Si dedica quindi anima e corpo a questa specialità, e a diciotto anni eguaglia il record italiano dei 100 metri con 10”4. L’anno successivo, nel 1958, Berruti ottiene il record mondiale juniores con 10”3, e ancora un anno dopo ottiene il record italiano dei 200 metri: a Malmoe in Svezia, con il tempo di 20"8. Nel 1960 Berruti scrisse la storia dell’atletica italiana conquistando la medaglia d’oro nei 200 metri piani battendo velocisti del calibro degli americani Norton, Johnson e Carney, e del favorito Seye. In quell’Olimpiade Berruti si innamorò di una sua collega americana, la famosa velocista Wilma Rudolph, ma fu un amore che non si concretizzò mai dal momento che, secondo quanto ha sempre detto il campione torinese, gli allenatori della squadra USA gli fecero capire che su Wilma aveva messo gli occhi un giovane pugile del Kentucky, che era a Roma per vincere l'oro dei mediomassimi, e che, se provocato, avrebbe potuto diventare aggressivo. Quel pugile che stava dietro a Wilma era un certo Cassius Clay. La carriera agonistica di Berruti fu poi abbastanza incostante. Partecipa alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964 arrivando quinto nei 200 metri con il tempo di 20”78. Partecipa anche alle Olimpiadi di Città del Messico con la staffetta 4x100, arrivando settimo e ottenendo un nuovo primato italiano con 39"2, dopo di che a causa dei problemi ai tendini decide di ritirarsi. /immagine presa dal web)
lunedì 9 febbraio 2015
Gigi Riva, "Rombo di tuono"
Gigi Riva, Rombo di tuono come venne soprannominato, una leggenda, un mito, di certo uno dei calciatori più forti d’Italia (Leggiuno, VA, 7 novembre 1944). Nato da una famiglia non certo benestante, perde il papà all’età di nove anni e la mamma qualche tempo dopo, così la sorella Fausta gli farà da madre. A 18 anni giocava in Serie C con il Legnano, dove venne notato dagli osservatori del Cagliari, allora militante in Serie B, che lo acquistò per 37 milioni di lire.
L’anno successivo i suoi 9 gol nella massima serie contribuirono alla salvezza del Cagliari e gli valsero la convocazione e l’esordio in Nazionale il 27 giugno 1965 a Budapest contro l’Ungheria, subentrando al posto dell’infortunato Ezio Pascutti. Ai mondiali del 1966 in Inghilterra l’allora allenatore della Nazionale Edmondo Fabbri non ritenne opportuno convocarlo ma come premio lo fece partecipare alla spedizione come aggregato. Nel Campionato 1969-70 Gigi Riva si laureò Campione d'Italia conquistando col suo Cagliari allenato da Manlio Scopigno il primo e unico scudetto nella storia della società sarda.
L’anno successivo subì un grave infortunio giocando in Nazionale contro l’Austria, la frattura della tibia e del perone della gamba destra. Ritornò a giocare verso la fine del 1971, disputando diversi campionati ad altissimi livelli. Nel 1969 si classificò secondo nella conquista del Pallone d'oro alle spalle del Golden boy Gianni Rivera mentre l’anno successivo fu terzo alle spalle di Gerd Müller e Bobby Moore. Vestì sempre e solo la maglia del Cagliari fino al termine del campionato 1975-1976.
Ritiratosi dal calcio attivo, Gigi Riva ha continuato a vivere a Cagliari, e nel 1990 ha iniziato la sua collaborazione con la FIGC al seguito della Nazionale, prima come dirigente accompagnatore ed infine come team manager, carica che ha ricoperto fino a maggio 2013. Con la maglia del Cagliari ha disputato 315 partite segnando la bellezza di 164 reti; con la maglia azzurra della Nazionale ha disputato 42 partite realizzando 35 reti e diventando il miglior realizzatore italiano per quanto riguarda le reti in Nazionale. (immagini prese dal web)
L’anno successivo i suoi 9 gol nella massima serie contribuirono alla salvezza del Cagliari e gli valsero la convocazione e l’esordio in Nazionale il 27 giugno 1965 a Budapest contro l’Ungheria, subentrando al posto dell’infortunato Ezio Pascutti. Ai mondiali del 1966 in Inghilterra l’allora allenatore della Nazionale Edmondo Fabbri non ritenne opportuno convocarlo ma come premio lo fece partecipare alla spedizione come aggregato. Nel Campionato 1969-70 Gigi Riva si laureò Campione d'Italia conquistando col suo Cagliari allenato da Manlio Scopigno il primo e unico scudetto nella storia della società sarda.
