martedì 4 settembre 2018
Poteva finire meglio.
Venerdì 10 agosto, data di rientro in Italia dopo qualche giorno di vacanza nella bellissima e pulitissima Cracovia. Il volo è alle ore 20.05 e complice un bel sole c’è tutto il tempo per un ultimo giro turistico della città per noi e i nostri amici, ci manca ancora il Castello di Wawel e una mini gita in battello sulla Vistola prima di consumare l’ultimo pasto a base di “pierogi” in terra polacca. La mattina scorre tranquilla tra gli ultimi scatti con i nostri telefoni, mentre il sole piano piano sembra voltarci le spalle al punto tale che al termine del nostro pranzo il cielo è diventato di un buio impressionante a causa dei nuvoloni che sembra si siano concentrati tutti su Cracovia. Si decide di comune accordo di anticipare il trasferimento all’aeroporto per evitare brutte sorprese dell’ultima ora. Arriviamo alle 17.00 o giù di lì e dopo aver pagato il taxi con gli ultimi 120 zloty ci avviamo frettolosamente verso il terminal in quanto la temperatura è scesa a 18°C e il nostro abbigliamento si addice ad una temperatura più “estiva”, un modo non tanto simpatico di chiudere la nostra bella vacanza. Il tempo di orientarci e ci mettiamo in fila per il controllo bagagli e il passaggio al metal detector, non c’è tanta gente, siamo in largo anticipo, man mano che ci avviciniamo notiamo che si devono depositare tutti gli oggetti, metallici e non, in un cestello prima di passare al controllo, anche la cinta dei pantaloni.
Mentre ci ricomponiamo con le nostre cose, all’altro controllo un nostro amico è stato bloccato da un militare polacco che gli ha chiesto con insistenza di aprire il suo trolley; tranquillamente lo apre ed il milite si concentra su una bottiglietta di profumo facendogli capire, con uno sguardo da cattivo, che non poteva portarla perché fuori misura. A niente sono servite le giustificazioni del nostro amico, che si è visto sequestrare anche una confezione di bagnoschiuma, dopodiché ha avuto il benestare di richiudere il suo trolley e di andare, naturalmente molto contrariato in quanto il profumo sequestrato era molto costoso. Superato questo antipatico problema ci siamo diretti al gate del nostro volo prendendo posto nella sala di attesa ancora semivuota, mentre sul monitor delle partenze il nostro volo è dato in orario, al contrario di molti altri della nostra stessa compagnia che riportano notevoli ritardi o addirittura cancellati a causa di uno sciopero dei piloti che interessa mezza Europa con esclusione però di Italia e Polonia. Siamo tranquilli. Man mano che il tempo passa aumentano i passeggeri in attesa, così come aumentano i voli in ritardo e quelli cancellati. Non siamo più sicuri come prima, sono le 19.30 e ancora non si parla di imbarco. Ormai i nostri occhi sono puntati stabilmente sulle partenza e ad ogni cambio c’è un sussulto, fino a che non arriva quello che volevamo non arrivasse, la scritta “Delayed” appare a fianco del nostro volo e la partenza è posticipata alle 23.30, tre ore e mezza più tardi! Sconforto. Ci guardiamo inebetiti, il brusìo aumenta tra gli altri passeggeri mentre al gate successivo al nostro volano addirittura imprecazioni per il volo Cracovia – Pisa che è stato cancellato. Che fare? Siamo troppo irritati per pensare. Alcuni di noi si allungano rassegnati su due sedili con la speranza di riposare mentre altri, me compreso, fanno avanti e indietro lungo l’area dei vari gate per calmare l’arrabbiatura. Sembra che il tempo adesso abbia rallentato per dispetto, non passa mai, avremo fatto qualche chilometro andando su e giù per l’aeroporto. Guardo l’orologio, sono le 22.00. “Ancora – esclamo – a quest’ora saremmo dovuti atterrare a Ciampino” invece siamo ancora qui, prigionieri nell’aeroporto della “bellissima” Cracovia e con la fame che comincia a fare capolino.
C’è una pizzeria all’interno dell’aeroporto, è ancora aperta, si decide di mangiare qualcosa, tenendo sempre d’occhio il tabellone delle partenze. Sul finire della cena abbiamo un sussulto, sul tabellone sparisce l’orario del nostro volo. “Oh, no! – diciamo in coro – e adesso a che ora partiremo?” Siamo in attesa del nuovo orario con trepidazione e rabbia. Ritorniamo al gate, ci rendiamo conto che siamo rimasti solamente noi del volo Cracovia Roma, cerchiamo qualcuno che possa darci qualche informazione ma niente, neanche l’ombra di un addetto della compagnia. Intanto si sono fatte le 23.00, siamo sempre più stanchi, cominciamo a convincerci che di riflesso lo sciopero abbia influenzato anche il nostro volo. All’improvviso si presenta al gate un’assistente di terra che ci comunica che il nostro aereo è partito da poco da Roma. Il brusìo di qualche ora prima si trasforma in un’imprecazione collettiva, alcune persone vorrebbero spaccare il mondo, altre si lasciano cadere pesantemente sui sedili della sala d’aspetto con la testa tra le mani, sconfortati. Questo significa che fra due ore l’aereo sarà qui a Cracovia e saranno le ore 01.00, un’odissea. Rassegnàti, ci siamo seduti anche noi, appoggiandoci gli uni agli altri per cercare, senza riuscirci, di riposare durante le due ore di attesa, trascorse le quali vediamo atterrare un aereo della nostra compagnia ma è dovuta trascorrere un’altra mezz’ora abbondante affinché si sentisse una voce che dagli altoparlanti invitava i passeggeri de volo Cracovia Roma a prepararsi per l’imbarco al gate 3.
Si è subito formata una calca all’ingresso dell’imbarco che abbiamo lasciato smaltire rimanendo seduti per poi entrare tranquillamente in aereo per ultimi. La ciliegina sulla torta di questa antipatica giornata, ma questo già lo sapevamo fin dal momento del check in online, è che nessuno del nostro gruppo ha posti vicini, quindi faremo questo viaggio di ritorno separati, e con la sfiga che mai mi abbandona mi ritrovo accanto una vecchia suora, inizia il decollo e questa comincia a snocciolare il rosario, fede o strizza? A scanso di equivoci chiudo gli occhi e cerco invano di dormire. Atterriamo a Roma Ciampino alle ore 03.40, poco dopo dalle scalette dell’aereo scendiamo in fila indiana somiglianti più a degli zombie che a persone umane, un’ora più tardi eravamo nel nostro più che desiderato letto, molto stanchi ma soddisfatti della nostra breve vacanza nella bellissima Cracovia.
