventati genitori, come avevano da sempre desiderato. La gravidanza andò avanti regolarmente durante tutto l’inverno, venne arredata elegantemente la cameretta del nascituro e cominciarono ad arrivare i primi pensierini di parenti e amici, magliette della salute, bavaglini, scarpe all’uncinetto, tutte di colore rigorosamente neutro in quanto i futuri genitori per tradizione non avevano voluto sapere il sesso del nascituro. Arrivò la prima settimana di maggio, periodo durante il quale era previsto il parto e l’erede non si fece attendere, puntuale come un orologio svizzero, tant’è che molti, tra parenti ed amici, azzardarono l’ipotesi che fosse un maschietto, vista la puntualità. Francesca venne ricoverata al secondo piano dell’ospedale San Paolo della cittadina laziale, nel reparto di Ginecologia e subito dopo trasferita in sala parto. Paolo, rispettando sempre le vecchie tradizioni, non volle essere presente al felice evento, preferendo attendere, più nervosamente che felicemente, nel corridoio di fronte alla sala d’aspetto. L’attesa fu snervante, andava incessantemente avanti e indietro lungo il corridoio, calpestando ogni centimetro quadrato di pavimento, il posacenere di fianco alla panca ribolliva di mozziconi di Marlboro. Una porta a vetri opaca si aprì e ne uscì una giovane infermiera, si diresse verso Paolo comunicandogli che il bambino era nato e che il primario lo attendeva nel suo ufficio. Spense nervosamente l’ennesima Marlboro e si diresse a passo spedito verso la stanza del medico. “Perché vorrà vedermi?” si chiedeva durante il tragitto, era felice e preoccupato nello stesso tempo, non era una prassi essere ricevuti dal primario dopo un parto, a meno che non ci fosse qualcosa di strano. Entrato nello studio venne invitato a sedersi, cosa che fece, più timoroso che contento di essere diventato papà. Il medico lo attendeva seduto al di là della scrivania, dopo qualche attimo di silenzio tombale gli comunicò, quasi balbettando come se non trovasse le parole adatte, che tutto era andato nel migliore dei modi e che puerpera e nuovo arrivato erano in ottime condizioni, però sembrava volesse dirgli qualcos’altro ma che facesse fatica a comunicarglielo. Alla richiesta di Paolo se ci fosse qualcosa che non andasse il medico, parlando a testa bassa e con un filo di voce, gli rispose…” Il bambino è di colore”. Silenzio. E ancora silenzio. Paolo si trasformò in una statua di marmo, gli occhi fissi alla parete di fronte, la mente nel vuoto, si alzò lentamente e come uno zombie uscì dalla stanza incurante della presenza del medico e si diresse verso le scale. Le scese con una lentezza da far impallidire un bradipo, e incurante della scrosciante pioggia che in quel momento si riversava sulla città, uscì dal nosocomio e si avviò a piedi verso il centro cittadino. Ormai era un vero e proprio temporale, la discreta pendenza della strada aveva contribuito a formare un fiumiciattolo dentro il quale Paolo “navigava” fino alle caviglie, con quell’andamento bradiposo e zuppo come un pulcino. Ci impiegò non poco per raggiungere la sua abitazione tra lampi, tuoni e semafori rossi non rispettati, fece anche a meno dell’ascensore per salire al quarto piano ed entrato in casa si diresse in camera da letto sedendosi sul letto in prossimità del suo comodino. Era esausto, sembrava una Duracel scarica, le braccia penzoloni tra le gambe e il pensiero chissà su quale galassia, gli occhi fissi su una cornice che campeggiava sul suo comodino, accanto alla sua pistola di ordinanza, una Beretta 92 FS. Ritraeva Paolo e Francesca sul bordo della piscina dello “Skorpion Village” di Malindi, e in mezzo a loro si ergeva la figura muscolosa del “Riace” Naftali. Già, il “Riace” Naftali. Un fragoroso tuono echeggiò nell’aria.

