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sabato 6 maggio 2023

Gli occhiali greci

Teatro Romano di Ostia antica, gioiello dell’età Augustea e fiore all’occhiello degli omonimi scavi famosi in tutto il mondo. Molto ben conservato e per questo ancora oggi tempio di manifestazioni teatrali, canore e quant’altro durante i periodi estivi. È proprio in alcune di queste manifestazioni teatrali che, negli anni 60 o su di lì, capitava non di rado che fosse necessario, da parte degli organizzatori, reperire delle comparse per delle piccole apparizioni mute in scena. Noi ragazzetti dell’epoca durante il periodo di queste programmazioni stavamo sul chi va là all’ingresso degli scavi con la speranza che potesse esserci l’occasione di guadagnare qualche migliaio di lire e spesso accadeva, come quella volta che cercavano alcuni ragazzi che impersonassero soldati dell’antica Grecia. Io fui tra i fortunati che vennero scelti insieme ad altri tre amici. Non era niente di impegnativo, al momento opportuno bisognava entrare in scena per un paio di minuti vestiti da soldati greci con delle specie di lance in mano per arrestare un personaggio di cui non ricordo il nome, interpretato magistralmente dall’attore dell’epoca Vittorio Congia, persona squisita e simpaticissima. Eravamo al contempo spaesati, timidi e divertiti dietro le quinte, essere vicini agli attori che vedevi al cinema o in televisione non ci sembrava vero e ci saremmo rimasti per cinque serate, tante erano le repliche di quella commedia.Venne il momento di entrare in scena, la prima aveva portato molti spettatori sulle gradinate del teatro, complice anche una tiepida e gradevole serata di agosto. Ci diedero istruzioni sul come e quando entrare sul palco, ci disposero in fila indiana e da lì a breve saremmo entrati, quando all’improvviso sentimmo una voce dietro di noi alquanto stizzita che diceva: “Aoh… ma 'ndo cazzo vai!?” Ci girammo di colpo, era lo scenografo che veniva verso di me con uno sguardo non proprio amichevole. “Ci hanno detto di metterci qui pronti per entrare, perché?” Risposi alquanto impaurito da quegli occhi fuori dalle orbite. Lo scenografo mi prese il braccio e, alzandomelo davanti agli occhi, continuò stizzito: “ Ma secondo te gli antichi greci avevano l’orologio e gli occhiali? Vai a toglierli immediatamente!” Rimasi come uno stupido a guardare l’orologio e a toccarmi gli occhiali, mentre i miei amici se la ridevano a crepapelle prendendomi in giro: “Già che c’eri potevi entrare in scena in giacca e cravatta, ah ah ah.” Mi dissero perculandomi. Bastardi

giovedì 4 maggio 2023

Veglione di Capodanno 1970

Veglione 1970, Saint Vincent. Il locale dove si svolgeva il cenone di fine anno era il “Polo Nord”, avevamo prenotato l'ingresso per il dopo cena in quanto non avevamo la disponibilità economica per il classico cenone, questo l'avremmo consumato tutti insieme a casa di Paolo a base di spaghetti alla carbonara e pizzaiola. La temperatura si era abbassata di molto, eravamo abbondantemente sotto i zero gradi, la colonnina di mercurio appesa all'ingresso della tabaccheria di via Chanoux segnava - 22, il naso e le orecchie pizzicavano, le strade erano deserte, non poteva essere altrimenti visto che la neve si era tramutata in ghiaccio e si faceva fatica a camminare, non si vedeva più il candido paesaggio bianco dei primi giorni di neve se non sulle montagne e sui tetti delle case ma nelle strade ormai era presente un misto di ghiaccio e terra di uno schifoso color marrone dovuto al passaggio dei veicoli che sinceramente cominciava a rompere i coglioni.Trascorremmo il pomeriggio chiusi al calduccio della casa di Paolo in attesa della cena e di recarci al locale. Gustammo un cicchetto di ottima grappa casalinga con le note della canzone “Per una lira” del grande Lucio Battisti e giocando a carte per ammazzare il tempo fino all'ora stabilita per recarci al locale.Improvvisamente Claudio tirò fuori dalla tasca un porta pasticche. - Ragazzi, guardate cosa ho portato con me, qualcuno ne vuole una? Ci disse mentre l'apriva. Al suo interno c'erano delle piccole pillole bianche.- Che cosa sono? Chiedemmo incuriositi. - Pasticche di simpamina - rispose Claudio - per tenerci svegli tutta la notte, così ci godremo il Capodanno per intero, arriveremo tranquillamente all'alba senza stancarci. - Ma che è, droga? Chiedemmo impauriti. - Ma quale droga! Sono pillole che ti danno un po' di energia -, ribatté Claudio, - se ne volete ci sono per tutti. - Ma non ci faranno male? - Chiesi. - Le ho già prese diverse volte e sono ancora qui -, disse Claudio. Guardavamo quelle pillole come fossero bombe a mano, non volevamo metterci nei guai e magari perdere la fiducia dei nostri genitori. Alla fine qualcuno si lasciò convincere e le prese. Consumammo in fretta i nostri spaghetti alla carbonara cucinati sapientemente da Speedy e le nostre pizzaiole dopodiché cominciammo a prepararci per il ballo. All'ora stabilita eravamo tutti all'ingresso del Polo Nord, un bel gruppetto, noi venuti da Roma e amici e amiche del luogo, tutti incappottati e muniti di sciarpe e zucchetti. Dall'interno del locale proveniva un vociare di gente e note musicali, la festa era già cominciata. Entrammo ordinatamente e ci dirigemmo verso i tavoli a noi assegnati, ci mettemmo in libertà da cappotti, sciarpe, zucchetti e quant'altro e iniziammo a prendere confidenza con l'ambiente. C'erano molti ragazzi della nostra età, molte famiglie e qualche nonnetto dall'aspetto arzillo, anche il gruppo musicale che suonava era abbastanza giovane. Erano quattro ragazzi più o meno della nostra età, a prima vista dall'aspetto molto antipatico e che si rivelò tale nel prosieguo della serata. Alcuni di noi si gettarono nella mischia e cominciarono a ballare come forsennati, altri preferirono rimanere al tavolo ed osservare quel che succedeva intorno, mentre alcuni cominciarono a girare per la sala in cerca del famoso “acchiappo”. Si entrò ben presto nel vivo della festa, la gente si scatenava sempre più man mano che si avvicinava la mezzanotte ma anche perché faceva incetta di vino, birra e quant'altro, non c'era tavolo ove non ci fosse una bottiglia di grappa o Genepy. Speedy in un momento di relativa quiete mi disse: - Lo sai che questi che suonano sono proprio antipatici? Ma chi se credono di essere? - Se sentono fighi perché c'hanno quattro corde tra le mani - risposi io - gliele metterei al collo le corde. - - Ora te li sistemo io, vieni con me. - disse Speedy dirigendosi verso il bar. - Mo che te devi inventa'? Nun famo cazzate che qui ce pìano a calci. - risposi seguendolo preoccupato. Giunto al bancone chiese cortesemente al barista alcune fette di limone, il quale gentilmente gliele offrì in un piattino e ringraziandolo ce ne ritornammo al nostro tavolo. Remo e Arcangelo ci guardarono stupidi vedendoci maneggiare le fette di limone. - Perché avete quei limoni? - chiese Remo - avete ordinato qualcosa da mangiare? - - No, No - rispose Speedy - adesso ci divertiamo, andremo davanti al palco e cominceremo a succhiare queste fette di limone guardando in faccia quelli che cantano, magari mimando qualcosa di veramente aspro da far raggrinzare tutti i muscoli della faccia. - - Bellissimo - gridò Arcangelo - voglio proprio vedere che faccia faranno. Io ci sto. - - Ma così rischiamo di farli smettere di cantare, succederà un casino. - Esclamò Remo preoccupato ma nel contempo divertito. - - E che ci possono fare - continuò Speedy - mica è vietato mangiare i limoni, andiamo. - e facendosi largo tra la gente che ballava si diresse verso il palco. Ci disponemmo in posizione strategica per il nostro piano, alcuni ai lati del palco, altri al centro in posizione frontale e ad un segno convenuto iniziammo a succhiare le fette di limone al cospetto del gruppo musicale che stava cantando, facendo le smorfie più incredibili e mimando l'asprezza del nobile agrume. I musicisti cominciarono ad impallidire, le loro facce si sconvolsero al punto che furono costretti a guardare da tutt'altra parte piuttosto che verso la sala, qualcuno steccò qualche nota musicale così come il cantante che nel frattempo si era rivolto verso il batterista per non vederci, volgendo le spalle alla sala. Fu a quel punto che decidemmo di smettere per evitare che accadesse qualcosa di poco simpatico con i gestori del locale che già si erano allertati. Ritornammo quindi al nostro tavolo sbellicandoci dalle risate. - Così imparano a fare gli stronzi - disse Speedy ridendo, con lo sguardo rivolto verso il palco e incrociando gli occhi “avvelenati” dei quattro musicisti.