Mentre ci ricomponiamo con le nostre cose, all’altro controllo un nostro amico è stato bloccato da un militare polacco che gli ha chiesto con insistenza di aprire il suo trolley; tranquillamente lo apre ed il milite si concentra su una bottiglietta di profumo facendogli capire, con uno sguardo da cattivo, che non poteva portarla perché fuori misura. A niente sono servite le giustificazioni del nostro amico, che si è visto sequestrare anche una confezione di bagnoschiuma, dopodiché ha avuto il benestare di richiudere il suo trolley e di andare, naturalmente molto contrariato in quanto il profumo sequestrato era molto costoso. Superato questo antipatico problema ci siamo diretti al gate del nostro volo prendendo posto nella sala di attesa ancora semivuota, mentre sul monitor delle partenze il nostro volo è dato in orario, al contrario di molti altri della nostra stessa compagnia che riportano notevoli ritardi o addirittura cancellati a causa di uno sciopero dei piloti che interessa mezza Europa con esclusione però di Italia e Polonia. Siamo tranquilli. Man mano che il tempo passa aumentano i passeggeri in attesa, così come aumentano i voli in ritardo e quelli cancellati. Non siamo più sicuri come prima, sono le 19.30 e ancora non si parla di imbarco. Ormai i nostri occhi sono puntati stabilmente sulle partenza e ad ogni cambio c’è un sussulto, fino a che non arriva quello che volevamo non arrivasse, la scritta “Delayed” appare a fianco del nostro volo e la partenza è posticipata alle 23.30, tre ore e mezza più tardi! Sconforto. Ci guardiamo inebetiti, il brusìo aumenta tra gli altri passeggeri mentre al gate successivo al nostro volano addirittura imprecazioni per il volo Cracovia – Pisa che è stato cancellato. Che fare? Siamo troppo irritati per pensare. Alcuni di noi si allungano rassegnati su due sedili con la speranza di riposare mentre altri, me compreso, fanno avanti e indietro lungo l’area dei vari gate per calmare l’arrabbiatura. Sembra che il tempo adesso abbia rallentato per dispetto, non passa mai, avremo fatto qualche chilometro andando su e giù per l’aeroporto. Guardo l’orologio, sono le 22.00. “Ancora – esclamo – a quest’ora saremmo dovuti atterrare a Ciampino” invece siamo ancora qui, prigionieri nell’aeroporto della “bellissima” Cracovia e con la fame che comincia a fare capolino.
C’è una pizzeria all’interno dell’aeroporto, è ancora aperta, si decide di mangiare qualcosa, tenendo sempre d’occhio il tabellone delle partenze. Sul finire della cena abbiamo un sussulto, sul tabellone sparisce l’orario del nostro volo. “Oh, no! – diciamo in coro – e adesso a che ora partiremo?” Siamo in attesa del nuovo orario con trepidazione e rabbia. Ritorniamo al gate, ci rendiamo conto che siamo rimasti solamente noi del volo Cracovia Roma, cerchiamo qualcuno che possa darci qualche informazione ma niente, neanche l’ombra di un addetto della compagnia. Intanto si sono fatte le 23.00, siamo sempre più stanchi, cominciamo a convincerci che di riflesso lo sciopero abbia influenzato anche il nostro volo. All’improvviso si presenta al gate un’assistente di terra che ci comunica che il nostro aereo è partito da poco da Roma. Il brusìo di qualche ora prima si trasforma in un’imprecazione collettiva, alcune persone vorrebbero spaccare il mondo, altre si lasciano cadere pesantemente sui sedili della sala d’aspetto con la testa tra le mani, sconfortati. Questo significa che fra due ore l’aereo sarà qui a Cracovia e saranno le ore 01.00, un’odissea. Rassegnàti, ci siamo seduti anche noi, appoggiandoci gli uni agli altri per cercare, senza riuscirci, di riposare durante le due ore di attesa, trascorse le quali vediamo atterrare un aereo della nostra compagnia ma è dovuta trascorrere un’altra mezz’ora abbondante affinché si sentisse una voce che dagli altoparlanti invitava i passeggeri de volo Cracovia Roma a prepararsi per l’imbarco al gate 3.
Si è subito formata una calca all’ingresso dell’imbarco che abbiamo lasciato smaltire rimanendo seduti per poi entrare tranquillamente in aereo per ultimi. La ciliegina sulla torta di questa antipatica giornata, ma questo già lo sapevamo fin dal momento del check in online, è che nessuno del nostro gruppo ha posti vicini, quindi faremo questo viaggio di ritorno separati, e con la sfiga che mai mi abbandona mi ritrovo accanto una vecchia suora, inizia il decollo e questa comincia a snocciolare il rosario, fede o strizza? A scanso di equivoci chiudo gli occhi e cerco invano di dormire. Atterriamo a Roma Ciampino alle ore 03.40, poco dopo dalle scalette dell’aereo scendiamo in fila indiana somiglianti più a degli zombie che a persone umane, un’ora più tardi eravamo nel nostro più che desiderato letto, molto stanchi ma soddisfatti della nostra breve vacanza nella bellissima Cracovia.
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martedì 24 luglio 2018
La mia bambina
Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata questa decisione, era inevitabile, è la ruota della vita. Speravo però sempre nel “poi”, il più tardi possibile, non a soli venti anni. E soprattutto non in questo modo così traumatico, fulmineo, spietato. La mia bambina. “Papà – mi ha detto – ho deciso di andare a vivere temporaneamente a casa di Alessio”, una pugnalata mi avrebbe procurato meno dolore. Mi addolciva l’amara pillola con quella parola “temporaneamente”, ma sapevo benissimo che mentiva. Non che mia figlia fosse una bugiarda, non le avevo insegnato questo, ma aveva decisamente un carattere debole, molto influenzabile, di conseguenza il suo Alessio ha trovato terreno fertile ed è stato un gioco da ragazzi convincerla in questa decisione, con immensa gioia, e forse aiuto, della cara mammina che mai e poi mai avrebbe sopportato di vedere il figlio lontano dalle sue gonne. Eh sì, perché “a casa di Alessio” voleva dire insieme ai suoi genitori e alla nonna quasi novantenne!!!! E la mia bambina c’è cascata in pieno! Venti anni, un’età durante la quale potrebbe e dovrebbe divertirsi e girare il mondo ( perché no, anche con il suo Alessio) e non pensare in questo momento a cose alle quali non è ancora preparata. In questo momento i suoi occhi vedono tutto rosa, le sue orecchie ascoltano solamente le parole del suo Alessio, il primo amore. Tutto il resto non conta. L’esperienza mi dice di aspettare, che il tempo è galantuomo, sarà pur vero, ma è molto dura. Rileggo spesso le parole della poesia che le avevo scritto per i suoi diciotto anni, dove le dicevo che entrando in società avrebbe cominciato a scrivere pagine importanti della sua vita, “Sappile scrivere con la calligrafia più bella”, le scrivevo. “Bambina mia (per me sei sempre una bambina), forse questo passo ti è sfuggito o forse non gli hai dato il giusto valore, ma voglio dirti che in questo momento la tua calligrafia è alquanto illeggibile, mettendoci tutta la mia buona volontà non riesco a leggere neanche una sillaba di quello che stai scrivendo. Sarebbe il caso di migliorarla questa calligrafia, non trovi?? Un bacione”. (foto presa dal web)
sabato 24 marzo 2018
Visita di controllo
Alzataccia
di buon’ora la settimana scorsa. In altri frangenti sarebbero scesi giù tutti i
santi del calendario gregoriano dal momento che sono solito alzarmi a mattina
inoltrata, lo stato di pensionato me lo permette, ma venerdì scorso era una giornata
particolare per me, visita semestrale di controllo, un rituale che si ripete da
ben dieci anni, cioè da quando subii un
trapianto di fegato. Ogni volta questa giornata suscita in me un sentimento di
odio e amore nei suoi riguardi, vorrei non venisse mai ma l’aspetto con impazienza.