mercoledì 6 gennaio 2016

Un gran bastardo

Francesca suonò il citofono contemporaneamente al fischio di inizio della partita, la finale della Supercoppa Italiana tra la mia Inter e la Roma. Due minuti più tardi era accanto a me sul divano, che mi rubava metà della coperta in pile che avevo sopra per coprirmi dalla rigida temperatura di dicembre. Quella sera avrebbe dormito da me, e l’indomani mattina saremmo partiti all’alba per il week end dell’Immacolata, tre giorni di riposo in una graziosa baita della Valle d’Aosta alle pendici del Cervino, per disintossicarci dallo stress accumulato vivendo in una città caotica come Milano. Avevamo appena terminato con i saluti e sbaciucchiamenti vari che la Roma passò in vantaggio, per la gioia di Francesca che, avendo origini romane simpatizzava, seppure superficialmente, per la squadra capitolina. Tutta contenta e con qualche sfottò al mio indirizzo, si diresse in cucina per preparare qualcosa da mettere sotto i denti. Trascorsero una manciata di minuti ed arrivò il secondo gol della Roma e naturalmente Francesca ritornò in salone offrendomi un cioccolatino per “rifarmi la bocca”, disse lei, dall’amaro del risultato. Le dissi di non cantare vittoria perché l’Inter Campione d’Italia aveva sette vite come i gatti e non si sarebbe arresa tanto facilmente. Di tutto punto lei iniziò a cantare l’inno della Roma di Antonello Venditti, affacciandosi di tanto in tanto dalla cucina e rivolgendomi sguardi e sorrisi di scherno, sorrisi che aumentarono di intensità al terzo gol della sua squadra. Ormai non si reggeva più, venne davanti al divano mimando la danza del ventre e agitandomi davanti agli occhi la sua mano con tre dita aperte. “Eppure sono fiducioso – le dissi – la partita è ancora lunga e non avete ancora vinto, sono pronto a scommettere qualsiasi cosa”. Lei continuava con la danza del ventre , dandomi l’impressione di non credere che avessi avuto il coraggio di scommettere e tanto meno che fosse impossibile un risultato finale diverso da quello in corso. “Facciamo una scommessa allora – l’attaccai – se la tua Roma vincerà la Coppa m’impegno a comprarti quella borsa di Luis Vuitton che ti piace tanto, ma se sarà l’Inter a spuntarla, allora questa sera a letto sai cosi ti chiederò e non dovrai dirmi di no.” La presi in contropiede, rimase titubante per un pochino, non è che le piacesse la contropartita della scommessa, anzi, direi per niente; stavamo insieme da quattro anni e non aveva mai ceduto alla mia insistente richiesta. Questa volta però si era esposta troppo con gli sfottò, non poteva tirarsi indietro, il suo orgoglio non glielo avrebbe permesso e, complici la voglia di indossare quella meravigliosa borsa e il risultato ampiamente a suo favore, decise di accettare. Sigillammo questa scommessa con un focoso bacio che venne interrotto da un gol dell’Inter proprio allo scadere del primo tempo. 3–1. Mi parve di leggere negli occhi di Francesca un pizzico di preoccupazione, forse si era già pentita di aver fatto quella scommessa, la posta in palio era alta, almeno per lei. Finimmo di mangiare i toast al fischio di inizio del secondo tempo e ci rannicchiammo entrambi sotto il caldo plaid in pile attenti a non perderci alcun fotogramma del match. Il tempo scorreva veloce, mancava circa un quarto d’ora al termine e Francesca cominciava a riprendere fiducia sulla vittoria, già si immaginava con la borsa di Luis Vuitton al braccio. Come un fulmine a ciel sereno giunse però il secondo gol dell’Inter che tolse fulmineamente il sorriso dalle sue labbra facendola incupire non poco; le poggiai la mano sulle spalle ma lei prontamente la scrollò e con un sorriso che sapeva di amaro si lasciò scappare due parole: “ti odio”. Ora la partita si faceva più interessante, avrei voluto essere sugli spalti dello stadio per viverla direttamente. Francesca si diresse nella dispensa alla ricerca di una busta di arachidi da sgranocchiare, segno questo di un crescente nervosismo, forse il suo pensiero era rivolto alla scommessa. E faceva bene ad essere nervosa, dal momento che ritornata sul divano fece appena in tempo ad assistere a quello che non avrebbe mai voluto vedere, il terzo gol dell’Inter e quindi il pareggio. Rimase con gli occhi fissi al televisore, chissà quali pensieri balenavano nella sua mente, se la borsa di Luis Vuitton che si allontanava oppure il “dopo partita” a letto. L’abbracciai per consolarla e lei si strinse forte a me, non si aspettava un epilogo del genere. Ma come dice quel detto che recita “piove sempre sul bagnato”, ecco che durante i tempi supplementari arrivò la beffa per la mia povera Francesca, la sua Roma subì il quarto gol e si avviò inesorabilmente verso la sconfitta. Al fischio di chiusura feci un salto di gioia sul divano e l’abbracciai fortemente; non so spiegarmi ancora adesso se fui più contento per la conquista della Supercoppa da parte della mia Inter, o per la vincita della scommessa, in particolare “quella scommessa”. Con la scusa che si era fatto tardi e che ci si doveva alzare presto l’indomani, dissi a Francesca che forse era il caso di andare a letto, anche perché c’era quella scommessa da onorare. Se la ricordava bene la scommessa, Francesca, e forse in quel momento stava maledicendo il bacio che l’aveva suggellata. La luce si spense e cominciai a baciarla, stringendola forte a me e accarezzandole dolcemente il fondo schiena, l’oggetto del desiderio, l’oggetto della scommessa, quello che lei per quattro lunghi anni mi aveva negato e che quella notte fu mio. Consumata la scommessa, non riuscii a chiudere occhio per tutta la notte, qualcosa mi tormentava, mi faceva stare in colpa, sembrava dirmi “sei un bastardo, un fottutissimo bastardo”. Eh, sì, ero stato proprio un bastardo. La partita di quella sera era una “replica” televisiva di quella giocata ben quattro mesi prima, ad agosto, e della quale io conoscevo già il risultato, ma me ne guardai bene dal dirlo a Francesca. Mentre la osservavo dormire dolcemente sulla mia spalla il senso di colpa mi attanagliava sempre più, provavo vergogna per il mio comportamento, l’avevo truffata per carpirle qualcosa alla quale sicuramente teneva molto, se lo avesse saputo non me lo avrebbe mai perdonato. Si svegliò col profumo del caffè che le avevo preparato, la baciai, lei lo bevve senza rispondermi e s’infilò subito sotto la doccia. Era ancora alquanto contrariata. Il viaggio per la montagna fu lungo e silenzioso, Francesca sembrava in collera con me, e ne aveva tutte le ragioni. C’era un silenzio assordante in auto, un silenzio che mi faceva tremendamente male. Al nostro arrivo in baita l’afferrai per le spalle, la guardai fissa negli occhi e le dissi: “Amore, ti amo tanto”, lei mi guardò in silenzio per alcuni secondi che a me parvero ore, poi mi rispose: “ti amo anch’io” e mi abbracciò baciandomi. Nel tardo pomeriggio, nonostante la sostenuta nevicata, la convinsi ad uscire per un vin brulè al Lino’sbar, il nostro locale preferito, per raggiungere il quale saremmo passati davanti ad un negozio di borse dove l’estate scorsa vidi esposti nelle vetrine articoli di Luis Vuitton. Entrammo. Era il meno che potessi fare.