martedì 22 novembre 2022

Gita in pullman

Non la ricordavo così bella. Non facevo una gita in pullman dai lontani e indimenticabili tempi della scuola,quelle fantastiche giornate che iniziavano e terminavano con strill, canti, scherzi e quant'altro di gioioso. Anche se quella di ieri organizzata dal Centro Anziani è stata un tantino diversa per ovvi motivi anagrafici, fisici, di argomenti e quant'altro, la spensieratezza non è mancata.Certo, gli argomenti di dialogo non erano più quelli di gioventù, donne, motori, scuola e quant'altro potesse interessare un giovane studente, bensì si dialogava sui figli, famiglia ma soprattutto di acciacchi fisici, artrosi, vecchiaia, prostata e di più.Tutto sommato una bellissima esperienza da ripetere senza ombra di dubbio, completata anche dalla bellezza dei luoghi visitati, Rasiglia, piccola frazione in provincia di Perugia chiamata "la Venezia dell'Umbria" per via dei corsi d'acqua che attraversano il piccolo centro e Spello,cittadina anch'essa in provincia del capoluogo umbro, facente parte del circuioto "i borghi più belli d'Italia", famosa per le sue infiorate e con la chiesa di Santa Maria Maggiore che ospita alcuni affreschi del Pinturicchio. L'appuntamento è dunque alla prossima gita alla quale sicuramente sarà assicurata la nostra presenza.

giovedì 11 novembre 2021

10 novembre 2007: data che non scorderò mai

10 novembre 2007 ore 23, una data che non dimenticherò facilmente. Dopo una tranquilla cenetta a casa con amici iniziai a perdere conoscenza e venni trasportato con urgenza all'ospedale in ambulanza. Stavo entrando in coma epatico. Erano già  diversi mesi che ero in lista di attesa per un trapianto di fegato. Arrivai al Pronto soccorso legato come un salame, gli infermieri del 118 dovettero prendere questa estrema decisione in quanto  mi trovarono in preda ad una aggressività tale da assalirli non appena entrarono  in casa per soccorrermi, aggressività dovuta ad un eccessivo aumento di ammonio nel sangue, confermato dalle analisi fattemi urgentemente e che evidenziarono un valore maggiore di circa venti volte  rispetto al valore normale, caratteristica  purtroppo della grave insufficienza epatica che mi accompagnava da diversi mesi. Rimasi in condizioni di semi incoscienza per tutta la notte e buona parte del giorno successivo e solo a sera cominciai a riconoscere  mia moglie che era accanto al mio letto. Mi disse che aveva contattato il centro trapianti e che mi avrebbero trasferito  il più presto possibile, cosa che  avvenne un paio di giorni dopo, sottoponendomi al trapianto di fegato il giorno 15 novembre. Inizialmente l'intervento non andò bene in quanto ebbi un inizio di rigetto che mi costrinse a ben centocinque giorni di terapia intensiva in condizioni più o meno gravi ma che fortunatamente andarono  migliorando molto lentamente col passare del tempo. Lasciai l'ospedale dopo ben sei mesi in condizioni discrete e fortunatamente ora sono qui a raccontarlo, grazie all'equipe di medici che si adoperarono per far sì che potessi tornare ad una vita normale, ma soprattutto grazie al mio angelo donatore che purtroppo non mi è dato di conoscere e che non finirò mai di pensarlo ogni giorno.

mercoledì 10 marzo 2021

L'orto der prete

Certo che da regazzini de cazzate n’amo fatte ‘n botto, all’epoca, parlo de li primi anni 60, vivevamo de pane e cazzate, nun c’era giorno che nun ne combinavamo una e guasi sempre je la sfangavamo. Dico guasi sempre perché quarche vorta ce semo annati pe’ le piste. Come quaa vorta che annamio a fregà l’arbicocche ne l’orto daa Parocchia, nun tanto pe magnalle quanto pe’ fa ‘n dispetto a Padre Adorfo, er vecchio pretaccio maledetto co’ l’abbitudine de dacce ‘e cinghiate su le gambe, pe’ scherzo ce diceva, ma li mort… quanto faceva male! C’aveva ‘na cinta che je ggirava intorno a la trippa e poi je scenneva fino a le cavije. Annaje a fregà l’arbicocche sarebbe stata a vendetta nostra, ‘na goduria, ce sarebbe annato ‘n puzza de brutto. ‘Sto pretaccio c’aveva ‘n’orto ch’era a fine der monno, ‘na favola, c’era de tutto e de ppiù, nespole, arbicocche, cerase, fichi, prugne, limoni, in poche parole c’era da magnà e da bbeve. A noi c’annavano a sangue l’arbicocche e li fichi, ma allora girava ‘na voce, nun so si era vera o era ‘na fregnaccia, che la pianta de fico è traditora, se caschi da quaa pianta te fai male de bbrutto, perciò l’avemo lassata perde, dovevamo da rubbaje l’arbicocche. Sapevamo che guasi tutte ‘e sere er pretaccio c’aveva da fa co’ li regazzini boy scout ner salone de li giochi che stava daa parte opposta de l’orto, quinni c’avevamo campo libero pe’ dà l’assarto a l’arbicocche. Semo entrati ne’ l’orto da ‘na porta daa sacrestia e dopo ‘na manciata de seconni Tonino era su l’arbero mentre io e Arvaro semo rimasti sotto co’ ‘n paro de buste de plastica. “Pia Arvà… pia Arvà…” diceva Tonino mentre staccava li frutti daa pianta e li faceva cascà nee bbuste de plastica senza neanche vedelle. “Arvà, pia questa ch’è grossa, quest’artra maa magno subbito aa faccia de Padre Adorfo”. La prima busta era guasi piena che vedemio er pretaccio e ‘a sua cinta venì verso de noi come ‘n furmine. Come caz… ha fatto a sapè che stavamo lì? Sta de fatto che io e Arvaro se semo dati de corsa mentre Tonino che ‘n s’era accorto de gnente continuava a staccà l’arbicocche e a dì “ pia Arvà… pia Arvà” lasciannole cascà dentro a busta de plastica che mo stava nee mani der pretaccio sotto l’arbero.
“Quando scendi oltre alle albicocche assaggerai anche la mia cinta” disse Padre Adorfo pe’ attirà l’attenzione de Tonino, che senza penzacce ‘n’attimo ne tirò una addosso ar pretaccio e co’ ‘n sarto da fa invidia a Cita arivò a n’arbero de limoni vicino e poi se n’andiede de corsa verso ‘a sacrestia lascianno er vecchio prete come ‘n coj…e co’ la busta d’arbicocche ‘n mano. Arvaro ce raggiunse a li giardinetti, “mortacci vostri me lo potevate dì che stava pe’ arivà er prete, m’ate fatto fa Tarzan!” ce disse tutto affannato pe’ la corsa. “ N’amo fatto ‘n tempo Tonì, se so mosse prima e gambe daa bocca”, j’arisponnettimo mentre se spisciavamio da ‘e risate. Fecimo passà ‘n ber po’ de tempo prima de ritornà a la sala giochi daa parocchia, tanto er pretaccio mezzo rimbambito se sarebbe scordato de noi ma soprattutto de Tonino. Seeeeee… questo ‘o credevamo noi!!! Come amo rimesso piede a la sala giochi, mentre stavamo a ggiocà a bijardino se sentì a l’improvviso un”ciak” e subbito dopo un “ahia!” Era a cinta de Padre Adorfo che se stampava su le gambe de Tonino. “ Sono più buone le albicocche o la mia cinta? - disse er pretaccio mentre Tonino se strusciava co’ la mano dietro la coscia guardannoselo storto– domenica vi voglio tutti e tre a messa altrimenti lo dico ai vostri genitori.” Che voo dico a fa, la domenica in chiesa stavamo ‘n prima fila, “Dominus vobiscum” diceva er pretaccio rivorto a li parocchiani ma co l’occhi verso de noi, “et cum spiritu tuo” risponnevamo noi ad arta voce… e ” vaffanculo te e la tua cinta”… a voce molto ma molto più bassa.

martedì 13 novembre 2018

Quell'11 Novembre 2007

Sembrava essere una serata normale quella di quel sabato 10 novembre di undici anni fa, una tranquilla cenetta in casa con una coppia di amici, ormai ex, terminata allo scoccare della mezzanotte. In quel periodo se ne facevano diverse di cene in casa mia con gli amici, se non altro per tenermi alto il morale dal momento che ero in attesa di un trapianto di fegato visto che il mio era arrivato non alla frutta ma addirittura alla ricevuta fiscale.
Il tempo di salutare la coppia di (ex amici) e per me fu il buio più totale, mi ritrovai in un letto di ospedale intontito e legato mani e piedi, era il primo pomeriggio dell'11 novembre 2007, avevo vinto un coma epatico che durava da circa dodici ore. Legarmi mani e piedi si era reso necessario in quanto, mi fu detto da mia moglie molto tempo dopo, rimasti soli in casa, cominciai ad avere problemi di vomito e di testa al punto di arrivare ad aggredire fisicamente con violenza il medico dell'ambulanza, una donna, chiamata per ricoverarmi, colpa del dosaggio dell'ammonio nel mio organismo innalzatosi enormemente. Comincia a ricordare qualcosa nel tardo pomeriggio della domenica dopo le prime cure e, ormai slegato, la cosa che chiesi prima di tutto fu il risultato della partita Inter Lazio che si giocava quel giorno a Milano. Mi dissero che la partita era stata rinviata perché era morto un tifoso della Lazio in autostrada. Avevano ucciso GABRIELE SANDRI!