La paura di trovare qualche valore alterato delle analisi fatte è tanta, memore
di quel (fortunatamente) lontano periodo dove tutto andava storto, la morte era
ad un passo e bisognava aspettare, aspettare impotente, aspettare un angelo
donatore che riportasse il sorriso sulle mie labbra e su quelle dei miei
familiari. Di contro è tanta anche la
voglia (o la speranza) di veder premiato il tenore di vita controllato al quale
mi sono votato dopo la grande paura, con delle analisi che rientrassero o
quantomeno si avvicinassero alla normalità. L’attesa per entrare in visita era
non dico stressante ma come minimo preoccupata, mi trovavo in buona compagnia
in quanto il venerdì è il giorno dedicato alle visite di controllo dei pazienti
trapiantati. Il mio carattere silenzioso mi portava ad ascoltare, senza
volerlo, i discorsi dei presenti che vertevano principalmente sulle loro
condizioni di salute, ma mentre alcune davano enorme soddisfazione a chile
raccontava e a chi ascoltava, altre incutevano un po’ di preoccupazione. Alcuni
pazienti raccontavano l’insorgere di qualche problema di salute più o meno grave,
più o meno preoccupante, che mettevano in allarme i presenti, me compreso, soprattutto
se questi pazienti erano trapiantati da meno tempo del sottoscritto. Ormai ho
superato i dieci anni di ”nuova vita” e nella mia mente balena perennemente il
solito dubbio: ”quanto può durare?”, “cosa mi riserva il futuro?” Intanto il
tempo passava e l’attesa era diventata un tantino snervante, uscivo dalla sala
d’aspetto e mi rifugiavo nel corridoio per evitare di ascoltare altri problemi
di salute, fino a quando ho sentito scandire ad alta voce il mio nome.
Preoccupato e a passo veloce sono tornato indietro e mi sono diretto davanti
alla porta accostata della sala visite dalla quale intravedevo il medico concentrato
su un foglio accanto a lui. Mi ha invitato a sedermi mentre continuava a tenere
i suoi occhi abbassati sul foglio, nel quale sbirciando un pochino ho
intravisto il mio nome . Erano le mie analisi. Ho cominciato a fissarlo
cercando di carpirgli qualche smorfia dal suo viso che avrebbe potuto farmi
capire qualcosa, niente di tutto ciò, sembrava una statua di marmo. Il cuore
cominciava a farsi sentire con veloci battiti mentre un groppo in gola
affannava il mio respiro, sembrava un’eternità che fossi su quella sedia. Ad un
tratto appoggiandosi allo schienale della sua poltrona e rivolgendosi a me ha
detto: “Come ti senti?” “Perché mi fa questa domanda?” ho pensato prima di
rispondergli ”mai stato così bene”. “I tuoi esami sono perfetti- ha continuato
– e il tuo fegato è Ok, devi solo stare attento ai trigliceridi, sono
leggermente alti”. Ho tirato un sospiro di sollievo e le mie labbra hanno
ritrovato il sorriso. Dopo uno scambio di domande e risposte chiarificatrici con
il medico e fissato un nuovo appuntamento semestrale l’ho ringraziato e dopo
averlo salutato sono uscito attraversando la sala d’aspetto mostrando il
pollice alzato ai presenti ancora in attesa della loro visita. Ero felice, e al
bar del nosocomio mi sono concesso un gustosissimo cornetto alla crema,
sperando vivamente che il signor Diabete on si arrabbi più di tanto.
giovedì 8 febbraio 2018
Aneddoti di vita lavorativa
Non è raro che durante i momenti di relax, e come pensionato ne ho abbastanza, mi ritrovi a pensare, o meglio, ad analizzare le varie fasi della mia vita, che siano lavorativa, studentesca o dei favolosi anni 60, e spesso mi ritrovi più che a sorridere, a ridere a trentadue denti ( sono esagerato, qualcuno l’ho perso per strada!). Fasi queste sature di aneddoti per lo più allegri e simpatici che mi fanno riconciliare con il buonumore nei momenti difficili.

Come quella volta a Catania durante una Convention di lavoro per il lancio di un nuovo farmaco. La sera prima di ripartire per Roma dopo aver fatto le ore piccole tra colleghi nella hall dell’hotel Sheraton parlando appunto del nuovo farmaco e di altre cazzate in genere, ritornando nelle nostre camere io e un collega, Ivano, notammo una serie di foglietti appesi alle maniglie di molte camere, erano le ordinazioni delle colazioni per il mattino. Ci guardammo negli occhi e pensammo tutti e due la stessa cosa, rapidamente aggiungemmo a penna a tutti questi foglietti uova al bacon, omelette, wurstel, spremute di arance e quant’altro, e ce ne andammo celermente in camera. Il mattino seguente era prevista la partenza di buon’ora, e non oso immaginare cosa sia successo nel momento in cui i camerieri portarono le colazioni in camera ai clienti rimasti in albergo. Altro aneddoto fu quello quando per lavoro feci visita ad un medico di famiglia (il mio lavoro era l’informatore medico scientifico) rinomato tra la nostra categoria per essere un tipo senza scrupoli e soprattutto senza vergogna, aveva preso l’abitudine di chiedere di tutto, dai libri (raramente), alle palle da tennis (era un bravo tennista), addirittura agli stracci per lavare per terra () . Al momento di entrare in sala visite lo salutai come mia abitudine ma questi non mi diede nemmeno il tempo di sedermi che mi disse: “Dottore, ho bisogno di un cellulare.” Ebbi subito la risposta pronta: “Non c’è problema, dottore, mi dica se preferisce il 112 o il 113 e glielo mando subito.” E me ne andai immediatamente. Questo ed altro era all’ordine del giorno durante i miei momenti lavorativi.

martedì 6 febbraio 2018
la siringa
“Cinque matti al servizio di leva” era un film in programmazione negli anni 70, nel quale i protagonisti (les Charlots) ne combinavano di tutti i colori. Ebbene, posso tranquillamente sostenere che all’Ospedale militare di Alessandria non eravamo da meno, ce n’era per tutti e per tutti i gusti, dalle analisi delle urine della suora che denotavano presenza di spermatozoi (volutamente alterate), all’involontario gavettone subito dal colonnello medico, per finire a quei poveri militari ricoverati spesso vittime di noi commilitoni in servizio presso l’ospedale.

