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giovedì 5 febbraio 2015

il "medico della mutua"....

Dal libro "Io, informatore medico scientifico" di Romolo Benedetti


 ……Il primo medico che (il capo)mi fece conoscere fu un suo carissimo amico, entrammo nella sala d’aspetto e aspettammo il nostro turno. Devo dire che negli studi medici noi informatori eravamo facilitati da una regola non scritta ma che veniva rispettata da quasi la totalità dei pazienti, volenti o nolenti per cui ogni due pazienti il medico faceva entrare un informatore medico. Arrivò il nostro turno ed il medico ci fece entrare, Lucio lo salutò molto amichevolmente poi mi presentò dicendo che ero il nuovo informatore medico scientifico di zona della Upjohn. Parlarono un pochino di cose personali poi Lucio mi diede via libera per colloquiare con il medico e mettere così in pratica quello che avevo appreso al corso di Zingonia. Cominciai così a tirar fuori il depliant del primo farmaco di cui dovevo parlare, l’Halcion, iniziai a sfogliarlo illustrando con voce un pochino impacciata i grafici con la punta della penna sotto lo sguardo serio di Lucio, scambiai qualche domanda e risposta con il medico passai poi al secondo farmaco, il Lincocin.
Non appena tirai fuori il depliant, il medico mi fermò dicendomi:“Senti, non vorrai mica rompermi i coglioni ancora con il Lincocin! Me li ha rotti per quindici anni il tuo capo e penso che basti, lo conosco, lo prescrivo ai miei pazienti ma ti prego, il depliant no!” Mi bloccai subito e volsi lo sguardo verso Lucio e vidi che rideva e mi fece cenno di riporre il depliant, salutammo il medico ed uscimmo. Saliti in macchina durante il tragitto verso un altro medico Lucio mi disse che dovevo abituarmi a quel tipo di medico perché ce ne sarebbero stati tanti altri che avrebbero risposto alla stessa maniera……                                                                                                           ……Entrammo così in un altro studio medico e Lucio mi disse che lì non vigeva la regola di entrare ogni due pazienti, ma si entrava in ordine di arrivo ( ogni medico ragiona a modo suo, apposta dico che sono strani). C’erano diverse persone ad attendere il proprio turno e pensai che avremmo passato tutta la mattinata, invece aspettammo pochissimo perché il medico era molto rapido a visitare i pazienti i quali facevano quasi prima ad uscire che ad entrare tanto questi era veloce. Giunto il nostro turno entrammo dal medico e come al solito salutammo. Dopo i soliti convenevoli ( Lucio conosceva anche questo medico) mi presentai come il nuovo informatore della Upjohn. Alla parola Upjohn il medico mi guardò in faccia e allungando una mano verso di me disse: “Me l’ha portata?” Io caddi dalle nuvole, che cosa gli dovevo portare se era la prima volta che lo vedevo e dissi dentro di me: “Questo è scemo o ha fumato robaccia.” Vista la mia faccia alquanto strana il medico si rivolse verso Lucio dicendogli: “Dottore, non l’ha ancora istruito questo ragazzo?” Lucio ridendo fece cenno di no con la testa. Poi rivolgendosi a me disse: “Senta, dottore, la sua azienda produce una crema eccezionale chiamata Veriderm e il suo capo periodicamente me ne portava diversi campioni. Lei deve sapere che con questa crema io mi faccio delle inculate pazzesche con le mie pazienti e queste sono contente perché non sentono dolore”. Inizialmente rimasi esterrefatto ma poi cominciai a ridere e dissi che se avessi avuto campioni dall’azienda glieli avrei portati. Il medico si rivolse poi verso Lucio che ancora rideva dicendogli: “Dottore, gli faccia mandare dalla sua azienda una buona scorta di campioni di Veriderm, che le mie pazienti non possono aspettare”. Veramente un tipo strano questo medico….