L’anno successivo subì un grave infortunio giocando in Nazionale contro l’Austria, la frattura della tibia e del perone della gamba destra. Ritornò a giocare verso la fine del 1971, disputando diversi campionati ad altissimi livelli. Nel 1969 si classificò secondo nella conquista del Pallone d'oro alle spalle del Golden boy Gianni Rivera mentre l’anno successivo fu terzo alle spalle di Gerd Müller e Bobby Moore. Vestì sempre e solo la maglia del Cagliari fino al termine del campionato 1975-1976.
Ritiratosi dal calcio attivo, Gigi Riva ha continuato a vivere a Cagliari, e nel 1990 ha iniziato la sua collaborazione con la FIGC al seguito della Nazionale, prima come dirigente accompagnatore ed infine come team manager, carica che ha ricoperto fino a maggio 2013. Con la maglia del Cagliari ha disputato 315 partite segnando la bellezza di 164 reti; con la maglia azzurra della Nazionale ha disputato 42 partite realizzando 35 reti e diventando il miglior realizzatore italiano per quanto riguarda le reti in Nazionale. (immagini prese dal web)
venerdì 30 gennaio 2015
Wilma Rudolph ( Atletica, USA)
Wilma Glodean Rudolph (23 giugno 1940 – 12 novembre 1994) è stata un'atleta statunitense, una velocista vincitrice di 3 medaglie d'oro alle olimpiadi del 1960 a Roma. La sua storia intenerì il mondo perché venne colpita da poliomielite ancora bambina. Wilma Rudolph era la ventesima di ventidue figli di una disagiata famiglia nera del Tennessee. Rischiò di rimanere zoppa nella gamba sinistra a causa appunto della poliomielite, tanto che per anni fu costretta a portare un apparecchio correttivo, e a recarsi due volte la settimana in ospedale per fare le terapie, nonostante l'ospedale riservato ai neri si trovasse ad ottanta chilometri dal paese in cui abitava.
Tanta costanza fu ripagata, e verso i dodici anni Wilma Rudolph cominciò di nuovo a camminare normalmente e a dedicarsi allo sport, iniziando a giocare a pallacanestro a scuola. Qui fu notata dall'allenatore di atletica, che la convinse a dedicarsi alla velocità. In brevissimo tempo Wilma Rudolph divenne una velocista di livello mondiale, al punto di guadagnarsi l’appellativo di gazzella nera. Aveva appena sedici anni quando partecipò alle Olimpiadi del 1956 come atleta della staffetta statunitense della 4×100 m, vincendo la medaglia di bronzo.
Quattro anni dopo, nel 1960 a Roma, Wilma Rudolph fu tra i grandi protagonisti dell'Olimpiade, vincendo tre medaglie d'oro, la prima nei 100 metri, dopo aver eguagliato il record mondiale correndo la semifinale in 11"3, vinse nettamente la finale in 11 secondi netti, ma questo nuovo record mondiale non venne omologato per via dell'eccessivo vento favorevole. Tre giorni dopo vinse i 200 metri in 24"0, dopo aver eguagliato il record olimpico correndo in 23"2 nelle batterie eliminatorie.
Il terzo oro lo conquistò nella staffetta 4×100 m, gara che stabilì il nuovo record mondiale in 44"5. Associated Press la nominò Atleta donna dell'anno nel 1960 e nel 1961, anno in cui migliorò il record mondiale dei 100 m correndo in 11"2. Wilma Rudolph si ritirò dalle competizioni nel 1962. Intraprese la carriera di insegnante, fu allenatrice di atletica e commentatrice sportiva. Si sposò nel 1963 ed ebbe quattro figli. È scomparsa nel 1994, a soli 54 anni, per un tumore al cervello.