E proprio uno di questi ultimi una sera fu la nostra vittima designata, un giovane allievo ufficiale di colore dell’Accademia Militare di Modena ricoverato per una ferita di baionetta alla coscia durante una esercitazione. Il giorno del suo ricovero scoprimmo al momento del prelievo di sangue per le analisi di routine, che era terrorizzato dagli aghi e siringhe, tanto da mettersi il lenzuolo sopra la faccia per non vedere l’ago entrare nel braccio, per poi riscoprirsi tremante di paura. Una sera al termine della cena, dopo che la cerbera suor Prassede se ne andò alla casa delle suore nell’altra ala dell’ospedale, con la complicità del commilitone di servizio presso l’infermeria, indossai il camice bianco del colonnello medico e un altro commilitone quello del tenente medico e, preso il carrello adibito ai prelievi del mattino colmo di provette e siringhe, ci mettemmo il “grosso siringone” per i lavaggi auricolari e ci avviammo in reparto per “visitare i ricoverati”. Il rumore delle provette che vibravano sul carrello in movimento fece voltare la testa dei pazienti nella nostra direzione, compresa quella del nostro allievo ufficiale che già vedevamo agitarsi man mano che ci avvicinavamo al suo letto. Giunti davanti a lui, lo vedemmo rannicchiato talmente sotto le coperte da far intravedere solo il naso e gli occhi.


domenica 28 gennaio 2018
La sciarpetta (ricordi giovanili. 1971)
Dal momento che Tonino si era iscritto a scuola guida, mi chiese se potevo accompagnarlo e fargli da istruttore, avendo lui solo il foglio rosa; avrebbe preso l’auto del padre, una vecchia Fiat 850 ancora in buone condizioni e saremmo andati nei dintorni del nostro paesello lontano dal traffico intenso, “per imparare a parcheggiare” disse. Accettai volentieri, anche perché così si dava un calcio alla noia che in quel giorno afoso la stava facendo da padrona. Lasciammo la solita panchina all’ombra dei giardini pubblici che ci ospitava tutti i giorni in quelle stanche e assolate giornate d’agosto e saliti in macchina ci avviammo così verso la pineta di Castelfusano, un enorme polmone verde frequentato all’epoca da pochissime auto, l’ideale quindi perle scuole guida, per i neopatentati e per gli amanti del footing, nonché da diverse “donnine” vestite di…quasi niente sedute sulle staccionate o a passeggio lungo il bordo della strada tra pini secolari ammiccando agli automobilisti di passaggio o ai vari maratoneti che passavano di lì, chissà se per mantenersi in forma o per qualcos’altro.
Trovato il posto ideale, Tonino cominciò le sue manovre da futuro automobilista, ora un’inversione di marcia, ora un parcheggio, ora una retromarcia, sotto gli occhi divertiti di una di quelle donnine, non proprio giovane anzi, direi abbastanza attempata nel fisico ma non nell’abbigliamento dal momento che faceva sfoggio di una minigonna da far invidia a Mary Quant di qualche anno prima, gonna che metteva in mostra … beh … lasciamo perdere. Una volta ritenutosi soddisfatto della sua esercitazione, Tonino decise che era tempo di ritornare alla base e riconsegnare l’auto al genitore. Nel fare l’ultima conversione a U per riprendere la strada del ritorno dissi a Tonino: Fermati davanti a quella donnina ma rimani con la marcia ingranata pronto a ripartire immediatamente.” “Perché? Che vuoi fare?” “Tranquillo, fai come ti dico.” E così fece. Giunti davanti alla donnina le chiesi con voce seria: “Quanto?” Dopo un attimo di esitazione, dovuto probabilmente per rendersi conto se fossimo maggiorenni, rispose decisa:“Cinquemila col guanto.” Al che io le dissi prontamente:“E con la sciarpetta?” E feci segno a Tonino di ripartire. Non se lo fece ripetere due volte, pigiò sul pedale dell’acceleratore e la vecchia Fiat 850 si allontanò rapidamente dalla donnina che vedemmo dallo specchietto sbracciarsi verso di noi e imprecare qualcosa della quale riuscimmo a capire solo il finale, ….cci tua!
Cominciammo a ridere come matti al punto tale che Tonino, raggiunta una distanza di sicurezza dalla donnina super arrabbiata, fermò l’auto per asciugarsi le lacrime che gli impedivano di vedere nitidamente la strada. Ci vollero alcuni minuti per ritornare alla normalità e riprendere la strada di casa dove era ad attenderci il padre di Tonino, il quale, nel vederci uscire dall’auto che ancora ridevamo da matti, ci chiese se stessimo bene o se il sole avesse fatto altre due vittime. Ci dirigemmo verso la nostra cara panchina che nel frattempo ospitava alcuni nostri amici ai quali raccontammo l’episodio, dopo di che ci fu una colossale risata generale, davanti agli occhi del padre di Tonino che ci guardava ancora sgomento e salì in macchina scuotendo la testa.
Trovato il posto ideale, Tonino cominciò le sue manovre da futuro automobilista, ora un’inversione di marcia, ora un parcheggio, ora una retromarcia, sotto gli occhi divertiti di una di quelle donnine, non proprio giovane anzi, direi abbastanza attempata nel fisico ma non nell’abbigliamento dal momento che faceva sfoggio di una minigonna da far invidia a Mary Quant di qualche anno prima, gonna che metteva in mostra … beh … lasciamo perdere. Una volta ritenutosi soddisfatto della sua esercitazione, Tonino decise che era tempo di ritornare alla base e riconsegnare l’auto al genitore. Nel fare l’ultima conversione a U per riprendere la strada del ritorno dissi a Tonino: Fermati davanti a quella donnina ma rimani con la marcia ingranata pronto a ripartire immediatamente.” “Perché? Che vuoi fare?” “Tranquillo, fai come ti dico.” E così fece. Giunti davanti alla donnina le chiesi con voce seria: “Quanto?” Dopo un attimo di esitazione, dovuto probabilmente per rendersi conto se fossimo maggiorenni, rispose decisa:“Cinquemila col guanto.” Al che io le dissi prontamente:“E con la sciarpetta?” E feci segno a Tonino di ripartire. Non se lo fece ripetere due volte, pigiò sul pedale dell’acceleratore e la vecchia Fiat 850 si allontanò rapidamente dalla donnina che vedemmo dallo specchietto sbracciarsi verso di noi e imprecare qualcosa della quale riuscimmo a capire solo il finale, ….cci tua!
Cominciammo a ridere come matti al punto tale che Tonino, raggiunta una distanza di sicurezza dalla donnina super arrabbiata, fermò l’auto per asciugarsi le lacrime che gli impedivano di vedere nitidamente la strada. Ci vollero alcuni minuti per ritornare alla normalità e riprendere la strada di casa dove era ad attenderci il padre di Tonino, il quale, nel vederci uscire dall’auto che ancora ridevamo da matti, ci chiese se stessimo bene o se il sole avesse fatto altre due vittime. Ci dirigemmo verso la nostra cara panchina che nel frattempo ospitava alcuni nostri amici ai quali raccontammo l’episodio, dopo di che ci fu una colossale risata generale, davanti agli occhi del padre di Tonino che ci guardava ancora sgomento e salì in macchina scuotendo la testa.
mercoledì 17 gennaio 2018
Mio Padre
dal libro "Le mie vite" di Romolo Benedetti
….Mio padre aveva due grandi passioni: la prima era la politica. Comunista da sempre, si impegnava anima e corpo nelle lotte operaie e sindacali ( era un metalmeccanico ), era sempre in prima linea nelle manifestazioni. E dire che essere iscritti al Partito Comunista Italiano negli anni ’60 non era facile. Mi ricordava spesso quando proprio nel 1960 a Porta San Paolo a Roma ci furono le cariche a cavallo della polizia per disperdere una manifestazione e lui si prese una buona razione di manganellate che non frenarono la sua attività politica.