domenica 30 settembre 2018

Si ricomincia

Finite le vacanze estive, e finite nel migliore dei modi, con una fantastica gita di gruppo alle pendici del Terminillo ed una colossale "abbuffata"in un ristorante tra i più rinomati della zona e non solo,"La Tana del lupo".
Tra un piatto di trippa e uno di coratella, tra affettati di montagna e squisiti funghi porcini, tra bottiglie di buon vino e grappini finali, quest'ultima domenica di vacanza ha permesso a tutti noi di rincontrarci dopo la pausa estiva e di porre le basi per un altro anno insieme. Da oggi si ricomincia, si ritorna a fare i maestri, non tra i banchi di scuola ma sulla pista da ballo. Eh sì, perchè la nostra è una scuola di ballo, a modo suo ma una scuola di ballo ed io e mia moglie siamo i maestri. Perchè a modo suo? Semplicemente perche la nostra scuola somiglia ad un bel circo, quella magnifica fonte di divertimento e risate per grandi e piccini, dove i nostri allievi sono i protagonisti, sono acrobati e all'occorrenza anche clown. E proprio il divertimento ha scalzato dal primo posto il desiderio di diventare ballerini provetti.
Intendiamoci, il ballo è il motivo principale per il quale i nostri allievi vengono a scuola, mettono impegno ad apprendere i vari balli e sono anche abbastanza bravi, ma il loro affiatamento consolidatosi negli anni fa sì che ogni lezione termini con una battuta, un gesto, un movimento scatenante risate generali. Per non parlare delle serate dei sabato sera nelle sale da ballo della zona. Ovunque si vada l'allegria non manca e spesso contagia chi ci è vicino, a cominciare dalle orchestre che allietano le serate danzanti con le loro note musicali e tramite le quali spesso diventano nostri complici. Una scuola di buontemponi quindi, che nonostante gli ... anta superati da un pezzo, non disdegnano affatto il divertimento e l'allegria classici, quelli ruspanti, convenzionali. Per i cantieri c'è tempo.

martedì 4 settembre 2018

Poteva finire meglio.

Venerdì 10 agosto, data di rientro in Italia dopo qualche giorno di vacanza nella bellissima e pulitissima Cracovia. Il volo è alle ore 20.05 e complice un bel sole c’è tutto il tempo per un ultimo giro turistico della città per noi e i nostri amici, ci manca ancora il Castello di Wawel e una mini gita in battello sulla Vistola prima di consumare l’ultimo pasto a base di “pierogi” in terra polacca. La mattina scorre tranquilla tra gli ultimi scatti con i nostri telefoni, mentre il sole piano piano sembra voltarci le spalle al punto tale che al termine del nostro pranzo il cielo è diventato di un buio impressionante a causa dei nuvoloni che sembra si siano concentrati tutti su Cracovia. Si decide di comune accordo di anticipare il trasferimento all’aeroporto per evitare brutte sorprese dell’ultima ora. Arriviamo alle 17.00 o giù di lì e dopo aver pagato il taxi con gli ultimi 120 zloty ci avviamo frettolosamente verso il terminal in quanto la temperatura è scesa a 18°C e il nostro abbigliamento si addice ad una temperatura più “estiva”, un modo non tanto simpatico di chiudere la nostra bella vacanza. Il tempo di orientarci e ci mettiamo in fila per il controllo bagagli e il passaggio al metal detector, non c’è tanta gente, siamo in largo anticipo, man mano che ci avviciniamo notiamo che si devono depositare tutti gli oggetti, metallici e non, in un cestello prima di passare al controllo, anche la cinta dei pantaloni. Mentre ci ricomponiamo con le nostre cose, all’altro controllo un nostro amico è stato bloccato da un militare polacco che gli ha chiesto con insistenza di aprire il suo trolley; tranquillamente lo apre ed il milite si concentra su una bottiglietta di profumo facendogli capire, con uno sguardo da cattivo, che non poteva portarla perché fuori misura. A niente sono servite le giustificazioni del nostro amico, che si è visto sequestrare anche una confezione di bagnoschiuma, dopodiché ha avuto il benestare di richiudere il suo trolley e di andare, naturalmente molto contrariato in quanto il profumo sequestrato era molto costoso. Superato questo antipatico problema ci siamo diretti al gate del nostro volo prendendo posto nella sala di attesa ancora semivuota, mentre sul monitor delle partenze il nostro volo è dato in orario, al contrario di molti altri della nostra stessa compagnia che riportano notevoli ritardi o addirittura cancellati a causa di uno sciopero dei piloti che interessa mezza Europa con esclusione però di Italia e Polonia. Siamo tranquilli. Man mano che il tempo passa aumentano i passeggeri in attesa, così come aumentano i voli in ritardo e quelli cancellati. Non siamo più sicuri come prima, sono le 19.30 e ancora non si parla di imbarco. Ormai i nostri occhi sono puntati stabilmente sulle partenza e ad ogni cambio c’è un sussulto, fino a che non arriva quello che volevamo non arrivasse, la scritta “Delayed” appare a fianco del nostro volo e la partenza è posticipata alle 23.30, tre ore e mezza più tardi! Sconforto. Ci guardiamo inebetiti, il brusìo aumenta tra gli altri passeggeri mentre al gate successivo al nostro volano addirittura imprecazioni per il volo Cracovia – Pisa che è stato cancellato. Che fare? Siamo troppo irritati per pensare. Alcuni di noi si allungano rassegnati su due sedili con la speranza di riposare mentre altri, me compreso, fanno avanti e indietro lungo l’area dei vari gate per calmare l’arrabbiatura. Sembra che il tempo adesso abbia rallentato per dispetto, non passa mai, avremo fatto qualche chilometro andando su e giù per l’aeroporto. Guardo l’orologio, sono le 22.00. “Ancora – esclamo – a quest’ora saremmo dovuti atterrare a Ciampino” invece siamo ancora qui, prigionieri nell’aeroporto della “bellissima” Cracovia e con la fame che comincia a fare capolino. C’è una pizzeria all’interno dell’aeroporto, è ancora aperta, si decide di mangiare qualcosa, tenendo sempre d’occhio il tabellone delle partenze. Sul finire della cena abbiamo un sussulto, sul tabellone sparisce l’orario del nostro volo. “Oh, no! – diciamo in coro – e adesso a che ora partiremo?” Siamo in attesa del nuovo orario con trepidazione e rabbia. Ritorniamo al gate, ci rendiamo conto che siamo rimasti solamente noi del volo Cracovia Roma, cerchiamo qualcuno che possa darci qualche informazione ma niente, neanche l’ombra di un addetto della compagnia. Intanto si sono fatte le 23.00, siamo sempre più stanchi, cominciamo a convincerci che di riflesso lo sciopero abbia influenzato anche il nostro volo. All’improvviso si presenta al gate un’assistente di terra che ci comunica che il nostro aereo è partito da poco da Roma. Il brusìo di qualche ora prima si trasforma in un’imprecazione collettiva, alcune persone vorrebbero spaccare il mondo, altre si lasciano cadere pesantemente sui sedili della sala d’aspetto con la testa tra le mani, sconfortati. Questo significa che fra due ore l’aereo sarà qui a Cracovia e saranno le ore 01.00, un’odissea. Rassegnàti, ci siamo seduti anche noi, appoggiandoci gli uni agli altri per cercare, senza riuscirci, di riposare durante le due ore di attesa, trascorse le quali vediamo atterrare un aereo della nostra compagnia ma è dovuta trascorrere un’altra mezz’ora abbondante affinché si sentisse una voce che dagli altoparlanti invitava i passeggeri de volo Cracovia Roma a prepararsi per l’imbarco al gate 3. Si è subito formata una calca all’ingresso dell’imbarco che abbiamo lasciato smaltire rimanendo seduti per poi entrare tranquillamente in aereo per ultimi. La ciliegina sulla torta di questa antipatica giornata, ma questo già lo sapevamo fin dal momento del check in online, è che nessuno del nostro gruppo ha posti vicini, quindi faremo questo viaggio di ritorno separati, e con la sfiga che mai mi abbandona mi ritrovo accanto una vecchia suora, inizia il decollo e questa comincia a snocciolare il rosario, fede o strizza? A scanso di equivoci chiudo gli occhi e cerco invano di dormire. Atterriamo a Roma Ciampino alle ore 03.40, poco dopo dalle scalette dell’aereo scendiamo in fila indiana somiglianti più a degli zombie che a persone umane, un’ora più tardi eravamo nel nostro più che desiderato letto, molto stanchi ma soddisfatti della nostra breve vacanza nella bellissima Cracovia.