Tanta costanza fu ripagata, e verso i dodici anni Wilma Rudolph cominciò di nuovo a camminare normalmente e a dedicarsi allo sport, iniziando a giocare a pallacanestro a scuola. Qui fu notata dall'allenatore di atletica, che la convinse a dedicarsi alla velocità. In brevissimo tempo Wilma Rudolph divenne una velocista di livello mondiale, al punto di guadagnarsi l’appellativo di gazzella nera. Aveva appena sedici anni quando partecipò alle Olimpiadi del 1956 come atleta della staffetta statunitense della 4×100 m, vincendo la medaglia di bronzo.
Quattro anni dopo, nel 1960 a Roma, Wilma Rudolph fu tra i grandi protagonisti dell'Olimpiade, vincendo tre medaglie d'oro, la prima nei 100 metri, dopo aver eguagliato il record mondiale correndo la semifinale in 11"3, vinse nettamente la finale in 11 secondi netti, ma questo nuovo record mondiale non venne omologato per via dell'eccessivo vento favorevole. Tre giorni dopo vinse i 200 metri in 24"0, dopo aver eguagliato il record olimpico correndo in 23"2 nelle batterie eliminatorie.
Il terzo oro lo conquistò nella staffetta 4×100 m, gara che stabilì il nuovo record mondiale in 44"5. Associated Press la nominò Atleta donna dell'anno nel 1960 e nel 1961, anno in cui migliorò il record mondiale dei 100 m correndo in 11"2. Wilma Rudolph si ritirò dalle competizioni nel 1962. Intraprese la carriera di insegnante, fu allenatrice di atletica e commentatrice sportiva. Si sposò nel 1963 ed ebbe quattro figli. È scomparsa nel 1994, a soli 54 anni, per un tumore al cervello.
giovedì 22 gennaio 2015
Passione Lazio

Inedito di Romolo Benedetti
La mia storia con la S.S. Lazio nasce nel 1958, avevo otto anni. Sono trascorsi diversi lustri da quel bellissimo giovedì ventiquattro settembre, ricordo benissimo le foto sui giornali, purtroppo solo quelle perché a casa mia non era ancora arrivata la televisione, ricordo la felicità di mio padre e dei suoi amici, e la mia naturalmente. Ricordo anche che quella gioia non la condivisi con nessuno dei miei compagni di giochi e di scuola, perché tra questi ero l’unico tifoso della Lazio, circondato da una marea di “romanisti” e “milanisti”. Di cosa sto parlando? Del primo trofeo vinto dalla mia squadra del cuore, la Lazio, e precisamente della Coppa Italia 1958.
La prima volta che vidi una partita dal vivo allo stadio però non fu della mia Lazio, bensì della Nazionale italiana, fu il ventotto febbraio 1959 (sulle date mi sono documentato, non sono Einstein) e la partita Italia – Spagna, sinceramente non mi torna alla mente se fosse un’amichevole oppure valevole per qualche competizione ufficiale. Ci andai insieme a mio padre, ricordo che anticipammo il pranzo perché in quegli anni d’inverno le partite iniziavano alle quattordici e trenta e ci dirigemmo verso lo stadio Olimpico di Roma, ero molto eccitato e tenevo stretta tra le mie mani una piccola bandiera tricolore che iniziai a sventolare non appena prendemmo posto sugli spalti dello stadio. Durante il tragitto mio padre mi dava informazioni sulla partita, così venni a sapere che tra le fila della Spagna giocava il più forte giocatore di quel periodo, Alfredo Di Stefano, e che nella nazionale italiana c’erano ben quattro giocatori che l’anno prima avevano giocato con la Fiorentina la finale di Coppa Italia contro la Lazio, perdendola naturalmente, forse mio padre mi diceva questo per enfatizzare al massimo la vittoria della squadra biancoceleste nel prestigioso trofeo.