Anzi la rafforzarono. A causa della sua fede politica mio padre non ebbe la possibilità di sposarsi in chiesa. Quando andò dal parroco per chiedergli di sposarlo questi gli pose una condizione: se voleva sposarsi in chiesa avrebbe dovuto strappare in ginocchio davanti a lui la tessera del partito comunista. L’8 ottobre del 1949 mio padre si sposò a Roma in Campidoglio, alla faccia del parroco e di tutti i “rospi neri” come li chiamava lui. L’altra sua grande passione era la LAZIO. Al contrario della politica nel calcio mio padre ci condizionò moltissimo nello scegliere la squadra del cuore. Non fu però un condizionamento premeditato in quanto lui essendo grande tifoso della squadra biancoceleste, andava a vedere solo e soltanto la Lazio.
Di conseguenza se volevamo che ci portasse con sé dovevamo per forza di cose andare a vedere questa squadra che ancora seguiamo come e forse più di prima. Mi viene ancora in mente una frase che mi disse in tono scherzoso ma non tanto: Ricordati sempre, ROMANO SI’ ROMANISTA MAI! Da quel momento fui con grande piacere prima antiromanista e poi Laziale. Nel calcio mio padre era abbastanza fazioso, ricordo le invettive che gridava agli arbitri un minuto sì e l’altro … pure. All’epoca (parlo degli anni 60) mio padre allo stadio scaricava la sua tensione accumulata durante la settimana gridando e incitando la sua squadra, si sbracciava in ogni momento, un aneddoto a riguardo fu quando durante una partita allo stadio Olimpico, mi pare fosse Lazio-Padova, qualche fila più in basso di noi ci fu un prete (sì, un prete!) che voltandosi verso mio padre gli disse: << Stai zitto! >> Non l’avesse mai detto!! A lui che odiava i preti! Non aspettò neanche un minuto per la replica: << Innanzi tutto mi dia del Lei, perché non sono mai venuto a mangiare in parrocchia, e poi io strillo quanto cazzo mi pare, non prendo ordini da un prete!>> Alcuni tifosi intorno a noi cominciarono a ridere, altri inneggiavano a mio padre: bravo!! Altri ancora schernivano il sacerdote: <> E mio padre rincarava la dose: << Lavoro in fabbrica tutta la settimana, l’unico mio sfogo è la partita alla domenica e devo essere rimproverato da uno che non fa un cazzo dalla mattina alla sera, ma de che! Laziooooooooo! >> e continuò a incitare la squadra.
….Mio padre aveva due grandi passioni: la prima era la politica. Comunista da sempre, si impegnava anima e corpo nelle lotte operaie e sindacali ( era un metalmeccanico ), era sempre in prima linea nelle manifestazioni. E dire che essere iscritti al Partito Comunista Italiano negli anni ’60 non era facile. Mi ricordava spesso quando proprio nel 1960 a Porta San Paolo a Roma ci furono le cariche a cavallo della polizia per disperdere una manifestazione e lui si prese una buona razione di manganellate che non frenarono la sua attività politica.
Anzi la rafforzarono. A causa della sua fede politica mio padre non ebbe la possibilità di sposarsi in chiesa. Quando andò dal parroco per chiedergli di sposarlo questi gli pose una condizione: se voleva sposarsi in chiesa avrebbe dovuto strappare in ginocchio davanti a lui la tessera del partito comunista. L’8 ottobre del 1949 mio padre si sposò a Roma in Campidoglio, alla faccia del parroco e di tutti i “rospi neri” come li chiamava lui. L’altra sua grande passione era la LAZIO. Al contrario della politica nel calcio mio padre ci condizionò moltissimo nello scegliere la squadra del cuore. Non fu però un condizionamento premeditato in quanto lui essendo grande tifoso della squadra biancoceleste, andava a vedere solo e soltanto la Lazio.
Di conseguenza se volevamo che ci portasse con sé dovevamo per forza di cose andare a vedere questa squadra che ancora seguiamo come e forse più di prima. Mi viene ancora in mente una frase che mi disse in tono scherzoso ma non tanto: Ricordati sempre, ROMANO SI’ ROMANISTA MAI! Da quel momento fui con grande piacere prima antiromanista e poi Laziale. Nel calcio mio padre era abbastanza fazioso, ricordo le invettive che gridava agli arbitri un minuto sì e l’altro … pure. All’epoca (parlo degli anni 60) mio padre allo stadio scaricava la sua tensione accumulata durante la settimana gridando e incitando la sua squadra, si sbracciava in ogni momento, un aneddoto a riguardo fu quando durante una partita allo stadio Olimpico, mi pare fosse Lazio-Padova, qualche fila più in basso di noi ci fu un prete (sì, un prete!) che voltandosi verso mio padre gli disse: << Stai zitto! >> Non l’avesse mai detto!! A lui che odiava i preti! Non aspettò neanche un minuto per la replica: << Innanzi tutto mi dia del Lei, perché non sono mai venuto a mangiare in parrocchia, e poi io strillo quanto cazzo mi pare, non prendo ordini da un prete!>> Alcuni tifosi intorno a noi cominciarono a ridere, altri inneggiavano a mio padre: bravo!! Altri ancora schernivano il sacerdote: <> E mio padre rincarava la dose: << Lavoro in fabbrica tutta la settimana, l’unico mio sfogo è la partita alla domenica e devo essere rimproverato da uno che non fa un cazzo dalla mattina alla sera, ma de che! Laziooooooooo! >> e continuò a incitare la squadra.
lunedì 15 gennaio 2018
Ricordi di scuola

mercoledì 15 novembre 2017
15 novembre 2007-2017: dieci anni dal trapianto di fegato
dal libro "Le mie vite"di Romolo Benedetti
…….Ad ottobre il centro trapianti mi chiamò nuovamente una sera con urgenza, ma si ripetè la stessa cosa di giugno, ero di nuovo riserva e dopo una notte passata sulle spine me ne ritornai a casa molto deluso. Ormai psicologicamente ero andato, tutti i giorni mi ritrovavo improvvisamente a piangere fino a singhiozzare, salivo più volte al giorno sulla bilancia e guardavo perennemente il televideo per vedere se c’erano stati degli incidenti mortali nei pressi di Roma, non mi perdevo un telegiornale. Cominciavo a perdere le forze stando tutto il giorno a letto, quelle rare volte che scendevo in salone poi facevo una enorme fatica a risalire le scale e finii così col farmi portare da mangiare in camera a letto da Martina e Stefania, ero in pratica agli arresti domiciliari. Una sera di novembre, precisamente il dieci vennero a cena da noi due amici, sembrava una serata normale, si mangiava e si parlava normalmente come sempre, nessuno immaginava cosa stesse per accadere………
……mi ritrovai l’indomani mattina in un letto del Pronto Soccorso dell’Ospedale G.B. Grassi di Ostia legato mani e piedi. Ero molto confuso, cercavo di divincolarmi nel letto ma più mi agitavo e più le corde che mi tenevano legato si stringevano, e vi assicuro che per uno che soffre di claustrofobia non era il massimo della gioia. Stavo male, chiedevo aiuto, c’era un via vai di infermieri che non si interessavano a me minimamente, la testa mi girava e non capivo il perché stessi lì per di più legato come un salame.