venerdì 16 gennaio 2015

1970. Vacanza in Valle d'Aosta


Dal libro " All'ombra dell'ultimo sole"  di Romolo Benedetti


....Una quindicina di tavoli in tutto, tre persone in cucina e due ragazzotti in sala che terminate le scuole si improvvisano camerieri per tutto il periodo estivo. Io ero uno dei due pseudo camerieri, Giancarlo il mio “collega”. Poco più che ragazzini, venti anni io diciotto lui, amici d’infanzia, da qualche anno si andava a fare la stagione per racimolare un po’ di denaro e affrontare l’inverno senza essere di peso al bilancio familiare. Giornate tutte uguali, dal mattino fino all’ora di chiusura, pulire per terra, bicchieri da lucidare, piatti da passare con l’aceto, preparare i tavoli, mettere le bevande in frigo, insomma il tutto per farsi trovare pronti allo scoccare dell’ora di pranzo quando c’era l’assalto alle cozze alla marinara e ai risotti alla pescatora. Si aspettava con ansia il tardo pomeriggio quando si aveva la possibilità di tuffarci in acqua anche noi insieme agli amici che venivano a farci compagnia ( compagnia un corno, noi lavoravamo e loro si divertivano! Nei pochi momenti di relax io e Giancarlo ( per gli amici “Speedy”, per la sua velocità ) ci si confondeva tra i tavolini del ristorante e si osservava la vita che si svolgeva sulla spiaggia, papà che piantavano gli ombrelloni, bambini che rompevano le palle già di prima mattina, gli ambulanti del pesce pseudo fresco e i “vu cumprà” sommersi da oggetti e monili di ogni tipo che si aggiravano tra sdraio e ombrelloni alla ricerca di qualche mamma che acquistasse la loro merce. Naturalmente la maggior parte della nostra attenzione veniva rivolta alle ragazze e belle signore che transitavano davanti alla nostra postazione, la quale si trovava proprio a ridosso del bagnasciuga. “A Giancà, guarda quaa bonazza bionda cor costume bianco, che voto je daresti?” “A Ro, quella se merita ‘n ber dieci. E quella laggiù con quelle du’ cose davanti nun te dice niente?” “ Purtroppo no Giancà, perché saprei come rispondeje”. Questo era il nostro passatempo, dare i voti alle donne che transitavano davanti a noi. Naturalmente non facevamo eccezioni, i nostri giudizi riguardavano anche quelle che non erano proprio delle grandi bellezze, anzi, si faceva a gara a chi vedeva quella più brutta. “Anvedi quella là, è tarmente brutta che se er padre la porta ar museo je danno tre mummie de resto!” “ E quella piccoletta laggiù, è tarmente bassa che si se mette seduta sur marciapiede je dondolano le gambe.” E giù risate a trentadue denti che spesso coinvolgevano bagnanti che prendevano il sole vicino alla nostra postazione e che non potevano fare a meno di ascoltare dal momento che i nostri commenti non erano proprio sottovoce. Così tra una risata e l’altra, tra un fritto di pesce e una sogliola alla mugnaia, tra clienti gentili e altri che si sarebbero meritati un bel gavettone di spaghetti alle vongole l’estate avanzava e il mese di agosto volgeva al termine. Una mattina mentre eravamo intenti nei soliti preparativi quotidiani mi rivolsi al mio amico Speedy: “Perché a settembre non andiamo a farci una vacanzina in campeggio?