martedì 14 luglio 2015

Un amore grande

Giovanna. Si chiamava Giovanna, una bambina deliziosa. Capelli corvini a caschetto, grandi occhi cinesizzanti che mettevano in risalto tutta la sua furbizia, era senza ombra di dubbio la bambina più bella della scuola. L’avevo appunto conosciuta sui banchi della prima elementare dell’Istituto delle suore Pallottine del mio paese. Me ne innamorai fin dalla prima elementare da quando, il primo giorno di scuola, si sedette vicino a me, secondo banco della terza fila. Ne ero affascinato, la guardavo come si può guardare una statua su un piedistallo del British Museum di Londra. Frequentammo i cinque anni delle scuole elementari sempre vicini di banco, rivolgendoci ogni momento sguardi languidi piacevolmente contraccambiati da entrambi. Fu poi la volta delle scuole medie, ed essendo il nostro paese molto piccolo, dovevamo recarci a quello vicino, distante una manciata di chilometri, con mia grande felicità dal momento che avrei fatto anche il tragitto da e per la scuola insieme a lei. Per motivi logistici, eravamo vicini di casa, i nostri genitori chiesero alla Preside di inserirci nella stessa classe, così da poter essere facilitati nelle nostre funzioni scolastiche. E così fu, tutte le mattine ci incontravamo alla fermata del bus e dopo le ore di lezione si ritornava insieme. Spesso trascorrevamo interi pomeriggi insieme, adducendo come scusa lo studio della matematica. Il tempo passava in fretta, i giorni volavano e arrivarono così gli esami di licenza media. E fu in quel periodo che arrivò il primo bacio, complici i famigerati esercizi di matematica ed una visita medica dei genitori di Giovanna. Rimanemmo soli in casa di lei, ci sedemmo sul divano durante una pausa di studio, i nostri corpi vennero a contatto ed improvvisamente ci ritrovammo abbracciati con le labbra appiccicate. Non so dire con esattezza di chi fu la prima mossa, sicuramente la volontà era da entrambe le parti. Mi sembrò di aver toccato il cielo con un dito, l’avevo baciata! Quella notte non riuscii a dormire, il mio pensiero rimase a quel pomeriggio, a quel preciso momento durante il quale le nostre labbra si incontrarono. Nei giorni che ci separarono dagli esami non ci furono altre occasioni, e ci rimasi molto male perché era stato molto bello, ma forse fu meglio così, altrimenti ne avrebbe risentito sicuramente la preparazione agli esami. Nei giorni a seguire feci molta fatica a concentrarmi nello studio, ma riuscii ad ottenere ugualmente un ottimo risultato, come del resto l’ottenne Giovanna. Quella che venne fu l’estate più bella della mia vita, trascorsa spensieratamente insieme a lei, mare, sole, sole, mare, eravamo felici. Purtroppo le vacanze giunsero al capolinea e come ogni fine estate ritornammo alle prese con la scuola. Quell'anno le nostre strade si divisero, Giovanna si iscrisse al liceo scientifico, mentre io preferii l’istituto per geometri, di conseguenza non saremmo stati più vicini di banco. Ci rimaneva però il viaggio in treno per arrivare alle nostre scuole. In quei cinque anni il nostro amore si rafforzò enormemente, ormai ne erano a conoscenza anche le nostre famiglie. Il nostro amore e lo studio si conciliavano perfettamente, tant’è che entrambi superammo gli esami di maturità con il massimo dei voti e i nostri genitori, come premio, ci autorizzarono una settimana di vacanza da soli. Toccai il cielo con un dito, una settimana io e Giovanna da soli! Si realizzava così il nostro sogno: visitare Parigi, la città degli innamorati. Fu una vacanza meravigliosa, Tour Eiffel, Champs Elisée, Montmartre, ogni luogo decine di foto e altrettanti baci. Dopo quella settimana da favola continuammo le nostre vacanze al mare come sempre. Le cose spiacevoli stanno però sempre dietro l’anglo, pronte a colpirti. Era un pomeriggio d’agosto quando squillò il mio cellulare. Il numero lo ricordavo a memoria, era Giovanna. Piangeva. Le chiesi tutto preoccupato cosa fosse successo, ma il forte singhiozzare le impediva quasi di parlare e farsi capire. Dopo qualche minuto riuscì a dirmi a stento ciò che non avrei mai voluto sentire. Suo padre, per motivi di lavoro, era stato trasferito e quindi tutta la famiglia l’avrebbe seguito. Destinazione Kalamazoo, Michigan Stati Uniti D’America. Mi si gelò il sangue, sembrava fossi stato investito da un TIR. Non so quanto sia durato il mio silenzio, ma dopo essermi ripreso le dissi che l’avrei raggiunta a casa sua. Mezz’ora più tardi eravamo seduti sul divano con gli occhi rossi e lucidi. Sarebbero partiti per gli States il 29 di Agosto, meno di un mese. In quei pochi giorni rimasti cercammo di prepararci psicologicamente al giorno della partenza e alla conseguente separazione, giurandoci reciproca fedeltà e promettendoci di rivederci al più presto. Arrivò purtroppo il giorno della partenza. Arrivammo di buon’ora all’aeroporto, il volo AZ 7606 Alitalia per Detroit era previsto per le 10.55. Mentre i genitori di Giovanna si avviarono a sbrigare le pratiche per il check in, io la stringevo forte a me cercando di consolarla e nel contempo di farmi forza io stesso. Venne il momento di andare, un saluto ai genitori, un ultimo abbraccio a Giovanna e li vidi allontanarsi dopo essersi lasciati alle spalle il Metal detector. Presi mestamente la via del ritorno e appena uscito dall’aeroporto il rombo di un aereo mi fece volgere lo sguardo in alto in direzione del mare e vidi un aereo Alitalia fendere il cielo e allontanarsi. La salutai ancora una volta. Tornai a casa e mi chiusi in camera, non volevo vedere nessuno, aspettavo solamente che Giovanna mi chiamasse per comunicarmi che il viaggio fosse andato bene. Cosa che avvenne poco dopo la mezzanotte con un messaggio Whats app: “Viaggio tutto ok. Sono stanca ci sentiamo domani". Mi addormentai pensando a lei. L’indomani mi svegliai abbastanza nervoso, avevo dormito poco e male. Mi tranquillizzai ben presto dal momento che nel pomeriggio avevo l’appuntamento su Skype con Giovanna. Fui contentissimo di rivederla, si era appena svegliata. Avevano dormito nella loro nuova casa messa a disposizione dalla società per la quale lavorava il padre. Continuammo così a vederci tutti i giorni, con notevoli difficoltà a causa del fuso orario e dei nostri impegni universitari. Lei frequentava un College, il Kalamazoo College ed era obbligata a determinati orari e regole ben precise, io avevo le mie lezioni universitarie al mattino, mentre di sera ero indaffaratissimo a lavorare in un ristorante della Capitale, in quanto avevo deciso di andarla a trovare quanto prima