martedì 24 luglio 2018

La mia bambina

Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata questa decisione, era inevitabile, è la ruota della vita. Speravo però sempre nel “poi”, il più tardi possibile, non a soli venti anni. E soprattutto non in questo modo così traumatico, fulmineo, spietato. La mia bambina. “Papà – mi ha detto – ho deciso di andare a vivere temporaneamente a casa di Alessio”, una pugnalata mi avrebbe procurato meno dolore. Mi addolciva l’amara pillola con quella parola “temporaneamente”, ma sapevo benissimo che mentiva. Non che mia figlia fosse una bugiarda, non le avevo insegnato questo, ma aveva decisamente un carattere debole, molto influenzabile, di conseguenza il suo Alessio ha trovato terreno fertile ed è stato un gioco da ragazzi convincerla in questa decisione, con immensa gioia, e forse aiuto, della cara mammina che mai e poi mai avrebbe sopportato di vedere il figlio lontano dalle sue gonne. Eh sì, perché “a casa di Alessio” voleva dire insieme ai suoi genitori e alla nonna quasi novantenne!!!! E la mia bambina c’è cascata in pieno! Venti anni, un’età durante la quale potrebbe e dovrebbe divertirsi e girare il mondo ( perché no, anche con il suo Alessio) e non pensare in questo momento a cose alle quali non è ancora preparata. In questo momento i suoi occhi vedono tutto rosa, le sue orecchie ascoltano solamente le parole del suo Alessio, il primo amore. Tutto il resto non conta. L’esperienza mi dice di aspettare, che il tempo è galantuomo, sarà pur vero, ma è molto dura. Rileggo spesso le parole della poesia che le avevo scritto per i suoi diciotto anni, dove le dicevo che entrando in società avrebbe cominciato a scrivere pagine importanti della sua vita, “Sappile scrivere con la calligrafia più bella”, le scrivevo. “Bambina mia (per me sei sempre una bambina), forse questo passo ti è sfuggito o forse non gli hai dato il giusto valore, ma voglio dirti che in questo momento la tua calligrafia è alquanto illeggibile, mettendoci tutta la mia buona volontà non riesco a leggere neanche una sillaba di quello che stai scrivendo. Sarebbe il caso di migliorarla questa calligrafia, non trovi?? Un bacione”. (foto presa dal web)

sabato 24 marzo 2018

Visita di controllo



Alzataccia di buon’ora la settimana scorsa. In altri frangenti sarebbero scesi giù tutti i santi del calendario gregoriano dal momento che sono solito alzarmi a mattina inoltrata, lo stato di pensionato me lo permette, ma venerdì scorso era una giornata particolare per me, visita semestrale di controllo, un rituale che si ripete da ben  dieci anni, cioè da quando subii un trapianto di fegato. Ogni volta questa giornata suscita in me un sentimento di odio e amore nei suoi riguardi, vorrei non venisse mai ma l’aspetto con impazienza. La paura di trovare qualche valore alterato delle analisi fatte è tanta, memore di quel (fortunatamente) lontano periodo dove tutto andava storto, la morte era ad un passo e bisognava aspettare, aspettare impotente, aspettare un angelo donatore che riportasse il sorriso sulle mie labbra e su quelle dei miei familiari.  Di contro è tanta anche la voglia (o la speranza) di veder premiato il tenore di vita controllato al quale mi sono votato dopo la grande paura, con delle analisi che rientrassero o quantomeno si avvicinassero alla normalità. L’attesa per entrare in visita era non dico stressante ma come minimo preoccupata, mi trovavo in buona compagnia in quanto il venerdì è il giorno dedicato alle visite di controllo dei pazienti trapiantati. Il mio carattere silenzioso mi portava ad ascoltare, senza volerlo, i discorsi dei presenti che vertevano principalmente sulle loro condizioni di salute, ma mentre alcune davano enorme soddisfazione a chile raccontava e a chi ascoltava, altre incutevano un po’ di preoccupazione. Alcuni pazienti raccontavano l’insorgere di qualche problema di salute più o meno grave, più o meno preoccupante, che mettevano in allarme i presenti, me compreso, soprattutto se questi pazienti erano trapiantati da meno tempo del sottoscritto. Ormai ho superato i dieci anni di ”nuova vita” e nella mia mente balena perennemente il solito dubbio: ”quanto può durare?”, “cosa mi riserva il futuro?” Intanto il tempo passava e l’attesa era diventata un tantino snervante, uscivo dalla sala d’aspetto e mi rifugiavo nel corridoio per evitare di ascoltare altri problemi di salute, fino a quando ho sentito scandire ad alta voce il mio nome. Preoccupato e a passo veloce sono tornato indietro e mi sono diretto davanti alla porta accostata della sala visite dalla quale intravedevo il medico concentrato su un foglio accanto a lui. Mi ha invitato a sedermi mentre continuava a tenere i suoi occhi abbassati sul foglio, nel quale sbirciando un pochino ho intravisto il mio nome . Erano le mie analisi. Ho cominciato a fissarlo cercando di carpirgli qualche smorfia dal suo viso che avrebbe potuto farmi capire qualcosa, niente di tutto ciò, sembrava una statua di marmo. Il cuore cominciava a farsi sentire con veloci battiti mentre un groppo in gola affannava il mio respiro, sembrava un’eternità che fossi su quella sedia. Ad un tratto appoggiandosi allo schienale della sua poltrona e rivolgendosi a me ha detto: “Come ti senti?” “Perché mi fa questa domanda?” ho pensato prima di rispondergli ”mai stato così bene”. “I tuoi esami sono perfetti- ha continuato – e il tuo fegato è Ok, devi solo stare attento ai trigliceridi, sono leggermente alti”. Ho tirato un sospiro di sollievo e le mie labbra hanno ritrovato il sorriso. Dopo uno scambio di domande e risposte chiarificatrici con il medico e fissato un nuovo appuntamento semestrale l’ho ringraziato e dopo averlo salutato sono uscito attraversando la sala d’aspetto mostrando il pollice alzato ai presenti ancora in attesa della loro visita. Ero felice, e al bar del nosocomio mi sono concesso un gustosissimo cornetto alla crema, sperando vivamente che il signor Diabete on si arrabbi più di tanto.

giovedì 8 febbraio 2018

Aneddoti di vita lavorativa

Non è raro che durante i momenti di relax, e come pensionato ne ho abbastanza, mi ritrovi a pensare, o meglio, ad analizzare le varie fasi della mia vita, che siano lavorativa, studentesca o dei favolosi anni 60, e spesso mi ritrovi più che a sorridere, a ridere a trentadue denti ( sono esagerato, qualcuno l’ho perso per strada!). Fasi queste sature di aneddoti per lo più allegri e simpatici che mi fanno riconciliare con il buonumore nei momenti difficili.
Come quella volta a Catania durante una Convention di lavoro per il lancio di un nuovo farmaco. La sera prima di ripartire per Roma dopo aver fatto le ore piccole tra colleghi nella hall dell’hotel Sheraton parlando appunto del nuovo farmaco e di altre cazzate in genere, ritornando nelle nostre camere io e un collega, Ivano, notammo una serie di foglietti appesi alle maniglie di molte camere, erano le ordinazioni delle colazioni per il mattino. Ci guardammo negli occhi e pensammo tutti e due la stessa cosa, rapidamente aggiungemmo a penna a tutti questi foglietti uova al bacon, omelette, wurstel, spremute di arance e quant’altro, e ce ne andammo celermente in camera. Il mattino seguente era prevista la partenza di buon’ora, e non oso immaginare cosa sia successo nel momento in cui i camerieri portarono le colazioni in camera ai clienti rimasti in albergo. Altro aneddoto fu quello quando per lavoro feci visita ad un medico di famiglia (il mio lavoro era l’informatore medico scientifico) rinomato tra la nostra categoria per essere un tipo senza scrupoli e soprattutto senza vergogna, aveva preso l’abitudine di chiedere di tutto, dai libri (raramente), alle palle da tennis (era un bravo tennista), addirittura agli stracci per lavare per terra () . Al momento di entrare in sala visite lo salutai come mia abitudine ma questi non mi diede nemmeno il tempo di sedermi che mi disse: “Dottore, ho bisogno di un cellulare.” Ebbi subito la risposta pronta: “Non c’è problema, dottore, mi dica se preferisce il 112 o il 113 e glielo mando subito.” E me ne andai immediatamente. Questo ed altro era all’ordine del giorno durante i miei momenti lavorativi.