La partita terminò con il risultato di uno a uno con reti appunto di Di Stefano e Lojacono per l’Italia. Quest’ultimo giocatore entrò subito nelle mie simpatie per il gol che fece, ma cominciai a odiarlo quando l’anno successivo passò nelle file dell’odiata Roma, la squadra che sta sull’altra sponda del Tevere. Per quanto riguarda le partite di club la prima alla quale assistetti fu appunto quella del derby Roma-Lazio in data diciannove marzo 1961, rimasi colpito dalla grande coreografia all’interno dello stadio, una miriade di bandiere biancazzurre e giallorosse mescolate insieme e svolazzanti. Eh sì, perché all’epoca tra i tifosi delle diverse squadre c’era un grande rispetto, la vera sportività con la S maiuscola, si trovavano seduti gli uni accanto agli altri e ognuno tifava per la propria squadra, al massimo ci poteva scappare una scazzottata che veniva subito sedata dagli altri spettatori ma poi si ritornava a tifare tranquillamente. Dunque, tornando al derby, appena all’interno dello stadio quasi ebbi paura nel vederlo stracolmo di gente, non avevo mai visto niente di simile, tanti cori e canzoni adattate per l’occasione e soprattutto tanti sfottò, alcuni dei quali erano abbastanza simpatici e ti strappavano delle enormi risate dalla bocca, altri un pò meno e spesso offensivi, da ambo le parti che lasciavano molto a desiderare in quanto a educazione e che erano pretesti appunto per iniziare le suddette scazzottate. Ma il bello doveva ancora venire. Per dovere di cronaca il derby venne vinto dalla Lazio, con mia somma gioia.
Uno degli sfottò più simpatici era quello del “funerale”. Consisteva nell’affittare un carro funebre compreso di bara (naturalmente vuota) e fare il giro delle vie più affollate della Capitale con questo carro e con sulla bara la bandiera con i colori della squadra che aveva perduto il derby, non solo ma al seguito un corteo di persone con sciarpe dello stesso colore. Che bello quel giorno vedere un funerale tutto giallorosso! Ma quella gioia fu uno zuccherino che si sciolse ben presto perché quell’anno alla fine del campionato la Lazio per la prima volta nella sua storia venne retrocessa in serie B, vidi la tristezza nella faccia di mio padre, antagonista di quella gioiosa e felice di qualche anno prima l’indomani della conquista della Coppa Italia.
Io non capivo ancora bene cosa volesse dire Serie A o Serie B, per me la domenica c’era la partita della Lazio e questo mi bastava, poi mio padre mi spiegò che l’anno successivo la nostra squadra non avrebbe giocato più con Milan, Inter, Juventus, Roma, ma con squadre inferiori, ma io ero contento lo stesso perché dal campionato successivo mi avrebbe portato tutte le domeniche allo stadio facendomi l’abbonamento alle partite. Cominciò così la mia fede di semplice tifoso laziale prima e poi col passare degli anni anche di “antiromanista”, fede che ho trasmesso con orgoglio a mio figlio Daniele il quale non ha esitato un attimo ad abbracciarla.
Romolo Benedetti
sabato 22 novembre 2014
Marco Pantani, il Pirata
Marco Pantani nacque a Cesena, il 13 gennaio del 1970, venne soprannominato "il pirata" per la bandana che quasi sempre indossava durante le gare. Da bambino ricevette una bicicletta in regalo dal nonno e, mettendo da parte la sua passione per il calcio, decise di dedicarsi al ciclismo. Agli inizi della carriera ottenne subito ottimi risultati, al Giro d'Italia dilettanti arriva terzo nel 1990, secondo nel 1991 e primo nel 1992. Professionista dal 1992 al 2003, ottenne nella sua carriera 46 vittorie nelle corse a tappe vincendo un Giro d'Italia e un Tour de France nello stesso anno, oltre la medaglia di bronzo ai mondiali in linea del 1995.