“ Lui mi fissò con una faccia come per dire “questo è scemo”, poi si riprese: “Perché no? Sarebbe l’ideale per riposarci dopo un’estate di lavoro”. E così con il parere favorevole dei nostri genitori cominciammo a mettere in cantiere la nostra vacanza. Il primo passo fu la scelta del luogo, e guardando ripetutamente la cartina geografica della nostra bella penisola la scelta cadde sul versante adriatico. C’era un’ampia scelta sulla località precisa dove andare, Rimini, Cattolica, Riccione, tutte cittadine balneari che all’epoca facevano sognare tutti i ragazzi del mondo, perché solo al pronunciarli questi nomi si traducevano automaticamente in straniere, svedesi, olandesi, avventure e …Cominciammo quindi a pensare all’equipaggiamento, si doveva comprare una tenda e qui ci venne in aiuto un nostro amico il quale ne aveva una a disposizione e l’avrebbe prestata volentieri. <Già immaginavamo di essere sdraiati al sole lontano da stoviglie, spaghetti, fritti e mazzancolle e di fare il filo alle straniere sognando chissà quali avventure quando l’Italia venne attraversata da una severa perturbazione atmosferica che provocò molti danni specialmente sulla costa adriatica mettendo a soqquadro diversi campeggi, tra i quali anche quello che avevamo scelto come destinazione per la nostra tanto agognata vacanza. Cominciarono allora a sorgere dei dubbi su una vacanza di questo tipo, e anche i nostri genitori ci ripetevano che forse sarebbe stato il caso che si fosse lasciato perdere il campeggio e di pensare magari ad un albergo o pensione che fosse purchè si dormisse tra quattro mura. Lasciammo quindi cadere a malincuore l’idea della vacanza all’aria aperta ma bisognava trovare un’alternativa, oramai volevamo partire a tutti i costi. Dove andare? Sempre sulla costa adriatica oppure scegliere un altro itinerario? Ed ecco allora riuscire fuori la nostra bella cartina geografica. Mentre la spulciavamo centimetro per centimetro selezionando località diverse tra loro in tutto e per tutto ( non avevamo le idee chiare su dove andare, l’importante però era andare ) ci venne in aiuto un nostro amico,Remo: “Perché non venite in vacanza dove vado io? Parto fra qualche giorno e una volta là posso cercare qualcosa di economico per voi.” Remo aveva uno zio in Valle d’Aosta, precisamente a Saint Vincent, e come ogni anno anche quella estate si recava in vacanza in quei luoghi. “Potremmo stare insieme e trascorrere una vacanza fantastica.” continuò il nostro amico . I miei occhi incrociarono quelli di Speedy e non ci fu bisogno di dire niente, avevano deciso loro per noi. Ritornò l’entusiasmo che si era affievolito dopo la perturbazione dell’adriatico e cominciammo a informarci con Remo circa quello che avremmo trovato in Valle d’Aosta. Aveva due cugini che già conoscevamo per essere venuti in vacanza a casa sua (io e Remo abitavamo nello stesso palazzo) e ci disse che avremmo potuto trascorrer la nostra vacanza insieme a loro e ai loro amici e che sicuramente sarebbe stata da favola. Da quel momento i nostri pensieri erano solo e soltanto alla Valle d’Aosta, non passava momento della nostra giornata che non pensassimo alla montagna, ci immaginavamo passeggiate tra i boschi, circondati da stambecchi ( in verità non ne vedemmo neanche uno), raccogliere stelle alpine ( se l’avessimo fatto ci avrebbero fatto un culo come un secchio) e perché no, fare anche una puntatina al Casinò.....