martedì 6 febbraio 2018

la siringa

“Cinque matti al servizio di leva” era un film in programmazione negli anni 70, nel quale i protagonisti (les Charlots) ne combinavano di tutti i colori. Ebbene, posso tranquillamente sostenere che all’Ospedale militare di Alessandria non eravamo da meno, ce n’era per tutti e per tutti i gusti, dalle analisi delle urine della suora che denotavano presenza di spermatozoi (volutamente alterate), all’involontario gavettone subito dal colonnello medico, per finire a quei poveri militari ricoverati spesso vittime di noi commilitoni in servizio presso l’ospedale.
E proprio uno di questi ultimi una sera fu la nostra vittima designata, un giovane allievo ufficiale di colore dell’Accademia Militare di Modena ricoverato per una ferita di baionetta alla coscia durante una esercitazione. Il giorno del suo ricovero scoprimmo al momento del prelievo di sangue per le analisi di routine, che era terrorizzato dagli aghi e siringhe, tanto da mettersi il lenzuolo sopra la faccia per non vedere l’ago entrare nel braccio, per poi riscoprirsi tremante di paura. Una sera al termine della cena, dopo che la cerbera suor Prassede se ne andò alla casa delle suore nell’altra ala dell’ospedale, con la complicità del commilitone di servizio presso l’infermeria, indossai il camice bianco del colonnello medico e un altro commilitone quello del tenente medico e, preso il carrello adibito ai prelievi del mattino colmo di provette e siringhe, ci mettemmo il “grosso siringone” per i lavaggi auricolari e ci avviammo in reparto per “visitare i ricoverati”. Il rumore delle provette che vibravano sul carrello in movimento fece voltare la testa dei pazienti nella nostra direzione, compresa quella del nostro allievo ufficiale che già vedevamo agitarsi man mano che ci avvicinavamo al suo letto. Giunti davanti a lui, lo vedemmo rannicchiato talmente sotto le coperte da far intravedere solo il naso e gli occhi.
A questo punto facevamo già fatica a trattenere le risate. “Vediamo questa ferita” gli dissi mentre il falso tenente gli scoprì la gamba offesa. L’allievo ufficiale diresse le due mani verso la coscia come per proteggerla, mentre io cominciai a palparla leggermente per alcuni secondi per poi dire al tenente: “Procediamo” e questi prese prontamente il grosso siringone tra le mani. Fu un attimo. Il povero allievo di colore scese dal letto zoppicando vistosamente e fece per fuggire gridando:”Noo, quella siringa cammello, siringa cammello!” Scoppiammo in una fragorosa risata alla quale si aggiunsero alcuni pazienti che, avendoci riconosciuti, avevano seguito la scena divertiti. Lo raggiungemmo che aveva già raggiunto le scale e ce ne volle per convincerlo che fosse tutto uno uno scherzo , pian piano lo riaccompagnammo al suo letto, dove si ricoprì di nuovo con il lenzuolo fino al naso. Rimanemmo con lui fino a che non riuscimmo a strappargli un sorriso ed essere sicuri che tutto fosse tornato alla normalità. Il mattino successivo, durante la visita del “vero” colonnello medico, questi notò che la fasciatura alla gamba aveva una piccola macchia rossa di sangue, probabilmente dovuta allo sforzo della tentata fuga della sera precedente , ma il nostro allievo ufficiale si guardò bene dal rispondere alla domanda del medico del “perché ci fosse del sangue”, facendoci l’occhiolino quando questi passò a visitare il paziente successivo, ricevendo in risposta da parte nostra il pollice in su in segno di OK. Grande!

domenica 28 gennaio 2018

La sciarpetta (ricordi giovanili. 1971)

Dal momento che Tonino si era iscritto a scuola guida, mi chiese se potevo accompagnarlo e fargli da istruttore, avendo lui solo il foglio rosa; avrebbe preso l’auto del padre, una vecchia Fiat 850 ancora in buone condizioni e saremmo andati nei dintorni del nostro paesello lontano dal traffico intenso, “per imparare a parcheggiare” disse. Accettai volentieri, anche perché così si dava un calcio alla noia che in quel giorno afoso la stava facendo da padrona. Lasciammo la solita panchina all’ombra dei giardini pubblici che ci ospitava tutti i giorni in quelle stanche e assolate giornate d’agosto e saliti in macchina ci avviammo così verso la pineta di Castelfusano, un enorme polmone verde frequentato all’epoca da pochissime auto, l’ideale quindi perle scuole guida, per i neopatentati e per gli amanti del footing, nonché da diverse “donnine” vestite di…quasi niente sedute sulle staccionate o a passeggio lungo il bordo della strada tra pini secolari ammiccando agli automobilisti di passaggio o ai vari maratoneti che passavano di lì, chissà se per mantenersi in forma o per qualcos’altro.
Trovato il posto ideale, Tonino cominciò le sue manovre da futuro automobilista, ora un’inversione di marcia, ora un parcheggio, ora una retromarcia, sotto gli occhi divertiti di una di quelle donnine, non proprio giovane anzi, direi abbastanza attempata nel fisico ma non nell’abbigliamento dal momento che faceva sfoggio di una minigonna da far invidia a Mary Quant di qualche anno prima, gonna che metteva in mostra … beh … lasciamo perdere. Una volta ritenutosi soddisfatto della sua esercitazione, Tonino decise che era tempo di ritornare alla base e riconsegnare l’auto al genitore. Nel fare l’ultima conversione a U per riprendere la strada del ritorno dissi a Tonino: Fermati davanti a quella donnina ma rimani con la marcia ingranata pronto a ripartire immediatamente.” “Perché? Che vuoi fare?” “Tranquillo, fai come ti dico.” E così fece. Giunti davanti alla donnina le chiesi con voce seria: “Quanto?” Dopo un attimo di esitazione, dovuto probabilmente per rendersi conto se fossimo maggiorenni, rispose decisa:“Cinquemila col guanto.” Al che io le dissi prontamente:“E con la sciarpetta?” E feci segno a Tonino di ripartire. Non se lo fece ripetere due volte, pigiò sul pedale dell’acceleratore e la vecchia Fiat 850 si allontanò rapidamente dalla donnina che vedemmo dallo specchietto sbracciarsi verso di noi e imprecare qualcosa della quale riuscimmo a capire solo il finale, ….cci tua!
Cominciammo a ridere come matti al punto tale che Tonino, raggiunta una distanza di sicurezza dalla donnina super arrabbiata, fermò l’auto per asciugarsi le lacrime che gli impedivano di vedere nitidamente la strada. Ci vollero alcuni minuti per ritornare alla normalità e riprendere la strada di casa dove era ad attenderci il padre di Tonino, il quale, nel vederci uscire dall’auto che ancora ridevamo da matti, ci chiese se stessimo bene o se il sole avesse fatto altre due vittime. Ci dirigemmo verso la nostra cara panchina che nel frattempo ospitava alcuni nostri amici ai quali raccontammo l’episodio, dopo di che ci fu una colossale risata generale, davanti agli occhi del padre di Tonino che ci guardava ancora sgomento e salì in macchina scuotendo la testa.

mercoledì 17 gennaio 2018

Mio Padre

dal libro "Le mie vite" di Romolo Benedetti

 ….Mio padre aveva due grandi passioni: la prima era la politica. Comunista da sempre, si impegnava anima e corpo nelle lotte operaie e sindacali ( era un metalmeccanico ), era sempre in prima linea nelle manifestazioni. E dire che essere iscritti al Partito Comunista Italiano negli anni ’60 non era facile. Mi ricordava spesso quando proprio nel 1960 a Porta San Paolo a Roma ci furono le cariche a cavallo della polizia per disperdere una manifestazione e lui si prese una buona razione di manganellate che non frenarono la sua attività politica. Anzi la rafforzarono. A causa della sua fede politica mio padre non ebbe la possibilità di sposarsi in chiesa. Quando andò dal parroco per chiedergli di sposarlo questi gli pose una condizione: se voleva sposarsi in chiesa avrebbe dovuto strappare in ginocchio davanti a lui la tessera del partito comunista. L’8 ottobre del 1949 mio padre si sposò a Roma in Campidoglio, alla faccia del parroco e di tutti i “rospi neri” come li chiamava lui. L’altra sua grande passione era la LAZIO. Al contrario della politica nel calcio mio padre ci condizionò moltissimo nello scegliere la squadra del cuore. Non fu però un condizionamento premeditato in quanto lui essendo grande tifoso della squadra biancoceleste, andava a vedere solo e soltanto la Lazio. Di conseguenza se volevamo che ci portasse con sé dovevamo per forza di cose andare a vedere questa squadra che ancora seguiamo come e forse più di prima. Mi viene ancora in mente una frase che mi disse in tono scherzoso ma non tanto: Ricordati sempre, ROMANO SI’ ROMANISTA MAI! Da quel momento fui con grande piacere prima antiromanista e poi Laziale. Nel calcio mio padre era abbastanza fazioso, ricordo le invettive che gridava agli arbitri un minuto sì e l’altro … pure. All’epoca (parlo degli anni 60) mio padre allo stadio scaricava la sua tensione accumulata durante la settimana gridando e incitando la sua squadra, si sbracciava in ogni momento, un aneddoto a riguardo fu quando durante una partita allo stadio Olimpico, mi pare fosse Lazio-Padova, qualche fila più in basso di noi ci fu un prete (sì, un prete!) che voltandosi verso mio padre gli disse: << Stai zitto! >> Non l’avesse mai detto!! A lui che odiava i preti! Non aspettò neanche un minuto per la replica: << Innanzi tutto mi dia del Lei, perché non sono mai venuto a mangiare in parrocchia, e poi io strillo quanto cazzo mi pare, non prendo ordini da un prete!>> Alcuni tifosi intorno a noi cominciarono a ridere, altri inneggiavano a mio padre: bravo!! Altri ancora schernivano il sacerdote: <> E mio padre rincarava la dose: << Lavoro in fabbrica tutta la settimana, l’unico mio sfogo è la partita alla domenica e devo essere rimproverato da uno che non fa un cazzo dalla mattina alla sera, ma de che! Laziooooooooo! >> e continuò a incitare la squadra.