Nel 1993 prese parte al primo Giro d'Italia per professionisti, ma dovette ritirarsi dopo poche tappe per una tendinite. Ebbe diversi incidenti fortuiti che minarono la sua carriera, nel 1995 durante la Milano-Torino Marco venne investito da un'auto, subendo una doppia frattura di tibia e perone alla gamba, un incidente che fece temere un addio alle corse da parte del ciclista. Due anni dopo, al Giro d’Italia del 1997, a causa di un gatto che gli attraversò la strada al passaggio del gruppo ebbe un nuovo incidente. Riuscì a concludere la tappa con l’aiuto dei compagni di squadra, ma trasportato all’ospedale gli venne riscontrata la lacerazione di un centimetro nelle fibre muscolari della coscia sinistra, e dovette quindi terminare in anticipo la corsa. Il 1998 fu un anno speciale per il pirata. Vinse il Giro d’Italia e si presentò al Tour de France con i favori del pronostico, e non si smentì, facendo sua la corsa francese.
Nel 1999 fu l’anno nero. Il 5 giugno a Madonna di Campiglio durante una tappa del Giro d’Italia, a seguito di analisi di controllo eseguite dai medici dell’UCI, venne riscontrata, nel sangue di Pantani, una concentrazione di globuli rossi superiore al consentito. Pantani venne sospeso per quindici giorni e dovette abbandonare la corsa, mentre la sua squadra, la Mercatone Uno-Bianchi, si ritirò in blocco dal Giro. Nel 2000 tornò alle corse ma la condizione psicologica più di quella fisica si fece sentire e raggiunse risultati poco soddisfacenti. Negli anni successivi la depressione si fece sempre più pressante, al punto di ritirarsi al Giro d’Italia del 2001 e addirittura non venendo invitato insieme alla sua squadra al Tour de France. Il 14 febbraio 2004, Marco Pantani fu trovato morto nella stanza D5 del residence "Le Rose" di Rimini. L'autopsia rivelò che la morte fu causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguente a un'overdose di cocaina, ma molti punti oscuri sono tutt’ora presenti su questa morte. ( immagini prese dal web )
Nel 1993 prese parte al primo Giro d'Italia per professionisti, ma dovette ritirarsi dopo poche tappe per una tendinite. Ebbe diversi incidenti fortuiti che minarono la sua carriera, nel 1995 durante la Milano-Torino Marco venne investito da un'auto, subendo una doppia frattura di tibia e perone alla gamba, un incidente che fece temere un addio alle corse da parte del ciclista. Due anni dopo, al Giro d’Italia del 1997, a causa di un gatto che gli attraversò la strada al passaggio del gruppo ebbe un nuovo incidente. Riuscì a concludere la tappa con l’aiuto dei compagni di squadra, ma trasportato all’ospedale gli venne riscontrata la lacerazione di un centimetro nelle fibre muscolari della coscia sinistra, e dovette quindi terminare in anticipo la corsa. Il 1998 fu un anno speciale per il pirata. Vinse il Giro d’Italia e si presentò al Tour de France con i favori del pronostico, e non si smentì, facendo sua la corsa francese.
Nel 1999 fu l’anno nero. Il 5 giugno a Madonna di Campiglio durante una tappa del Giro d’Italia, a seguito di analisi di controllo eseguite dai medici dell’UCI, venne riscontrata, nel sangue di Pantani, una concentrazione di globuli rossi superiore al consentito. Pantani venne sospeso per quindici giorni e dovette abbandonare la corsa, mentre la sua squadra, la Mercatone Uno-Bianchi, si ritirò in blocco dal Giro. Nel 2000 tornò alle corse ma la condizione psicologica più di quella fisica si fece sentire e raggiunse risultati poco soddisfacenti. Negli anni successivi la depressione si fece sempre più pressante, al punto di ritirarsi al Giro d’Italia del 2001 e addirittura non venendo invitato insieme alla sua squadra al Tour de France. Il 14 febbraio 2004, Marco Pantani fu trovato morto nella stanza D5 del residence "Le Rose" di Rimini. L'autopsia rivelò che la morte fu causata da un edema polmonare e cerebrale, conseguente a un'overdose di cocaina, ma molti punti oscuri sono tutt’ora presenti su questa morte. ( immagini prese dal web )
giovedì 31 luglio 2014
Cassius Marcellus Clay, Muhammad Ali.