negli States, e avevo quindi bisogno di denaro. Ma a Giovanna non dissi nulla, volevo farle una sorpresa. Passarono diversi mesi prima di arrivare alla cifra necessaria per il biglietto d’aereo e il soggiorno. In questo periodo i nostri video incontri su Skype si diradarono, lo studio e il lavoro ci impegnavano molto, pensai. Meglio così, mi dissi, il nostro incontro sarà tanto più desiderato. Il giorno di Natale ci scambiammo gli auguri e restammo a parlare per diversi minuti, poi mi congedò dicendo che doveva andare al pranzo di Natale organizzato dall’azienda del padre. Anche a Capodanno ci fu un saluto fugace, così come nei giorni a seguire. Io mi rammaricavo di questa situazione,, poi pensavo che di lì a qualche mese sarei andato a trovarla e mi tranquillizzavo. Infatti fissai la partenza per la metà di luglio, data in cui mi sarei liberto dagli impegni universitari. Avevo pianificato tutto nei minimi particolari, volo e hotel in città. Avrei trascorso dieci giorni con Giovanna. Il volo che mi avrebbe portato da lei era lo stesso che prese diversi mesi prima, AZ 7606 delle ore 10.55 per Detroit. Arrivò finalmente il giorno tanto desiderato, quello della partenza. Arrivai all’aeroporto prestissimo, e mi diressi subito al check in, sbrigai le formalità di rito e cominciai a girovagare per l’aeroporto, ora facendo colazione, ora comperando riviste. All’ora stabilita iniziarono le operazioni di imbarco dei passeggeri e alle 10.55, preciso come un orologio svizzero, il volo AZ 7606 per Detroit decollò. Mi sentivo già negli States, fra qualche ora avrei rivisto la mia Giovanna. Guardai fuori del finestrino e feci in tempo ad osservare l’immensa distesa del mar Tirreno prima che l’aereo bucasse le nuvole. Cominciai allora a sfogliare le riviste che avevo comprato all’aeroporto per ammazzare il tempo, ma dopo circa un’ora di volo venne proiettato un film, terminato il quale eravamo in pieno oceano, mare, mare e solo mare, il che mi preoccupò un pochino. Il resto del volo fu abbastanza noioso, fino al momento dell’atterraggio che avvenne in perfetto orario. Ero negli States. Seguii la fila dei passeggeri fino al recupero bagagli e poi alla dogana dove, dopo un severo controllo, ero diventato un turista a tutti gli effetti. Mi recai all’ufficio informazioni e chiesi indicazioni per Kalamazoo. Dopo qualche minuto ero su di un bus che avrebbe coperto i quasi duecento chilometriche che mi separavano da Giovanna. Chissà che faccia avrebbe fatto nel vedermi, così all’improvviso, davanti alla porta della sua casa. Era una bellissima giornata, il sole batteva forte ed il paesaggio che si stava attraversando era veramente meraviglioso, strade larghe e grandi distese di verde, ville più o meno grandi, ognuna col suo bel giardino e l’immancabile piscina. Dopo due ore abbondanti arrivai a destinazione, fortunatamente il motel che avevo prenotato, il “KNIGHTS IN”, era ad un paio di isolati dalla fermata del bus. Mezz’ora più tardi ero immerso nella vasca alle prese con un caldo bagno defaticante. Dovevo sbrigarmi, la giornata volgeva al termine, il buio cominciava a far notare la sua presenza ed io ero intenzionato a trascorrere la serata con Giovanna al lume di candela. Mi avviai così con passo spedito, più per l’emozione che per la fretta, verso casa di Giovanna. Durante il tragitto comprai una bellissima rosa rossa a gambo lungo ed un biglietto dove scrissi una sola parola: “Marco”. Arrivato ad un incrocio presi a sinistra per Wheaton Avenue, la via dove risiedeva Giovanna. Ero emozionato. Contavo i villini per individuare in anticipo quello giusto, ma la fioca luce della strada non mi aiutava. “Eccola”, dissi quando in lontananza ne vidi una che rispondeva alla descrizione che mi aveva fatto Giovanna appena arrivata negli States, una casetta bianca circondata da un prato verde aperto che arrivava fin sulla strada. C’era un’auto sportiva ferma davanti al suo vialetto, all’interno si scorgeva qualcuno. Mi fermai un attimo, sudavo freddo e mi tremavano le gambe. Improvvisamente si accese una luce e la porta di casa si spalancò. Ne uscirono Giovanna e la madre. Ero ad una cinquantina di metri da loro, le mie gambe sembravano due blocchi di cemento. Era più bella di quando era partita, aveva abbandonato il caschetto per una chioma più lunga. Stavo ancora ammirandola quando, dopo aver salutato la madre con un bacio, la vidi correre in direzione dell’auto sportiva, aprì la portiera e salì. Quello che vidi subito dopo mi lasciò di stucco, in una frazione di secondo passai dalle stelle alle stalle, mi sentii morire. Giovanna, la mia Giovanna, appena entrata in macchina, gettò le braccia al collo all’individuo seduto al posto di guida e lo baciò a lungo, come si conviene a due innamorati, dopodiché l’auto iniziò la sua marcia e sparì in fondo alla strada, mentre la porta di casa si richiuse alle spalle della mamma. Non poteva essere vero, mi dicevo, era un sogno, un brutto sogno. Decisi di suonare lo stesso alla porta di casa, se non altro per avere una conferma o magari una smentita a quello che avevo visto. Col cuore in gola mi avvicinai alla porta. Suonai. La porta si aprì e apparve la mamma col sorriso sulle labbra, credendo forse essere di nuovo sua figlia, sorriso scomparso improvvisamente dopo avermi visto lì, davanti a lei, con la rosa in mano e gli occhi lucidi. Cercò di balbettare qualcosa di incomprensibile, il che mi diede la conferma di ciò che avevo visto. Senza dire una parola, ma con gli occhi gonfi di lacrime, mi voltai e mi allontanai da lei ripercorrendo a ritroso il vialetto fino ad arrivare sulla strada, aprii la cassetta delle lettere e vi depositai con cura la rosa rossa con accanto il biglietto con scritto “Marco”, poi con un grido straziante mi gettai tra le ruote di un camion che giungeva a velocità abbastanza sostenuta. Un urto terribile. Volai in aria e finii in mezzo alla strada con la vista annebbiata e la mente confusa, dolorante e sanguinante, solo, in una città che non conoscevo e a migliaia di chilometri da casa. Udivo solo una voce femminile che mi chiamava, gridava il mio nome: Marco, Marco, mi senti? Marco, Marco, svegliati”. Sentii muovermi la spalla. Mi voltai di scatto ed aprii gli occhi. Era la mia mamma. “ Marco, svegliati o farai tardi all’Università”. Dopo un attimo di stupore scattai in piedi e l’abbracciai amorevolmente, la strinsi forte a me e le sussurrai: “Ti voglio bene, mamma. E mi infilai sotto la doccia cantando a squarciagola. Era solo un brutto sogno, Giovanna era ancora mia. (immagini prese dal web)