lunedì 15 gennaio 2018

Ricordi di scuola

L’appuntamento era per le ore 16 alla scalinata della Chiesa di S. Prisca all’Aventino adiacente alla nostra scuola. Arrivammo tutti alla spicciolata, puntuali come un orologio svizzero, compreso il ritardatario cronico Marcello. Ci salutammo come se non ci vedessimo da tanto tempo, nonostante la scuola fosse terminata da poco meno di una settimana. Quel giorno sarebbero stati pubblicati nella bacheca della scuola i famosi “quadri” ed eravamo tutti in ansia per i risultati, forse per questo motivo ci eravamo dati appuntamento tutti insieme, per farci coraggio l’un l’altro. A passo lento lasciammo la scalinata e ci avviammo in ordine sparso verso l’ingresso della scuola, alcuni erano abbastanza tranquilli, altri un po’ meno, non avendo forse tanta fiducia nel loro percorso scolastico appena terminato. Giunti al cancello della scuola salimmo una piccola rampa di scalini e ci trovammo di fronte all’enorme portone di ingresso, dove alla sua sinistra faceva bella mostra un’enorme bacheca. Nessuno voleva avvicinarsi per prino e fare da cavia, ci avvicinammo quindi a passi sempre più piccoli con la speranza che fosse qualcuno ad arrivare prima di ognuno. Però per quanto facessimo passi piccoli si arrivò a distanza di lettura e Patrizio anticipò tutti gridando “sono stato promosso”; “anch’io” strillò saltando di gioia Giuseppe, seguito da Pino e Giulio. Via via ci accalcammo tutti davanti a quel foglio A4 esposto davanti ai nostri occhi. Anche io, quando realizzai di essere stato promosso, cominciai ad esultare abbracciandomi agli altri. Purtroppo tre o quattro nostri compagni non furono fortunati come gli altri, avendo notato accanto ai loro nomi alcune materie con voti scritti in rosso ampiamente insufficienti, erano stati rimandati a settembre (negli anni 60 c’erano ancora gli esami di riparazione). La cosa importante e senz’altro bella però fu che nessuno della nostra classe venne bocciato,quindi potenzialmente ci saremmo ritrovati l’anno successivo di nuovo tutti insieme per affrontare l’ultimo anno delle scuole medie, il terzo.
Continuammo a festeggiare nel vicino”Parco degli Aranci”, un bellissimo giardino sull’Aventino da dove si poteva ammirare un meraviglioso panorama di Roma, Trastevere, il biondo Teveve con l’isola Tiberina e l’imponente cupola di S. Pietro su tutti. Venne quindi il momento dei saluti, le meritate vacanze ci aspettavano, ci abbracciammo nuovamente augurandoci di trascorrerle nel migliore dei modi e dandoci appuntamento per l’inizio del nuovo e impegnativo anno scolastico. Inizio che ci ritrovò qualche mese più tardi di nuovo alla scalinata della Chiesa di S. Prisca, allegri, scanzonati e pronti per la nuova avventura che da lì a qualche minuto sarebbe ricominciata. Dopo il sermone di inizio anno fatto dal Preside della scuola a tutti gli studenti disposti ordinatamente in classi nell’ampio giardino dell’Istituto, cominciammo classe per classe a dirigersi verso le nostre vecchie aule. Giunti davanti alla nostra, i primi della fila si bloccarono appena entrati ed il bisbiglio e le risatine si tramutarno in silenzio di tomba. Molto lentamente e con qualche spintarella riuscimmo ad entrare tutti e ci trovammo davanti uno spettacolo alquanto triste, su di un banco era stato deposto un mazzo di fiori. Il professore ci esortò a prendere posto,cosa che facemmo nel più assoluto silenzio, anche se il rumore dei nostri passi sembrava assordante e a testa bassa, con fare quasi singhiozzante ci comunicò che il nostro compagno Fausto Zampi non era più con noi. Mentre correva con la sua bici durante le sue spensierate vacanze, un camion aveva spezzato la sua vita. A quelle parole il suo compagno di banco degli anni precedenti scoppiò in lacrime seguito da qualcun altro, mentre tutti gli altri ci guardavamo esterrefatti ed anche impauriti. Il professore continuò poi dicendo che in quel primo giorno di scuola in ricordo del nostro compagno Fausto non ci sarebbero state le lezioni ma saremmo andati nella cappella della scuola per una messa; in altre situazioni questa notizia sarebbe stata accolta con grida di gioia, ci ritrovammo invece in religioso silenzio in ginocchio nella minuscola chiesetta a recitare “l’eterno riposo” con gli occhi fissi su una grande foto del nostro compagno Fausto che dominava l’altare a fianco del sacerdote.

mercoledì 15 novembre 2017

15 novembre 2007-2017: dieci anni dal trapianto di fegato

dal libro "Le mie vite"di Romolo Benedetti


 …….Ad ottobre il centro trapianti mi chiamò nuovamente una sera con urgenza, ma si ripetè la stessa cosa di giugno, ero di nuovo riserva e dopo una notte passata sulle spine me ne ritornai a casa molto deluso. Ormai psicologicamente ero andato, tutti i giorni mi ritrovavo improvvisamente a piangere fino a singhiozzare, salivo più volte al giorno sulla bilancia e guardavo perennemente il televideo per vedere se c’erano stati degli incidenti mortali nei pressi di Roma, non mi perdevo un telegiornale. Cominciavo a perdere le forze stando tutto il giorno a letto, quelle rare volte che scendevo in salone poi facevo una enorme fatica a risalire le scale e finii così col farmi portare da mangiare in camera a letto da Martina e Stefania, ero in pratica agli arresti domiciliari. Una sera di novembre, precisamente il dieci vennero a cena da noi due amici, sembrava una serata normale, si mangiava e si parlava normalmente come sempre, nessuno immaginava cosa stesse per accadere………

 ……mi ritrovai l’indomani mattina in un letto del Pronto Soccorso dell’Ospedale G.B. Grassi di Ostia legato mani e piedi. Ero molto confuso, cercavo di divincolarmi nel letto ma più mi agitavo e più le corde che mi tenevano legato si stringevano, e vi assicuro che per uno che soffre di claustrofobia non era il massimo della gioia. Stavo male, chiedevo aiuto, c’era un via vai di infermieri che non si interessavano a me minimamente, la testa mi girava e non capivo il perché stessi lì per di più legato come un salame.

 Non avevo più la cognizione del tempo, non sapevo se era mattina, pomeriggio o notte o che giorno della settimana fosse. Cosa era successo? In poche parole il mio fegato era arrivato “alla frutta” e quindi avevo avuto un picco molto elevato di ammonio nel sangue la cui conseguenza era il coma epatico. Stefania aveva chiamato il 118 e con l’ambulanza ero stato condotto all’ospedale, e siccome avevo dato segni di inaudita violenza, io che non farei del male ad una mosca, si era reso necessario legarmi non prima di aver aggredito il medico del 118 stesso. Fortunatamente le mie condizioni migliorarono man mano che passavano le ore.........

 ……. Il giorno dopo vedendo che ero migliorato i medici avrebbero voluto dimettermi, Stefania mi disse alquanto incazzata: << Non firmare nessun foglio di dimissioni altrimenti ti spezzo le mani, sto cercando di mettermi in contatto con il tuo epatologo del S. Camillo per farlo parlare con questa specie di medici e fargli presente la tua situazione.>> Riuscì a rintracciarlo nel tardo pomeriggio ( era di domenica ma gli ha rotto le palle fino a che non gli ha risposto al cellulare ) spiegandogli tutto l’accaduto. Questi le disse che a quel punto la situazione si stava aggravando e si mise in contatto con il centro trapianti per avvertirli delle mie condizioni. Dall’ospedale di Ostia venni trasferito al S. Camillo nelle prime ore del quindici novembre presso il reparto di epatologia “Busi” dove ero di casa da qualche mese a quella parte e un paio d’ore più tardi mi dissero che c’era un fegato disponibile e perciò mi avrebbero trapiantato quella notte stessa. Mi diedero tutto l’occorrente per la preparazione all’intervento e con l’aiuto di Stefania cominciai la mia avventura.

Vennero a prendermi di lì a poco per trasferirmi nel reparto di cardiochirurgia dove si sarebbe effettuato il trapianto. Ricordo che una volta entrato in sala operatoria dissi ai medici che si preparavano all’intervento: << Mi raccomando, non mi trapiantate un fegato di un tifoso romanista altrimenti avrò sicuramente il rigetto.>> Risata generale. Questo fu l’ultimo ricordo che ebbi, da quel momento in poi la mia memoria non ha avuto fortunatamente ricordi fino alla metà di febbraio quando cominciai a riconoscere vagamente le persone che venivano a trovarmi e a realizzare dove stavo e perché…..