E’ considerato il più grande pugile di tutti i tempi, Cassius Marcellus Clay Jr. (Louisville, 17 gennaio 1942), Muhammad Ali da quando si è convertito all’Islam. Cominciò a indossare i guantoni spinto da un poliziotto di origini irlandesi a soli dodici anni, e ben presto cominciò a raccogliere trionfi nelle categorie dilettantistiche, dopo di che si mise in luce alle Olimpiadi di Roma del 1960 conquistando l'oro nella categoria dei pesi mediomassimi, passando tra i professionisti in quello stesso anno. Allenato da Angelo Dundee, Clay conquistò il titolo mondiale dei pesi massimi a soli ventidue anni a Miami il 25 febbraio 1964 battendo in sette riprese Sonny Liston.
Dopo la conquista del titolo mondiale, Cassius Clay annunciò al mondo intero la sua conversione all’Islam e di aver scelto il nome di Muhammad Ali. Da quel momento cominciarono i suoi guai. Venne chiamato alle armi nel 1966 dopo essere stato riformato quattro anni prima. Rifiutò categoricamente affermando di essere un "ministro della religione islamica", definendosi "obiettore di coscienza" rifiutandosi di partire per la guerra del Vietnam ("Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro", dichiarò alla stampa) e venne condannato a cinque anni di prigione da una giuria composta di soli bianchi. In quel periodo Alì decise per il ritiro dall’attività agonistica e si impegnò nelle lotte portate avanti da Martin Luther King e Malcom X. Decise di tornare di novo sul ring, perdendo la sfida denominata “l’incontro del secolo” contro Joe Frazier, ma il 30 ottobre 1974 riconquistò il titolo mondiale battendo per KO George Foreman a Kinshasa, nello Zaire. La caratteristica della sua boxe era senza ombra di dubbio il movimento di gambe, che resta inimitabile per qualsiasi pugile di categoria "pesante". Di lui si disse: "Vola come una farfalla e punge come un'ape", per evidenziare la leggerezza dei suoi movimenti, aiutata da una tecnica sopraffina. Nel 1978 venne sconfitto perdendo il titolo con decisione non unanime ai punti contro Leon Spinks, il quale perse subito dopo il titolo WBC per essersi rifiutato di combattere contro Ken Norton. Ali vinse per decisione unanime ai punti la rivincita contro Spinks, riottenendo il titolo WBA, ma subito dopo annunciò il suo ritiro. Qualche anno dopo, nel 1984, i medici gli diagnosticarono il morbo di Parkinson e suscitò commozione in tutto il mondo la sua apparizione come ultimo tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta del 1996; in quell'occasione gli venne anche riconsegnata la medaglia d'oro vinta a Roma nel 1960, poiché si narra che abbia gettato l'originale nel fiume Hudson in segno di protesta verso gli USA e la perdurante discriminazione razziale che, al suo ritorno in patria dopo i fasti romani, portò un ristoratore a rifiutarsi di servirlo appunto perché nero. (immagine presa dal web)
Romolo Benedetti
Dopo la conquista del titolo mondiale, Cassius Clay annunciò al mondo intero la sua conversione all’Islam e di aver scelto il nome di Muhammad Ali. Da quel momento cominciarono i suoi guai. Venne chiamato alle armi nel 1966 dopo essere stato riformato quattro anni prima. Rifiutò categoricamente affermando di essere un "ministro della religione islamica", definendosi "obiettore di coscienza" rifiutandosi di partire per la guerra del Vietnam ("Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro", dichiarò alla stampa) e venne condannato a cinque anni di prigione da una giuria composta di soli bianchi. In quel periodo Alì decise per il ritiro dall’attività agonistica e si impegnò nelle lotte portate avanti da Martin Luther King e Malcom X. Decise di tornare di novo sul ring, perdendo la sfida denominata “l’incontro del secolo” contro Joe Frazier, ma il 30 ottobre 1974 riconquistò il titolo mondiale battendo per KO George Foreman a Kinshasa, nello Zaire. La caratteristica della sua boxe era senza ombra di dubbio il movimento di gambe, che resta inimitabile per qualsiasi pugile di categoria "pesante". Di lui si disse: "Vola come una farfalla e punge come un'ape", per evidenziare la leggerezza dei suoi movimenti, aiutata da una tecnica sopraffina. Nel 1978 venne sconfitto perdendo il titolo con decisione non unanime ai punti contro Leon Spinks, il quale perse subito dopo il titolo WBC per essersi rifiutato di combattere contro Ken Norton. Ali vinse per decisione unanime ai punti la rivincita contro Spinks, riottenendo il titolo WBA, ma subito dopo annunciò il suo ritiro. Qualche anno dopo, nel 1984, i medici gli diagnosticarono il morbo di Parkinson e suscitò commozione in tutto il mondo la sua apparizione come ultimo tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta del 1996; in quell'occasione gli venne anche riconsegnata la medaglia d'oro vinta a Roma nel 1960, poiché si narra che abbia gettato l'originale nel fiume Hudson in segno di protesta verso gli USA e la perdurante discriminazione razziale che, al suo ritorno in patria dopo i fasti romani, portò un ristoratore a rifiutarsi di servirlo appunto perché nero. (immagine presa dal web)Romolo Benedetti
martedì 29 luglio 2014
Serie A 1973-74 Lazio Campione d'Italia per la prima volta.