domenica 22 marzo 2015

Un braccialetto rosso contro il razzismo

Ore 14. Il solleone d’agosto si fa sentire in modo impressionante sulla spiaggia di Levante. Lo stabilimento balneare è gremito fino all’inverosimile dalle migliaia di cittadini che ad ogni week end si spostano dalla metropoli alla ricerca di un salutare refrigerio. Sul bagnasciuga i pedalò bianchi e azzurri dondolano leggermente sotto l’effetto delle flebili onde del mare; gli ombrelloni, alcuni dai colori sgargianti, altri leggermente sbiaditi dal tempo, sventolano ritmicamente al soffiare di un afoso scirocco. Sotto di loro una moltitudine di bagnanti cerca riparo dai cocenti raggi solari del primo pomeriggio, alcuni elegantemente sdraiati su comodi lettini o su sdraio, altri accovacciati su asciugamani a mo di “quattro di bastoni”, altri ancora seduti sotto la piccola tettoia della loro cabina sfogliando il quotidiano di turno. Anche io non faccio eccezione, con il mio cappellino di paglia, mi godo la giornata di ferie sdraiato su un lettino con la scritta “Maresole”, mentre osservo con curiosità i numerosi bambini che sul bagnasciuga sguazzano nell’acqua e saltellano nelle buche scavate nella sabbia con le loro palette colorate, incuranti della sabbia che li copre dalla testa ai piedi. Dalla sua postazione elevata il bagnino controlla la sua zona di competenza, dispensando attenzioni ora a destra ora a manca, senza peraltro trascurare lo spettacolare infrangersi delle onde sugli scogli disposti disordinatamente sul lato sinistro dello stabilimento. Il sordo silenzio caratteristico dell’ora della siesta è interrotto ritmicamente dalla voce degli ambulanti che passano sul bagnasciuga con i loro prodotti, dagli strilloni del “cocco fresco cocco bello” a quelli del “vongole e pesce fresco”, passando per i più silenziosi e discreti “vu cumprà”. Cappellini, braccialetti, orologi, parei, asciugamani, anelli, palloncini, sembra incredibile la quantità di merce che riescono a trasportare questi immigrati, per di più camminando tutto il giorno avanti e indietro lungo il litorale sotto il sole cocente. Sono tanti, tutti africani, in maggioranza uomini, scappati dalla fame dei loro paesi d’origine e approdati in Italia in cerca di fortuna, lontani dalle famiglie e dai loro cari. Me ne sto tranquillo ad osservare due bimbi che si litigano un secchiello quando il mio sguardo viene distolto da un vu cumprà che cammina verso la mia postazione. Lo guardo con curiosità. In testa ha una decina di cappelli, uno dentro l’altro, che lo fanno sembrare più alto di quello che è; sulle spalle una serie di asciugamani di vari colori, mentre con una mano regge una lastra di compensato con appesi una miriade di oggetti di bigiotteria, dagli occhiali da sole agli orologi, dagli anelli ai braccialetti, dalle collane ai portafogli; nell’altro avambraccio, piegati a metà, un numero imprecisato di parei e camicette. Il suo andamento è stanco, lo conferma l’espressione della sua faccia. Si guarda intorno per cercare qualcuno che lo chiami, probabilmente più per riposarsi che per vendere qualcosa. Si ferma a pochi metri da me, si siede sulla sabbia infuocata asciugandosi la fronte dopo aver poggiato tutta la sua mercanzia. Una giovane mamma con una bambina, probabilmente sua figlia, si alza dal suo lettino e gli si avvicina, cominciando a curiosare tra la bigiotteria in cerca di qualcosa che la possa interessare. Il viso del giovane è diventato ora più rilassato, accenna persino un sorriso alla piccola. Nel frattempo gli si fanno incontro quattro ragazzi, tutti giovani, quasi sicuramente minorenni, anche loro apparentemente interessati alla sua merce. Tre di loro iniziano a maneggiare, prima con calma poi con fare arruffato, tutti gli articoli del povero vu cumprà, mentre il quarto comincia a giocherellare con i suoi cappelli, misurandoli tutti mettendoli in testa ai suoi tre amici, esibendo un ghigno a mo di sfida verso il povero immigrato, sulla bocca del quale, dopo un momento di stupore, sparisce il sorriso. Non appena la bambina, contenta per l’acquisto di un braccialetto rosso, si allontana insieme alla mamma, noto che il povero immigrato fa per rialzarsi, cercando di recuperare i cappelli che ancora giacciono sul capo dei tre ragazzi, ma quando il poveretto si avvicina, questi con uno scatto si allontanano di qualche metro, prendendosi burla di lui, che insiste silenzioso e infastidito nell’intento di recuperare la sua merce. Il tran tran sta andando avanti da qualche minuto quando la mamma della bambina si rivolge con voce severa ai quattro dicendo loro di lasciare in pace il poveretto e di andarsene. Insensibili alle parole della donna, i teppisti continuano a prendersi gioco del malcapitato, lanciandosi l’un l’altro l’ultimo cappello rimasto nelle loro mani. Finalmente la sensibilità di alcuni bagnanti si sveglia e volano rimproveri duri all’indirizzo dei quattro i quali, vista la mal parata, pensano bene di togliere il disturbo non prima di aver gettato il cappello addosso al poveretto e colpirlo con un violento pugno in faccia facendolo stramazzare sulla sabbia col naso insanguinato, allontanandosi poi rapidamente tra sdraio e ombrelloni gridando frasi razziste all’indirizzo degli immigrati e gente di colore. Il tutto è avvenuto all’improvviso, prendendo in contropiede i bagnanti presenti, i quali non hanno potuto far altro che assistere alla scena sorpresi e impotenti, convinti che quanto successo sia stato un piano ben organizzato e non casuale. Il povero “vu cumprà” giace ancora sanguinante e intontito sulla sabbia bollente, la sua mercanzia sparsa tutta intorno a lui, come intorno a lui si è raccolta una folla di bagnanti, solamente curiosi, dal momento che si guardano bene dall’aiutare il poveraccio in difficoltà. Solamente una manina, una piccola manina con un braccialetto rosso sbuca tra la folla, tiene stretto un bicchiere di coca cola. E’ la sua ultima cliente. Si avvicina al povero immigrato offrendogli la bevanda, per poi tornare rapidamente indietro e ricevere una carezza dalla sua mamma. Lo spettacolo è finito, la folla di curiosi man mano si dissolve tra sdraio e ombrelloni. Il povero immigrato, ripresosi dal colpo ricevuto a tradimento, raccoglie pian piano la sua merce cercando di sistemarla come meglio può, si avvicina poi alla bambina rimasta con la sua mamma ad osservarlo e, scelta una collana tra le più belle che ha, gliela mette orgogliosamente al collo, accompagnando questo gesto con un sincero “grazie”, ricevendo in cambio un innocente sorriso. Messa poi in spalla la sua merce, riprende il suo faticoso cammino, mentre la spiaggia ripiomba nel sordo silenzio dell’ora della siesta, interrotto dalle grida dei due bimbi che su bagnasciuga ancora si litigano il secchiello.