…. L’intervento iniziò la notte del quindici novembre per terminare circa undici ore dopo. Posso ben immaginare che ambiente possa esserci stato davanti la porta della sala operatoria, Stefania che faceva avanti e indietro per il corridoio accendendo una sigaretta con il mozzicone di quella precedente per tutta la durata dell’intervento, gli amici che cercavano di distrarla parlando di tutt’altre cose, fino alla tarda mattinata del giorno seguente, quando dalla sala operatoria uscì il chirurgo, Stefania gli si fece incontro e si sentì dire: <L'intervento è terminato ma il fegato trapiantato non ne vuol sapere di partire, non sappiamo cosa fare.> Lei rimase di stucco impallidendo non poco e con un filo di voce chiese:<< E quindi?>> < Se il fegato non parte nelle prossime ore metteremo suo marito in lista d'attesa nazionale per un secondo trapianto> Rispose il chirurgo. Stefania cominciò a sudare freddo. Non era possibile che dopo mesi e mesi di attesa, pensava, io avessi avuto la fortuna di trovare un fegato compatibile con il mio organismo ma che una volta trapiantato non funzionasse. Perché? Cosa c’era che non andava? Quanto tempo si sarebbe dovuto aspettare per un nuovo fegato? E soprattutto quanto avrei potuto resistere senza la funzione di un organo così importante? Tutte domande alle quali in quel momento non si riusciva a dare una risposta, c’era solo da fare presto. Venni trasferito in terapia intensiva dello stesso reparto di cardiochirurgia, Stefania stazionava giorno e notte all’ingresso del reparto in attesa di quei pochi minuti al giorno che i medici le concedevano per entrare e starmi vicino. Non c’era un medico che lei non abbia fermato per chiedergli com’era la mia situazione, ma si sentiva dare sempre la stessa risposta:<< Le condizioni di suo marito sono gravi ma permangono stazionarie.>> Dopo circa quarantotto ore il nuovo fegato ( nuovo si fa per dire visto che aveva cinquantatrè anni ) cominciò a dare i primi segni di reazione, seppure in modo irregolare, ma iniziò a funzionare. Cominciarono però a sopraggiungere dei problemi, un blocco renale per cui fui sottoposto a dialisi per cinque o sei giorni, poi fu la volta di un versamento pleurico che costrinse i medici a sottopormi ad una toracentesi, cioè ad una puntura nella parete toracica per estrarre del liquido pleurico, e non mancò all’appello neanche una insufficienza respiratoria e qualcos’altro dal momento che mi somministrarono ripetutamente adrenalina. 


Le mie condizioni continuavano a non migliorare col passare dei giorni, Stefania era preoccupata sempre più e anche mio figlio Daniele che nel frattempo era tornato da Pisa per starmi vicino. Passarono dieci giorni e venni trasferito al centro di rianimazione CR2 sempre nell’ospedale S. Camillo. Non so se fosse coma naturale o farmacologico sta di fatto che di tutto questo periodo io non ricordi assolutamente nulla quindi cercherò di attenermi scrupolosamente a quello che mi è stato riferito da Stefy e amici. Anche qui le mie condizioni non migliorarono, rimasero sempre gravi, anzi ritornai in sala operatoria per una sopraggiunta emorragia e per essere sottoposto a tracheotomia, un intervento che consiste nell’incisione chirurgica della trachea per aprire una via respiratoria alternativa a quella naturale e che viene praticata di routine in pazienti in stato di coma. Il tempo scorreva inesorabile e il morale delle persone che mi stavano vicine cominciava a dare segni di cedimento….. 

……Stefania continuava imperterrita a chiedere notizie sul mio stato di salute a tutte le persone che incontrava con il camice bianco, se le fosse passato davanti il barbiere dell’ospedale avrebbe chiesto notizie anche a lui. Una notte entrai in una severissima crisi respiratoria, faticavo a respirare nonostante l’ossigeno, i medici che si erano radunati attorno al mio letto pensavano fosse arrivato il mio momento ma si adoperavano con tutte le loro forze per farmi uscire da questa pericolosa situazione. Fortunatamente col passare dei minuti cominciai a stare meglio, il respiro si normalizzò seppure aiutato dall’ossigeno, la situazione si regolarizzò con grande sollievo dei medici e paramedici. Il mattino seguente Stefania chiese cosa fosse successo e un medico le disse:<< Signora, non ci chieda che cosa abbia avuto suo marito e perché, non ci abbiamo capito niente, l’importante è che ne sia uscito fuori nel migliore dei modi. Stefania era sempre più preoccupata e stanca della solita frase “grave ma stazionario” e arrivò a bloccare uno dei medici del reparto mettendolo con le spalle al muro e dicendogli:<< Ora mi dice la verità sulle reali condizioni di mio marito o lei non si muove di qui.>> Il malcapitato medico preso alla sprovvista dalla furiosa reazione di mia moglie rispose:<< Signora, per suo marito purtroppo non c’è più niente da fare, le consiglio di chiedere ai chirurghi di effettuare un secondo trapianto, e al più presto.>> Povera Stefy! Se prima stava male ora stava peggio, non so che cosa le passasse per la mente in quel momento, non gliel’ho mai chiesto. Il giorno seguente, precisamente il diciotto dicembre venni trasferito in un terzo reparto di rianimazione, questa volta dell’ospedale Spallanzani, sempre a Roma…… 

……. e fu la mia fortuna. In questo reparto ci sono stato la bellezza di due mesi e mezzo durante i quali fui sottoposto ad un’altra serie di analisi ematiche ma soprattutto strumentali, in fin dei conti ero in condizioni molto gravi, i medici tutti i giorni non sapevano se il giorno successivo sarei stato ancora vivo, c’è voluta tutta la tenacia e soprattutto la professionalità del Primario e della sua equipe per farmi uscire da quella brutta situazione.


 Mi sottoposero ad una prima biopsia epatica all’inizio e successivamente ne subii un’altra a distanza di due o tre settimane per monitorare questo benedetto fegato (romanista?) che dal momento del trapianto aveva preoccupato non poco i medici e non solo loro. Anche qui non potevano mancare le complicazioni, venni sottoposto a due toracentesi a distanza di pochi giorni a causa di un versamento pleurico massivo e mi drenarono così 1200 cc di liquido nella prima e circa 700 cc. durante la seconda toracentesi. Mi ricordo vagamente uno di questi due interventi e non fu molto simpatico, tanta gente intorno a me che mi tenevano seduto sul letto e improvvisamente un forte dolore ad un fianco. Nulla mi ricordo invece quando mi sottoposero a plasmaferesi, un procedimento necessario per purificare l’organismo dalle sostanze tossiche legate alle proteine. Vogliamo poi parlare delle trasfusioni di sangue che ho dovuto fare? Dalle analisi che mi venivano effettuate sistematicamente ogni giorno si evidenziava una severa anemia, e più trasfusioni facevo più questa anemia persisteva, i medici non capivano da dove perdessi sangue in quanto non era in atto nessuna emorragia….. 

…..Da quel fatidico quindici novembre, giorno dell’intervento, non mi sono fatto proprio mancare nulla, tutte le complicazioni possibili che potevo avere le ho immancabilmente avute, e anche di più, come ciliegina sulla torta sicuramente a causa delle difese immunitarie basse contrassi anche l’Herpes Zoster, comunemente chiamato “fuoco di Sant’Antonio” una patologia a carico della pelle e delle terminazioni nervose che mi provocò dei dolori terribili al nervo sciatico della gamba destra che onestamente non auguro di provare neanche al mio peggior nemico. Durante la permanenza allo Spallanzani cominciai a tornare alla realtà e il mio cervello cominciò a ricordare qualcosa, anche se molto ma molto vagamente......
(immagini prese dal web)