La Lazio vinse il suo primo scudetto nel 1974: solo due anni prima era in Serie B. Fu la vittoria dell'attaccante Giorgio Chinaglia, capocannoniere con 24 reti e dell'allenatore Maestrelli. Il campionato iniziò il 7 ottobre 1973, con la Sampdoria penalizzata di tre punti.Inizialmente fu il Napoli a passare in testa, raggiunto il 16 dicembre dall'accoppiata Juventus-Lazio. Partenza a singhiozzo per il Milan, che pagò i rapporti nervosi tra Nereo Rocco e la dirigenza, accusata dall'allenatore (che lasciò il club a febbraio) di non aver fatto una buona campagna-acquisti. L'ultimo turno prima di Natale fu favorevole alla Lazio, che espugnò Verona e balzò in testa. Il 27 gennaio i biancocelesti si laurearono campioni d'inverno con tre punti di vantaggio sul trio Napoli-Juventus-Fiorentina.Il girone di ritorno fu agevole per una Lazio ormai lanciata, che vacillò solo in poche occasioni: il 17 febbraio sconfisse la Juventus all'Olimpico. Superata la sconfitta del 17 marzo contro l'Inter, la Lazio poté dare il via alla volata finale; mantenendo tre punti di vantaggio sui bianconeri praticamente per tutto il girone di ritorno, vinse il suo primo scudetto con un turno d'anticipo il 12 maggio, battendo il Foggia grazie a un rigore trasformato da Chinaglia. (Wikipedia)
Romolo Benedetti
martedì 6 maggio 2014
Ma perchè sei della Roma??
1 SONO ROMANISTA PERCHE' IN SERIE B PER PRIMO CI SONO
ANDATO IO......
2 SONO ROMANISTA PERCHE' IO SUCCESSI EUROPEI: Z-E-R-O
3 SONO ROMANISTA PERCHE' ERAVAMO IN 120.000 A PERUGIA
3 SONO ROMANISTA PERCHE' ERAVAMO IN 120.000 A PERUGIA
4 SONO
ROMANISTA PERCHE' AMADEI, CONTI, GRAZIANI,
ROCCA, GIANNINI, VIOLA, SENSI, VENDITTI,
BANFI,
MARTUFELLO E FERILLI SONO ROMANI,
5 SONO
ROMANISTA PERCHE' SE VINCO UNO SCUDETTO
DISTRUGGO ROMA E LA RIDUCO COME UN
INCROCIO TRA
NAPOLI
E IL CIRCO TOGNI
6 SONO ROMANISTA PERCHE' HO UN CAPITANO CHE
PER
CAPIRLO SE DEVE SCRIVE LE FRASI SULLA
MAGLIETTA,
7 SONO ROMANISTA PERCHE' I
MIEI IDOLI SONO TOTTI,
AMENDOLA, MASTRANDREA, ER PIOTTA, FLAVIA
VENTO, ER
CIPOLLA E CRISTINA QUARANTA, TUTTA GENTE
IL CUI Q.I.