Romolo Benedetti

lunedì 23 febbraio 2015

Amore proibito....

Un altro racconto avvincente del caro amico Mimmo Macrì di Saint Vincent (AO)



Guardando quel corpo nudo dolcemente e mollemente adagiato sul letto con il ventre che si alzava e abbassava impercettibilmente ad ogni regolare respiro di chi si è abbandonato ad un sonno lieve dopo aver a lungo provato il piacere che solo far l’amore può dare, pensò che anche stavolta avevano commesso peccato. Pensò con assoluta razionalità che non avrebbe mai dovuto e potuto appartenere a quella donna. Pensò con assoluto sentimento e amore che quella donna comunque ora era in lui. E sarebbe stato molto difficile lasciarla. Però ancora una volta avevano ceduto. Ancora una volta non erano stati capaci a dire di no. E non che non ne avessero mai parlato, anzi, più di una volta avevano cercato di guardare e analizzare la cruda realtà che non contemplava, a rigor di logica, quella relazione, quel legame che avrebbe dovuto essere impossibile e che però non lo era. Più di una volta si erano detti che sarebbe stato il caso di smettere di frequentarsi e di limitare i loro incontri ai soli scopi ufficiali. Ma sempre avevano rimandato di volta in volta quella decisione. E avevano continuato a peccare. E quindi loro, morigerati, timorati di Dio, credenti, cattolici praticanti continuavano a peccare consci che troncare gli avrebbe fatto ancora più male. La voglia di trovarsi avvinghiati nudi su un letto dove far l’amore o più semplicemente stare vicini, potersi sfiorare e baciare lontano (sia chiaro) da sguardi indiscreti, era più forte di ogni cosa. E questo era diventato uno scoglio insormontabile. Loro che sapevano perfettamente che qualora quella relazione fosse stata di pubblico dominio, che sapevano che sarebbe bastato in quel piccolo paese un pettegolezzo, una frase detta e non detta, un sospetto qualsiasi, uno sguardo indagatore e maldicente per scatenare uno scandalo che li avrebbe travolti infangandoli, mettendoli alla gogna, loro, nonostante tutto, continuavano, pur consapevoli di ciò, a vedersi e ad amarsi.                                                                   Nel segreto più assoluto e con tutte le precauzioni che ciò comporta. Si erano conosciuti mesi prima ad un incontro voluto dalla parrocchia per discutere sull’andamento dell’oratorio e dell’asilo. Maria Clotilde, giunta da altro luogo, in quell’occasione era stata presentata ai presenti a quella riunione quale nuova direttrice dell’asilo in sostituzione di colei che lo era stata per decenni e che, per motivi anagrafici, non poteva più badare ai piccoli ospiti. Faccia pulita, buona cultura e modi garbati avevano immediatamente trovato il plauso dei genitori dei bambini che videro in lei una figura sicuramente adatta allo scopo. E anche Alberto che di figli non ne aveva rimase affascinato da quella ragazza. A dire il vero più che altro era rimasto affascinato dalla sua bellezza. Una bellezza semplice, una bellezza dolce da Madonna. Quando poi i loro occhi si incrociarono sentì come un leggero brivido. La bellezza fa’ di questi scherzi, pensò. Una mattina di qualche tempo dopo durante la prima visita alla nuova direttrice (visite periodiche compiute anche prima perché tra i suoi compiti vi era anche quello), Alberto si ritrovò nell’ufficio dell’asilo per espletare alcune incombenze. Si misero a parlare di cose pratiche e ufficiali con lei dietro la scrivania e lui seduto di fronte. Ma c’era qualcosa nell’aria di indefinito e indefinibile, di impalpabile che più volte distraeva entrambi. E c’era quella bellezza che imponeva di essere ammirata. Uno strano imbarazzo li contagiava come se quella visita non fosse prevista, come se quell’ambiente non fosse familiare. Al termine del colloquio non lo seppe mai cosa spinse i loro corpi ad avvicinarsi, come non lo seppe mai neppure Maria Clotilde. Non seppero mai perché le loro labbra si trovarono a contatto e le loro braccia a stringersi. Bastò solo uno sguardo più lungo del solito, forse, o fu solo pura attrazione fisica. O , chissà, forse fu il diavolo in persona a gettare uno fra le braccia dell’altra perchè voleva far peccare due persone che avevano scelto di amare altri e quindi a tradire. Una vera sfida demoniaca portata a termine con successo. Una trappola da cui uscire, ora, era diventato molto, molto difficile.                                                                  Aprendo gli occhi e vedendo lui che lentamente si stava rivestendo Maria Clotilde provò una sorta di affetto mista a un senso di gratitudine perché mai in vita sua era stata così felice. E mai in vita sua era stata così angosciata, impaurita, tormentata per quello che stava accadendo. Da donna si riteneva appagata. Da profonda e vera credente si riteneva portatrice di quel peccato che l’avrebbe dannata per sempre. Quel peccato che avrebbe voluto scrollarsi di dosso ma che ormai l’aveva coinvolta, rapita, resa complice. Pensò con assoluta razionalità che non avrebbe mai dovuto e potuto appartenere a quell’uomo. A nessun’uomo. Pensò con assoluto sentimento e amore che quell’uomo, comunque, ora faceva parte di lei. No, non poteva lasciare così l’uomo che le aveva fatto conoscere la gioia e la felicità, come non poteva lasciare l’asilo, i bambini che amava, il ruolo che le era stato affidato, la fiducia che avevano riposto in lei. Maria Clotilde si ritrovò a pensare che quella assurda situazione sarebbe terminata prima o poi solo se qualcuno, scoprendo la sua relazione con Alberto, avesse acceso la miccia che avrebbe fatto esplodere quello scandalo tanto rifuggito. Sperò che nessuno lo venisse a sapere mai. Rivestendosi lentamente Alberto si dannò di quella situazione tanto assurda che lo aveva trasportato in quella spirale senza fondo. Pensò che amava i bambini che frequentavano l’oratorio e che faceva giocare divertendosi come loro, insegnando loro nuovi sport e che, ne era certo, lo amavano anche loro. Ma di quella donna a cui non avrebbe dovuto appartenere mai come a nessun’altra donna, era ormai impregnato, intriso, innamorato. Suor Maria Clodilde, neodirettrice del locale asilo, Suor Maria Clotilde che amava i bambini e amava allo stesso tempo (anche se in maniera diversa) Alberto, sperò che nessuno mai si accorgesse di loro. Don Alberto, viceparroco del posto, Don Alberto viceparroco che amava i bambini che faceva giocare e i suoi parrocchiani e amava allo stesso tempo (anche se in maniera diversa) Maria Clotilde, sperò che nessuno mai si accorgesse di loro. Sarebbe stata la fine di tutto.  (immagini prese dal web).