Romolo Benedetti

giovedì 7 settembre 2017

Al Capolinea

Certo, è duro pensare che, man mano che passano gli anni, i mesi o i giorni, mi avvicini all’ultimo capolinea, quello della vita. Specialmente poi da quando ho cominciato a contare gli ultimi, non tanto per una questione di età quanto perché il capolinea mi è già passato una volta davanti agli occhi ma io ho voluto fortemente, riuscendoci, fare un’altra corsa, un altro giro. Ora sento che quest’ultimo giro sta per terminare e che mi appare in lontananza l’ultima fermata. Molti sono i segnali che mi fan capire che questa sarà l’ultima corsa, senza proroghe, senza ulteriori giri extra. Probabilmente mi resta giusto il tempo di guardarmi indietro e di ripercorrere le varie fasi di questo tragitto, ora estremamente felice ma nel passato alquanto complicato. Mi siedo allora sul divano, chiudo lentamente gli occhi e do il via all’ultimo film in programma. Mi rivedo così col grembiulino nero ed il grande fiocco bianco nei primissimi anni di scuola giocare spensierato con i compagni d’infanzia; nella grande aula magna dell’università per coronare i miei studi davanti ai miei genitori super emozionati;
all’altare nel mio primo matrimonio, andato in crisi e naufragato durante il classico settimo anno e del quale non rinnego e non rimpiango nulla; sorrido nel rivedermi passeggiare nervosamente avanti e indietro per la sala d’aspetto del blocco parto, ma nel mio volto compare un velo di tristezza quando mi passano davanti agli occhi i fotogrammi sfocati dell’infanzia di mio figlio che non ho potuto godermi da vicino, l’unico grande rimpianto della mia vita, un triste periodo che modificherei volentieri. Mi ritempro il morale ripercorrendo la mia lunga e modesta attività lavorativa, un periodo durante il quale mi sono stranamente divertito. Ecco poi arrivare i fotogrammi di un altro periodo felice, la nascita della mia secondogenita ed il nuovo matrimonio che hanno portato un po’ di luce nella mia vita, fino a quando la salute mi ha improvvisamente voltatole spalle, il mio fegato ha detto “game over”.
Immagini allucinanti mi ritornano davanti, l’intervento, il rigetto, il coma, le allucinazioni e l’immancabile tunnel con la luce celeste dell’aldilà. Ripercorro le varie fasi della mia ripresa con l’aiuto di tutte le persone che mi circondavano e mi circondano tuttora, persone squisite a cominciare dalla mia famiglia che non mi ha mai fatto pesare la mia dipendenza da loro e che non finirò mai di ringraziare. Ora stanno sfilando i titoli di coda, la pellicola cammina lenta per dar modo a tutti i protagonisti, attori e comparse, di essere presenti ancora una volta in questo meraviglioso film prima della parola Fine. Grazie a tutti. Fortunatamente sono tanti, tantissimi, e l’ultima parola dovrà aspettare ancora un pochino prima di fare la sua comparsa al centro dello schermo per annunciare “The End”.

sabato 12 novembre 2016

Una giornata ad Auschwitz e Birkenau

Due novembre duemilasedici, ore 7,30. Mi affaccio alla finestra dell’albergo, la giornata si presenta degna della ricorrenza, tetra e piovigginosa. Del resto anche il programma odierno si allinea alla cupa giornata, una visita ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau.
Un pensiero corre direttamente ai miei genitori, ai miei nonni, e per la ricorrenza dei defunti e per avermi trasmesso, con i loro racconti di guerra vissuta, questo desiderio di vedere con i miei occhi quei tragici luoghi testimoni di una barbarie inaudita. Il viaggio in pullman di linea da Cracovia ad Auschwitz dura poco più di un’ora, una leggera pioggia ci accompagna per tutto il tragitto, la temperatura non fa sconti. Sono con mio figlio, anche lui desideroso di toccare con mano quei tristi luoghi. Arriviamo all’ingresso del campo con largo anticipo, c’è tutto il tempo di osservare con ammirazione le numerose scolaresche in attesa del loro turno per iniziare la visita al campo maledetto, vengono da tutte le parti d’Europa, Italia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Regno Unito, dalla Polonia stessa. Una volta completato il gruppo di lingua italiana inizia il tragitto che per tre ore ci porterà nei campi di Auschwitz 1 e 2, cioè Birkenau, non prima di aver indossato le cuffiette forniteci e sintonizzate sulla voce della guida italiana. La prima immagine che ci capita davanti agli occhi è il tristemente noto cancello di ingresso con la famosa scritta “ARBEIT MACHT FREI” ( il lavoro rende liberi) con la B capovolta, l’operaio che la realizzò volle così affrontare i tedeschi che non accorgendosi dell’errore collocarono la scritta all’entrata di uno dei campi più terribili dell’olocausto. “Li hanno presi per il culo fin dal loro ingresso”, commento con mio figlio, pensando a quei poveri Cristi che più di settanta anni fa passarono sotto quella scritta con un biglietto di sola andata. Sento una stretta allo stomaco attraversare quella scritta e ritrovarmi al di là del doppio recinto di filo spinato elettrificato che chissà quante persone ha giustiziato nel tentativo di riacquistare la libertà. La voglia di piangere è tanta, mi trattengo. E’ calato un silenzio tombale, tutti sono presi nel guardarsi intorno ed ascoltare le guide tramite le cuffiette, cellulari e macchine fotografiche hanno il loro ben da fare. Si comincia a girare tra i numerosi blocchi, costruzioni a tre piani che ospitavano le migliaia di deportati, sono moltissimi, ognuno ha una storia da raccontare, alcuni sono adibiti a piccoli musei. Agghiacciante il blocco 4, sezione “Extermination” (sterminio), dove al primo piano, protetti da una vetrata, riposano alcune tonnellate di capelli di deportati uccisi che i nazisti non fecero in tempo, per l’arrivo dell’armata russa, a spedire ad una azienda tessile per farne dei tessuti mentre in un’altra stanza sono custoditi una manciata di granuli di Zyclon B, la potente sostanza chimica usata nelle camere a gas per l’opera di sterminio. Nel blocco 5 racchiusi in teche separate effetti personali vari quali valigie di cartone, spazzole, dentifrici, pettini, occhiali, creme, una visione che lascia i visitatori con un’amarezza e tanta tristezza nel cuore. Man mano che si va avanti il cuore mi si stringe sempre più, vedo il “muro della morte”, un muro situato in fondo al cortile tra i blocchi 10 e 11 usato come luogo delle fucilazioni, mentre in fondo ad un corridoio osservo con amarezza una delle forche mobili usate per le esecuzioni. Mi viene a pensare: “Ma come può esistere essere umano al mondo oggi che nega tutto questo?”. Ovunque mi giri vedo morte e torture e mi tornano alla mente le parole di una vecchia canzone degli anni 60 (Auschwitz, Equipe 84), “…ancora non è contenta di sangue la belva umana”; sì, belva è la parola esatta. Continuando nella visita al seguito della guida giungiamo in prossimità di un altro macabro luogo che, lo dico senza vergogna, mi ha fatto inumidire gli occhi: l’ingresso della camera a gas. Ho avuto un attimo di indecisione nell’entrare in quella triste stanza, semibuia, spoglia, sembrava di essere realmente insieme a quei poveracci di tanti anni fa e mi aspettavo che da un momento all’altro scendessero dai buchi nel soffitto i granuli di Zyclon B. il tempo di una foto e mi dirigo immediatamente verso la stanza successiva dove sono visibili ben quattro forni crematori, “dalla padella alla brace”, mi son detto, riferendomi alle povere vittime. Osservo i binari per terra ed il carrello per la sistemazione dei cadaveri nei forni, su uno dei quali qualcuno ha deposto un mazzo di fiori; guadagno subito la via d’uscita. La visita ad Auswitz1 termina qui, usciamo attraversando di nuovo il doppio recinto di filo elettrificato e ci dirigiamo verso la navetta che ci porterà ad Auschwitz2, cioè Birkenau. Giunti all’ingresso, il lager ci appare in tutta la sua desolante vastità, con poche baracche di legno, delle trecento originarie adibite a prigione, rimaste in piedi e circondate dal solito filo spinato elettrificato che si perde a vista d’occhio. Un’enorme zona paludosa dove all’epoca il fango arrivava fin quasi alle ginocchia, mi viene da affermare senza ombra di dubbio che Auschwitz in confronto a Birkenau fosse un albergo a quattro stelle. Entriamo passando sotto la Torre di guardia, camminando lungo il binario che conduceva i detenuti fin dentro il campo, un binario morto dove alla fine del quale terminava anche la vita di molti deportati. Un ufficiale SS selezionava i poveracci che scendevano dai treni in due gruppi, uno di abili al lavoro e l’altro destinato direttamente alle camere a gas distanti poche decine di metri dal binario. Nel cammino verso il sacrario inaugurato nel 1967, in memoria di un milione e mezzo di vittime delle SS vediamo, fermo su di un binario, un vagone merci originale dell’epoca utilizzato per le deportazioni, e una nuova stilettata mi colpisce ancora mentre cerco di immaginare le circa cento persone stipate in quell’angusto spazio sopportare un viaggio di migliaia di chilometri per giorni e giorni senza acqua, viveri e senza un minimo di igiene. Il monumento alle vittime è una meta d’obbligo per tutti i visitatori del lager, costruito alla fine del binario morto e raffigurante il camino di una camera a gas, dove si può leggere un epitaffio scritto in tutte le lingue dei deportati. Di fianco sono ben visibili le rovine di due crematori e delle camere a gas fatti esplodere dalle SS in ritirata, nel tentativo di cancellare le tracce dei crimini da loro commessi. Per ultimo ci dirigiamo verso un blocco in muratura adibito a dormitorio femminile, dove sono ben visibili le due file di letti a castello, dove ogni posto era occupato da sei/otto persone e i posti inferiori erano immersi nel fango dal momento che il terreno del lager di Birkenau era praticamente acquitrinoso. Termina anche questa visita, ritorniamo all’ingresso della Torre di Guardia, mi volto indietro per vedere un’ultima volta quell’immenso triste luogo testimone del più grande olocausto della storia, reso ancora più triste dal calar della sera e dalle grigie nuvole sopra di noi; faccio alcuni passi e sono fuori dal campo, passi che le povere vittime deportate dai vari paesi di tutta l’Europa non hanno avuto la fortuna di fare.

 “Chiunque contesti l’esistenza delle camere a gas di Auschwitz è sempre o un vecchio nazista o un neonazista.” (Simon Wiesenthal)
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