SOMMATO DA COME RISULTATO UN BRUSCOLINO,
8 SONO ROMANISTA PERCHE' CI METTIAMO LE MAGLIE DEGLI
AVVERSARI DELLA LAZIO,
9 SONO ROMANISTA PERCHE'
AMENDOLA ROSICA PURE AL
DERBY DEL CUORE,
10 SONO ROMANISTA PERCHE' I
ROLEX AGLI ARBITRI SONO UNA
FORMA DI PROTESTA NEI LORO CONFRONTI,
11 SONO ROMANISTA PERCHE'
C'HO IL BRUCO GIALLOROSSO IN
MACCHINA,
12 SONO ROMANISTA PERCHE'
M'HANNO ALZATO QUATTRO
COPPE IN FACCIA SOTTO LA SUD,
13 SONO ROMANISTA PERCHE' IL
PRIMO DERBY A ROMA E'
STATO LAZIO-VIRTUS,
14 SONO ROMANISTA PERCHE'
M'HANNO SCRITTO PER 90
MINUTI AS ROMA MERDA,
15 SONO ROMANISTA PERCHE' IL
GOL DE TURONE ERA
REGOLARE,
16 SONO ROMANISTA PERCHE' HO
PERSO 4 DERBY SU 4 IN UN
ANNO
17 SONO DELLA ROMA PERCHE’ C’HO IL FONDATORE ABRUZZESE
18 SO DAA ROMA PERCHE’ SO STATO L’UNICO A PERDE
2 FINALI
EUROPEE IN CASA (LIVERPOOL E INTER)
19 SO DAA ROMA PERCHE' DICEVO CHE CHIVU ERA 'N
19 SO DAA ROMA PERCHE' DICEVO CHE CHIVU ERA 'N
FENOMENO...POI E' ANDATO ALL'INTER ED E'
DIVENTATO NA
PIPPA!!!
20 INFINE SONO DELLA
ROMA PERCHE’ ER 26 MAGGIO 2013
M’HANNO SBATTUTO
N’ANTRA COPPA ‘N FACCIA SOTTO AA
domenica 23 marzo 2014
ricordo di mio padre
...All’epoca mio padre allo stadio
scaricava la sua tensione accumulata durante la settimana
gridando e incitando la sua squadra, si sbracciava in ogni
momento, un aneddoto a riguardo fu quando durante una
partita allo stadio Olimpico, mi pare fosse Lazio-Padova,
qualche fila più in basso di noi ci fu un prete (sì, un
prete!) che voltandosi verso mio padre gli disse: - Stai
zitto! - Non l’avesse mai detto!! A lui che odiava i preti!
Non aspettò neanche un minuto per la replica: - Innanzi tutto mi dia del Lei, perché non sono mai venuto a
mangiare in parrocchia, e poi io strillo quanto cazzo mi
pare, non prendo ordini da un prete!- Alcuni tifosi
intorno a noi cominciarono a ridere, altri
inneggiavano a mio padre: bravo!! Altri ancora schernivano
il sacerdote: - A prete, fatte un altro mezzo litro! - E mio
padre rincarava la dose: - Lavoro in fabbrica tutta la
settimana, l’unico mio sfogo è la partita alla domenica e
devo essere rimproverato da uno che non fa un cazzo
dalla mattina alla sera, ma de che! Laziooooooooo! - e
continuava a incitare la squadra...
qualche fila più in basso di noi ci fu un prete (sì, un
prete!) che voltandosi verso mio padre gli disse: - Stai
zitto! - Non l’avesse mai detto!! A lui che odiava i preti!
Non aspettò neanche un minuto per la replica: - Innanzi tutto mi dia del Lei, perché non sono mai venuto a
mangiare in parrocchia, e poi io strillo quanto cazzo mi
pare, non prendo ordini da un prete!- Alcuni tifosi
intorno a noi cominciarono a ridere, altri
inneggiavano a mio padre: bravo!! Altri ancora schernivano
il sacerdote: - A prete, fatte un altro mezzo litro! - E mio
padre rincarava la dose: - Lavoro in fabbrica tutta la
settimana, l’unico mio sfogo è la partita alla domenica e
devo essere rimproverato da uno che non fa un cazzo
dalla mattina alla sera, ma de che! Laziooooooooo! - e
continuava a incitare la squadra...
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