Domenico "Mimmo" Macrì

giovedì 22 gennaio 2015

Frank "Sartana"

Si chiamava Frank, ma per tutti i ragazzi del paese era “Sartana”.Non si sa bene chi gli avesse affibbiato quel soprannome e perché, probabilmente era dovuto al suo modo di camminare, un andamento a braccia leggermente aperte a mo di pistolero e la sigaretta sempre tra le labbra. Non aveva però un cavallo per i suoi spostamenti, bensì la mitica “vespetta50”, molto in voga in quegli anni. Poco si sapeva di lui in paese, se non che abitasse in campagna con i genitori ed un fratello di qualche anno più piccolo. Lavorava la terra insieme alla sua famiglia, pertanto si vedeva in paese solamente al calar del sole e nei giorni di festa, quando arrivava in piazza in sella alla sua “due ruote”, e dopo aver fatto rifornimento di sigarette, stazionava davanti l’ingresso della tabaccheria in attesa di qualcuno col quale scambiare due parole. Non aveva molti amici, ogni tanto con quei due o tre che frequentava abitudinariamente, single come lui, si recava in città alla ricerca di un po’ d’amore mercenario. Nel complesso “Sartana” sembrava un ragazzo semplice, dai modi abbastanza goffi, gran lavoratore, ma frequentandolo più da vicino non si faceva una gran fatica a capire che aveva qualche problema di natura psico intellettiva. Era pressoché analfabeta, i suoi ragionamenti potevano andare d’accordo con quelli di un bambino di nove-dieci anni. Ai suoi interlocutori ripeteva sempre che era in quelle condizioni dopo che suo padre lo aveva colpito in testa con una bastonata quando era in giovane età, ma questa versione non fu mai verificata da alcuno, ma neppure smentita. Nonostante tutto Frank Sartana aveva un pregio enorme: era un gran lavoratore. Instancabile. E questo pregio non era passato inosservato alle famiglie del paese, molte delle quali lo chiamavano per dei lavoretti extra di giardinaggio e potatura. In pratica Frank non era una persona che lavorava per vivere, ma viveva per lavorare. Era benvoluto da tutti, anche se non faceva parte di alcun gruppo o comitiva, era il classico cane sciolto, attaccava bottone con tutti e tutti gli rispondevano come fosse un loro amico. Venne un periodo però durante il quale si persero le tracce di Frank Sartana, non si vide più sfrecciare con la sua vespetta50 e l’immancabile sigaretta in bocca, anche i suoi due o tre amici di “rimorchio a pagamento” non avevano più sue notizie. Sembrava sparito. Tra i ragazzi del paese si cominciavano a formulare delle ipotesi su cosa potesse essergli capitato o dove potesse essere andato, così come se lo chiedevano molte famiglie, delle quali Frank aveva la manutenzione dei loro giardini. Trascorsero i mesi, di Frank Sartana non si parlava quasi più e, quando per tutti diventò un capitolo chiuso, ecco improvvisamente sfrecciare per la piazza del paese la mitica vespetta50 con a bordo Frank e la sua immancabile sigaretta tra le labbra. Era tornato “Sartana”. La solita tappa dal tabaccaio per la solita scorta di sigarette e poi la solita attesa per scambiare due parole con qualcuno. Tutto come prima. Alle prime persone che gli si avvicinarono per salutarlo disse con un sorriso a trentadue denti ( forse qualcuno di meno ) che si era sposato ed aveva anche cambiato abitazione. Ora viveva nel paese vicino insieme alla neo moglie ed alla figlia di lei, una bambina di dieci anni avuta da una precedente relazione. Era felice Frank, tutto casa e lavoro. Non andava più con i suoi vecchi amici alla ricerca dell’amore mercenario, ora aveva una moglie, ed al calar del sole lasciava i campi e di corsa in sella alla sua mitica “due ruote” faceva ritorno a casa. Ormai lo si vedeva solamente per qualche minuto davanti la tabaccheria al momento del rifornimento di sigarette. Passarono alcuni anni durante i quali non successe niente di particolare, ogni giorno era uguale all’altro. Ma si sa, le cose non vanno sempre per il verso giusto, ed il povero Frank dovette improvvisamente fare i conti con la carenza di lavoro. La vita nei campi ben presto terminò, e per mandare avanti la famiglia, che nel frattempo era aumentata di numero con la nascita di Simon, un bellissimo bambino che ora aveva otto anni, il povero Frank cominciò ad elemosinare qualche lavoretto di potatura e piccolo giardinaggio, attività che fino a qualche mese prima svolgeva a tempo perso ma che adesso era diventata una necessità. Scomparve così dalla