Non avevo più la cognizione del tempo, non sapevo se era mattina, pomeriggio o notte o che giorno della settimana fosse. Cosa era successo? In poche parole il mio fegato era arrivato “alla frutta” e quindi avevo avuto un picco molto elevato di ammonio nel sangue la cui conseguenza era il coma epatico. Stefania aveva chiamato il 118 e con l’ambulanza ero stato condotto all’ospedale, e siccome avevo dato segni di inaudita violenza, io che non farei del male ad una mosca, si era reso necessario legarmi non prima di aver aggredito il medico del 118 stesso. Fortunatamente le mie condizioni migliorarono man mano che passavano le ore.........
……. Il giorno dopo vedendo che ero migliorato i medici avrebbero voluto dimettermi, Stefania mi disse alquanto incazzata: << Non firmare nessun foglio di dimissioni altrimenti ti spezzo le mani, sto cercando di mettermi in contatto con il tuo epatologo del S. Camillo per farlo parlare con questa specie di medici e fargli presente la tua situazione.>> Riuscì a rintracciarlo nel tardo pomeriggio ( era di domenica ma gli ha rotto le palle fino a che non gli ha risposto al cellulare ) spiegandogli tutto l’accaduto. Questi le disse che a quel punto la situazione si stava aggravando e si mise in contatto con il centro trapianti per avvertirli delle mie condizioni. Dall’ospedale di Ostia venni trasferito al S. Camillo nelle prime ore del quindici novembre presso il reparto di epatologia “Busi” dove ero di casa da qualche mese a quella parte e un paio d’ore più tardi mi dissero che c’era un fegato disponibile e perciò mi avrebbero trapiantato quella notte stessa. Mi diedero tutto l’occorrente per la preparazione all’intervento e con l’aiuto di Stefania cominciai la mia avventura.
Vennero a prendermi di lì a poco per trasferirmi nel reparto di cardiochirurgia dove si sarebbe effettuato il trapianto. Ricordo che una volta entrato in sala operatoria dissi ai medici che si preparavano all’intervento: << Mi raccomando, non mi trapiantate un fegato di un tifoso romanista altrimenti avrò sicuramente il rigetto.>> Risata generale. Questo fu l’ultimo ricordo che ebbi, da quel momento in poi la mia memoria non ha avuto fortunatamente ricordi fino alla metà di febbraio quando cominciai a riconoscere vagamente le persone che venivano a trovarmi e a realizzare dove stavo e perché…..
…. L’intervento iniziò la notte del quindici novembre per terminare circa undici ore dopo. Posso ben immaginare che ambiente possa esserci stato davanti la porta della sala operatoria, Stefania che faceva avanti e indietro per il corridoio accendendo una sigaretta con il mozzicone di quella precedente per tutta la durata dell’intervento, gli amici che cercavano di distrarla parlando di tutt’altre cose, fino alla tarda mattinata del giorno seguente, quando dalla sala operatoria uscì il chirurgo, Stefania gli si fece incontro e si sentì dire: <L'intervento è terminato ma il fegato trapiantato non ne vuol sapere di partire, non sappiamo cosa fare.> Lei rimase di stucco impallidendo non poco e con un filo di voce chiese:<< E quindi?>> < Se il fegato non parte nelle prossime ore metteremo suo marito in lista d'attesa nazionale per un secondo trapianto> Rispose il chirurgo. Stefania cominciò a sudare freddo. Non era possibile che dopo mesi e mesi di attesa, pensava, io avessi avuto la fortuna di trovare un fegato compatibile con il mio organismo ma che una volta trapiantato non funzionasse. Perché? Cosa c’era che non andava? Quanto tempo si sarebbe dovuto aspettare per un nuovo fegato? E soprattutto quanto avrei potuto resistere senza la funzione di un organo così importante? Tutte domande alle quali in quel momento non si riusciva a dare una risposta, c’era solo da fare presto. Venni trasferito in terapia intensiva dello stesso reparto di cardiochirurgia, Stefania stazionava giorno e notte all’ingresso del reparto in attesa di quei pochi minuti al giorno che i medici le concedevano per entrare e starmi vicino. Non c’era un medico che lei non abbia fermato per chiedergli com’era la mia situazione, ma si sentiva dare sempre la stessa risposta:<< Le condizioni di suo marito sono gravi ma permangono stazionarie.>> Dopo circa quarantotto ore il nuovo fegato ( nuovo si fa per dire visto che aveva cinquantatrè anni ) cominciò a dare i primi segni di reazione, seppure in modo irregolare, ma iniziò a funzionare. Cominciarono però a sopraggiungere dei problemi, un blocco renale per cui fui sottoposto a dialisi per cinque o sei giorni, poi fu la volta di un versamento pleurico che costrinse i medici a sottopormi ad una toracentesi, cioè ad una puntura nella parete toracica per estrarre del liquido pleurico, e non mancò all’appello neanche una insufficienza respiratoria e qualcos’altro dal momento che mi somministrarono ripetutamente adrenalina.
Le mie condizioni continuavano a non migliorare col passare dei giorni, Stefania era preoccupata sempre più e anche mio figlio Daniele che nel frattempo era tornato da Pisa per starmi vicino. Passarono dieci giorni e venni trasferito al centro di rianimazione CR2 sempre nell’ospedale S. Camillo. Non so se fosse coma naturale o farmacologico sta di fatto che di tutto questo periodo io non ricordi assolutamente nulla quindi cercherò di attenermi scrupolosamente a quello che mi è stato riferito da Stefy e amici. Anche qui le mie condizioni non migliorarono, rimasero sempre gravi, anzi ritornai in sala operatoria per una sopraggiunta emorragia e per essere sottoposto a tracheotomia, un intervento che consiste nell’incisione chirurgica della trachea per aprire una via respiratoria alternativa a quella naturale e che viene praticata di routine in pazienti in stato di coma. Il tempo scorreva inesorabile e il morale delle persone che mi stavano vicine cominciava a dare segni di cedimento…..
……Stefania continuava imperterrita a chiedere notizie sul mio stato di salute a tutte le persone che incontrava con il camice bianco, se le fosse passato davanti il barbiere dell’ospedale avrebbe chiesto notizie anche a lui. Una notte entrai in una severissima crisi respiratoria, faticavo a respirare nonostante l’ossigeno, i medici che si erano radunati attorno al mio letto pensavano fosse arrivato il mio momento ma si adoperavano con tutte le loro forze per farmi uscire da questa pericolosa situazione. Fortunatamente col passare dei minuti cominciai a stare meglio, il respiro si normalizzò seppure aiutato dall’ossigeno, la situazione si regolarizzò con grande sollievo dei medici e paramedici. Il mattino seguente Stefania chiese cosa fosse successo e un medico le disse:<< Signora, non ci chieda che cosa abbia avuto suo marito e perché, non ci abbiamo capito niente, l’importante è che ne sia uscito fuori nel migliore dei modi. Stefania era sempre più preoccupata e stanca della solita frase “grave ma stazionario” e arrivò a bloccare uno dei medici del reparto mettendolo con le spalle al muro e dicendogli:<< Ora mi dice la verità sulle reali condizioni di mio marito o lei non si muove di qui.>> Il malcapitato medico preso alla sprovvista dalla furiosa reazione di mia moglie rispose:<< Signora, per suo marito purtroppo non c’è più niente da fare, le consiglio di chiedere ai chirurghi di effettuare un secondo trapianto, e al più presto.>> Povera Stefy! Se prima stava male ora stava peggio, non so che cosa le passasse per la mente in quel momento, non gliel’ho mai chiesto. Il giorno seguente, precisamente il diciotto dicembre venni trasferito in un terzo reparto di rianimazione, questa volta dell’ospedale Spallanzani, sempre a Roma……
……. e fu la mia fortuna. In questo reparto ci sono stato la bellezza di due mesi e mezzo durante i quali fui sottoposto ad un’altra serie di analisi ematiche ma soprattutto strumentali, in fin dei conti ero in condizioni molto gravi, i medici tutti i giorni non sapevano se il giorno successivo sarei stato ancora vivo, c’è voluta tutta la tenacia e soprattutto la professionalità del Primario e della sua equipe per farmi uscire da quella brutta situazione.
Mi sottoposero ad una prima biopsia epatica all’inizio e successivamente ne subii un’altra a distanza di due o tre settimane per monitorare questo benedetto fegato (romanista?) che dal momento del trapianto aveva preoccupato non poco i medici e non solo loro. Anche qui non potevano mancare le complicazioni, venni sottoposto a due toracentesi a distanza di pochi giorni a causa di un versamento pleurico massivo e mi drenarono così 1200 cc di liquido nella prima e circa 700 cc. durante la seconda toracentesi. Mi ricordo vagamente uno di questi due interventi e non fu molto simpatico, tanta gente intorno a me che mi tenevano seduto sul letto e improvvisamente un forte dolore ad un fianco. Nulla mi ricordo invece quando mi sottoposero a plasmaferesi, un procedimento necessario per purificare l’organismo dalle sostanze tossiche legate alle proteine. Vogliamo poi parlare delle trasfusioni di sangue che ho dovuto fare? Dalle analisi che mi venivano effettuate sistematicamente ogni giorno si evidenziava una severa anemia, e più trasfusioni facevo più questa anemia persisteva, i medici non capivano da dove perdessi sangue in quanto non era in atto nessuna emorragia…..
…..Da quel fatidico quindici novembre, giorno dell’intervento, non mi sono fatto proprio mancare nulla, tutte le complicazioni possibili che potevo avere le ho immancabilmente avute, e anche di più, come ciliegina sulla torta sicuramente a causa delle difese immunitarie basse contrassi anche l’Herpes Zoster, comunemente chiamato “fuoco di Sant’Antonio” una patologia a carico della pelle e delle terminazioni nervose che mi provocò dei dolori terribili al nervo sciatico della gamba destra che onestamente non auguro di provare neanche al mio peggior nemico. Durante la permanenza allo Spallanzani cominciai a tornare alla realtà e il mio cervello cominciò a ricordare qualcosa, anche se molto ma molto vagamente......
(immagini prese dal web)
Romolo Benedetti
…….Ad ottobre il centro trapianti mi chiamò nuovamente una sera con urgenza, ma si ripetè la stessa cosa di giugno, ero di nuovo riserva e dopo una notte passata sulle spine me ne ritornai a casa molto deluso. Ormai psicologicamente ero andato, tutti i giorni mi ritrovavo improvvisamente a piangere fino a singhiozzare, salivo più volte al giorno sulla bilancia e guardavo perennemente il televideo per vedere se c’erano stati degli incidenti mortali nei pressi di Roma, non mi perdevo un telegiornale. Cominciavo a perdere le forze stando tutto il giorno a letto, quelle rare volte che scendevo in salone poi facevo una enorme fatica a risalire le scale e finii così col farmi portare da mangiare in camera a letto da Martina e Stefania, ero in pratica agli arresti domiciliari. Una sera di novembre, precisamente il dieci vennero a cena da noi due amici, sembrava una serata normale, si mangiava e si parlava normalmente come sempre, nessuno immaginava cosa stesse per accadere………
……mi ritrovai l’indomani mattina in un letto del Pronto Soccorso dell’Ospedale G.B. Grassi di Ostia legato mani e piedi. Ero molto confuso, cercavo di divincolarmi nel letto ma più mi agitavo e più le corde che mi tenevano legato si stringevano, e vi assicuro che per uno che soffre di claustrofobia non era il massimo della gioia. Stavo male, chiedevo aiuto, c’era un via vai di infermieri che non si interessavano a me minimamente, la testa mi girava e non capivo il perché stessi lì per di più legato come un salame.
Non avevo più la cognizione del tempo, non sapevo se era mattina, pomeriggio o notte o che giorno della settimana fosse. Cosa era successo? In poche parole il mio fegato era arrivato “alla frutta” e quindi avevo avuto un picco molto elevato di ammonio nel sangue la cui conseguenza era il coma epatico. Stefania aveva chiamato il 118 e con l’ambulanza ero stato condotto all’ospedale, e siccome avevo dato segni di inaudita violenza, io che non farei del male ad una mosca, si era reso necessario legarmi non prima di aver aggredito il medico del 118 stesso. Fortunatamente le mie condizioni migliorarono man mano che passavano le ore.........
……. Il giorno dopo vedendo che ero migliorato i medici avrebbero voluto dimettermi, Stefania mi disse alquanto incazzata: << Non firmare nessun foglio di dimissioni altrimenti ti spezzo le mani, sto cercando di mettermi in contatto con il tuo epatologo del S. Camillo per farlo parlare con questa specie di medici e fargli presente la tua situazione.>> Riuscì a rintracciarlo nel tardo pomeriggio ( era di domenica ma gli ha rotto le palle fino a che non gli ha risposto al cellulare ) spiegandogli tutto l’accaduto. Questi le disse che a quel punto la situazione si stava aggravando e si mise in contatto con il centro trapianti per avvertirli delle mie condizioni. Dall’ospedale di Ostia venni trasferito al S. Camillo nelle prime ore del quindici novembre presso il reparto di epatologia “Busi” dove ero di casa da qualche mese a quella parte e un paio d’ore più tardi mi dissero che c’era un fegato disponibile e perciò mi avrebbero trapiantato quella notte stessa. Mi diedero tutto l’occorrente per la preparazione all’intervento e con l’aiuto di Stefania cominciai la mia avventura.