sua faccia quel sorriso incosciente che lo caratterizzava, quel sorriso che rendeva meno tristi quelle profonde rughe sul suo volto causate dai cocenti raggi solari durante il duro lavoro nei campi. Frank si vedeva sempre meno in giro per il paese. Era una calda mattina di luglio quando, all’uscita dei giornali, la popolazione del paese apprese una terribile notizia, giunta come un fulmine a ciel sereno. Nella prima pagina dei quotidiani locali e nazionali campeggiava un titolo a tre colonne che annunciava il ritrovamento di un bambino morto all’interno di una pineta. Era Simon, il figlio di otto anni di Frank “Sartana”. Sgomento tra gli abitanti, il pensiero dei quali andò subito al povero contadino e a come potesse sentirsi psicologicamente in quel momento. Capannelli di persone si formavano davanti l’edicola per commentare la notizia, la quale diventava più drammatica man mano che si andava avanti nella lettura dei vari giornali. Si venne così a sapere che il piccolo Simon prima di essere ucciso era stato violentato. Altri particolari della sconcertante vicenda venivano alla luce col passare dei giorni, con le indagini effettuate dagli addetti al caso. Nei giorni seguenti venne arrestato un vicino di casa della famiglia di Frank, un uomo di 57 anni, un certo Vincent, con diversi precedenti penali, che dalle indagini emerse era solito introdursi in quella pineta, che dista poche decine di metri dalla sua abitazione e dove era stata messa in piedi una baracca, insieme al piccolo Simon e a suo figlio, coetaneo della innocente vittima. E proprio quest’ultimo avrebbe incastrato il proprio genitore, confessando agli inquirenti che il papà andava in pineta per fare le “porcherie” con Simon. Le indagini portarono all’arresto anche del figlio maggiore di Vincent , Claude, per aver aiutato il padre ad occultare il corpicino senza vita del piccolo Simon. Le indagini continuavano senza soste, portando alla luce altre storie sconcertanti di sesso e pedofilia. I figli di Vincent, tutti, dal più grande al minore, erano sistematicamente violentati sessualmente dal loro padre, che li costringeva a turno ad entrare nel suo letto. Ma il fatto più clamoroso di tutta la triste vicenda e che nessuno si sarebbe mai aspettato fu, diversi giorni dopo l’uccisione del piccolo Simon, l’arresto proprio del padre della vittima, “Frank Sartana”. Evidentemente le indagini portate avanti dagli inquirenti stavano dando i loro frutti, il senso di omertà andava sgretolandosi e la gente cominciava a parlare. Fu la figliastra a confessare alla polizia che spesso negli anni passati era stata oggetto di stupro da parte del patrigno, ovvero Frank. Da qui l’arresto. Nel vecchio paese di Frank gli abitanti stentarono a credere a quello che scrivevano i giornali, conoscevano “Sartana” fin da ragazzo e lo consideravano una persona innocua, gran lavoratore, incapace di fare del male persino ad un moscerino, tant’è che molti di loro lo avevano persino ospitato a pranzo nei giorni durante i quali lavorava nei loro giardini. “E se fosse stato vero - si domandavano gli stessi - che pericolo avrebbero corso i nostri bambini?” E come succede sempre, la popolazione si divise tra innocentisti e colpevolisti. Moltissima gente partecipò ai funerali del piccolo Simon, la mamma in prima fila, che non distaccava i suoi occhi senza più lacrime dalla piccola bara bianca, subito dopo i suoi compagni di scuola e di giochi, e chissà, forse anche di sventura, e una moltitudine di persone comuni venute appositamente per rendere l’estremo saluto alla piccola vittima innocente. Passò il tempo e si arrivò al processo, alla fine del quale il Vincent venne condannato all’ergastolo per l’omicidio del piccolo Simon, il figlio Claude ebbe una condanna a quindici anni per concorso in omicidio e occultamento di cadavere, mentre il povero, si fa per dire, Frank “Sartana”, riconosciuto colpevole di stupro ai danni della figliastra, venne condannato a otto anni di reclusione. E come il vento porta via le foglie, così il tempo cancella i ricordi. Complice il mancato sfrecciare della mitica “vespetta 50” nella piazza del paese, Frank venne ben presto dimenticato, rimane nel piccolo cimitero una lapide ricoperta perennemente di fiori freschi. Simon è restato e resterà nel cuore e nel pensiero di molti. ( immagini prese dal web )

Riferimenti a fatti, persone o cose, è puramente casuale.


Romolo Benedetti