Vennero a prendermi di lì a poco per trasferirmi nel reparto di cardiochirurgia dove si sarebbe effettuato il trapianto. Ricordo che una volta entrato in sala operatoria dissi ai medici che si preparavano all’intervento: << Mi raccomando, non mi trapiantate un fegato di un tifoso romanista altrimenti avrò sicuramente il rigetto.>> Risata generale. Questo fu l’ultimo ricordo che ebbi, da quel momento in poi la mia memoria non ha avuto fortunatamente ricordi fino alla metà di febbraio quando cominciai a riconoscere vagamente le persone che venivano a trovarmi e a realizzare dove stavo e perché…..
…. L’intervento iniziò la notte del quindici novembre per terminare circa undici ore dopo. Posso ben immaginare che ambiente possa esserci stato davanti la porta della sala operatoria, Stefania che faceva avanti e indietro per il corridoio accendendo una sigaretta con il mozzicone di quella precedente per tutta la durata dell’intervento, gli amici che cercavano di distrarla parlando di tutt’altre cose, fino alla tarda mattinata del giorno seguente, quando dalla sala operatoria uscì il chirurgo, Stefania gli si fece incontro e si sentì dire: <L'intervento è terminato ma il fegato trapiantato non ne vuol sapere di partire, non sappiamo cosa fare.
giovedì 7 settembre 2017
Al Capolinea


sabato 12 novembre 2016
Una giornata ad Auschwitz e Birkenau
Due novembre duemilasedici, ore 7,30. Mi affaccio alla finestra dell’albergo, la giornata si presenta degna della ricorrenza, tetra e piovigginosa. Del resto anche il programma odierno si allinea alla cupa giornata, una visita ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau.

Un pensiero corre direttamente ai miei genitori, ai miei nonni, e per la ricorrenza dei defunti e per avermi trasmesso, con i loro racconti di guerra vissuta, questo desiderio di vedere con i miei occhi quei tragici luoghi testimoni di una barbarie inaudita. Il viaggio in pullman di linea da Cracovia ad Auschwitz dura poco più di un’ora, una leggera pioggia ci accompagna per tutto il tragitto, la temperatura non fa sconti. Sono con mio figlio, anche lui desideroso di toccare con mano quei tristi luoghi.

Arriviamo all’ingresso del campo con largo anticipo, c’è tutto il tempo di osservare con ammirazione le numerose scolaresche in attesa del loro turno per iniziare la visita al campo maledetto, vengono da tutte le parti d’Europa, Italia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Regno Unito, dalla Polonia stessa. Una volta completato il gruppo di lingua italiana inizia il tragitto che per tre ore ci porterà nei campi di Auschwitz 1 e 2, cioè Birkenau, non prima di aver indossato le cuffiette forniteci e sintonizzate sulla voce della guida italiana.
La prima immagine che ci capita davanti agli occhi è il tristemente noto cancello di ingresso con la famosa scritta “ARBEIT MACHT FREI” ( il lavoro rende liberi) con la B capovolta, l’operaio che la realizzò volle così affrontare i tedeschi che non accorgendosi dell’errore collocarono la scritta all’entrata di uno dei campi più terribili dell’olocausto. “Li hanno presi per il culo fin dal loro ingresso”, commento con mio figlio, pensando a quei poveri Cristi che più di settanta anni fa passarono sotto quella scritta con un biglietto di sola andata.
Agghiacciante il blocco 4, sezione “Extermination” (sterminio), dove al primo piano, protetti da una vetrata, riposano alcune tonnellate di capelli di deportati uccisi che i nazisti non fecero in tempo, per l’arrivo dell’armata russa, a spedire ad una azienda tessile per farne dei tessuti mentre in un’altra stanza sono custoditi una manciata di granuli di Zyclon B, la potente sostanza chimica usata nelle camere a gas per l’opera di sterminio.
Nel blocco 5 racchiusi in teche separate effetti personali vari quali valigie di cartone, spazzole, dentifrici, pettini, occhiali, creme, una visione che lascia i visitatori con un’amarezza e tanta tristezza nel cuore. Man mano che si va avanti il cuore mi si stringe sempre più, vedo il “muro della morte”, un muro situato in fondo al cortile tra i blocchi 10 e 11 usato come luogo delle fucilazioni, mentre in fondo ad un corridoio osservo con amarezza una delle forche mobili usate per le esecuzioni. Mi viene a pensare: “Ma come può esistere essere umano al mondo oggi che nega tutto questo?”.
Ovunque mi giri vedo morte e torture e mi tornano alla mente le parole di una vecchia canzone degli anni 60 (Auschwitz, Equipe 84), “…ancora non è contenta di sangue la belva umana”; sì, belva è la parola esatta. Continuando nella visita al seguito della guida giungiamo in prossimità di un altro macabro luogo che, lo dico senza vergogna, mi ha fatto inumidire gli occhi: l’ingresso della camera a gas. Ho avuto un attimo di indecisione nell’entrare in quella triste stanza, semibuia, spoglia, sembrava di essere realmente insieme a quei poveracci di tanti anni fa e mi aspettavo che da un momento all’altro scendessero dai buchi nel soffitto i granuli di Zyclon B. il tempo di una foto e mi dirigo immediatamente verso la stanza successiva dove sono visibili ben quattro forni crematori, “dalla padella alla brace”, mi son detto, riferendomi alle povere vittime.
Osservo i binari per terra ed il carrello per la sistemazione dei cadaveri nei forni, su uno dei quali qualcuno ha deposto un mazzo di fiori; guadagno subito la via d’uscita. La visita ad Auswitz1 termina qui, usciamo attraversando di nuovo il doppio recinto di filo elettrificato e ci dirigiamo verso la navetta che ci porterà ad Auschwitz2, cioè Birkenau.
Giunti all’ingresso, il lager ci appare in tutta la sua desolante vastità, con poche baracche di legno, delle trecento originarie adibite a prigione, rimaste in piedi e circondate dal solito filo spinato elettrificato che si perde a vista d’occhio. Un’enorme zona paludosa dove all’epoca il fango arrivava fin quasi alle ginocchia, mi viene da affermare senza ombra di dubbio che Auschwitz in confronto a Birkenau fosse un albergo a quattro stelle.
Nel cammino verso il sacrario inaugurato nel 1967, in memoria di un milione e mezzo di vittime delle SS vediamo, fermo su di un binario, un vagone merci originale dell’epoca utilizzato per le deportazioni, e una nuova stilettata mi colpisce ancora mentre cerco di immaginare le circa cento persone stipate in quell’angusto spazio sopportare un viaggio di migliaia di chilometri per giorni e giorni senza acqua, viveri e senza un minimo di igiene.
Per ultimo ci dirigiamo verso un blocco in muratura adibito a dormitorio femminile, dove sono ben visibili le due file di letti a castello, dove ogni posto era occupato da sei/otto persone e i posti inferiori erano immersi nel fango dal momento che il terreno del lager di Birkenau era praticamente acquitrinoso.
“Chiunque contesti l’esistenza delle camere a gas di Auschwitz è sempre o un vecchio nazista o un neonazista.” (Simon Wiesenthal)
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