Romolo Benedetti

domenica 27 luglio 2014

Cena a casa di Mimmo

 Dal libro "Allombra dell'ultimo sole"   di  Romolo Benedetti.



....."Ragazzi, - dissero in coro Mimmo e Mariuccia – questa sera i nostri genitori sono fuori e ci lasciano casa libera, abbiamo il permesso di organizzare una cena insieme a tutti, voi che ne dite?" "E che se deve dì? Annamo a comprà la roba da preparà! - ribattè immediatamente e candidamente Speedy – che volemo magnà de speciale?" " Non preoccupatevi, pensiamo a tutto noi. - replicarono i cugini di Remo – ci vediamo stasera a casa nostra. Mi raccomando, puntuali." " Spaccheremo il minuto " rispose Tonino. Trascorremmo il resto della giornata passeggiando per le vie del paese, visitando anche gli angoli più nascosti fino ad arrivare nuovamente davanti al Casinò..... Tornammo in paese che era quasi l‟ora di cena, ci fermammo a comprare delle bottiglie di buon vino e ci dirigemmo allegramente verso casa di Mimmo e Mariuccia. C'erano già diverse persone in casa, tutte indaffarate a preparare il necessario per quella che sarebbe stata una simpatica cena tra amici." Possiamo fare qualcosa per aiutarvi?" Dissero Loris e Giancarlo entrando in cucina e rivolgendosi a Mariuccia, mentre gli altri andarono da Mimmo per chiedere la stessa cosa. La casa era diventata una catena di montaggio, chi preparava il tavolo, chi in cucina alle prese con i fornelli e chi davanti al lavello. Tra una parola e una risata, una barzelletta in salone e qualche imprecazione in cucina i preparativi per la cena procedevano a rilento. " Ma che sei scemo? Ce metti tutto quel peperoncino?" " Ma che dici! Ce n'ho messi solamente quattro, mica sono tanti!""M'hai detto niente!! Così ce brucia er culo pe' 'na settimana!! E poi, tutto quell'aglio!! Se respiramo davanti a una pianta de fiori la famo seccà!" Queste erano le frasi che sentivamo arrivare dalla cucina e che ci lasciavano alquanto perplessi." Ehi voi in cucina, possiamo stare tranquilli? Ce la faremo a mettere qualcosa di mangiabile sotto i denti prima che venga l'alba?" Disse preoccupato Mimmo rivolgendosi preoccupato agli occasionali quanto inesperti cuochi. "Tranquilli, tranquilli, tra poco tutti a tavola." Trascorse qualche minuto e prendemmo tutti posto davanti a dei fumanti spaghetti aglio, olio e peperoncino sapientemente portati in una enorme terrina da Mariuccia, e se non si fosse fatta avanti lei a preparare i piatti per ognuno di noi sicuramente quel simpatico recipiente di porcellana sarebbe stato preso d'assalto da tutti. I piatti si svuotarono in un batter d'occhio, qualcuno si congratulò con i cuochi, qualcun altro riempiendo il proprio bicchiere imprecava al peperoncino rimanendo a bocca aperta."Buonissimi, eccezionali, ma avevano un solo difetto!! " disse Giancarlo leccandosi i baffi. "Quale?" Gli chiese Mariuccia preoccupata." Erano pochi!!!" rispose Giancarlo accompagnando queste parole con una fragorosa risata. " Speedy, hai perfettamente ragione, erano proprio pochi, ce ne voleva un altro chilo!!" "Preparatevi ragazzi, che sta per arrivare il secondo, - gridò una voce dalla cucina, - fonduta alla valdostana." La fonduta è un piatto tipico della zona a base di formaggio fuso, in particolare fontina. Ci rimettemmo tutti diligentemente ai nostri posti e aspettammo che la solita Mariuccia facesse le porzioni per ciascuno degli affamati commensali. Scese il silenzio in tavola, ognuno aveva a che fare con il proprio piatto, alcuni avevano più familiarità con i bicchieri che non lasciavano mai pieni e mai vuoti. " Complimenti alla cuoca " commentò Gildo facendo la classica “scarpetta” al suo piatto facendolo tornare più pulito di quando aveva iniziato a mangiare tra lo stupore di tutti. " Grazie, - rispose Mariuccia sorridendo – ma il merito non è solo mio, è stato un lavoro d‟equipe, mi hanno aiutato Tonino e Loris. "I nostri due amici appena entrati in casa si erano diretti immediatamente in cucina, ma il  loro scopo non era quello di mettere in mostra la loro arte culinaria, piuttosto avevano il desiderio di stare vicino a Mariuccia, per la quale avevano preso una bella “cotta”. Anche Tonino e Loris ringraziarono per gli elogi che furono loro rivolti, lo fecero con gli occhi abbassati ed arrossendo non poco, ma soprattutto mangiando una quantità minima di fonduta, contrariamente a quanto fatto con gli spaghetti con aglio, olio e peperoncino. Si andò avanti per buona parte della serata, mangiando bene e soprattutto bevendo meglio, raccontando barzellette e divertendoci come matti, solo Tonino e Loris avevano perso un pò del loro smalto, si erano seduti in un angolo del divano e si univano raramente alle nostre risate. " Sono andati in bianco con Mariuccia! " Pensavamo. Passata la mezzanotte cominciammo a salutare Mimmo e la sorella, e dopo averli ringraziati per la cortese ospitalità ci ritrovammo in strada immersi nel silenzio e  avvolti da un freschetto niente male. Non si sentiva volare una mosca, da qualche isolata finestra filtrava una debole luce che spezzava il buio della notte intorno a noi, c'era un silenzio che incuteva quasi timore, Morfeo aveva contagiato tutta la popolazione di Saint Vincent in sonno profondo. Poi arrivammo noi. " Fatece largo che passamo noi….. – cominciò a gridare a squarciagola Giancarlo, - „sti giovanotti de „sta Roma bella…. " ci unimmo tutti in coro, interrompendo la canzone solo per scoppiare in fragorose risate. I fumi dell‟alcol cominciavano a manifestare tutti i loro frutti. " Giancà, me sa che sei un po‟ „mbriaco. " disse Remo rivolgendosi proprio a Speedy e ricevendo da questi uno sguardo che voleva essere severo ma che in realtà fu abbastanza comico, occhi semichiusi e sopracciglia alzate. " Io nun so „mbriaco, - rispose Giancarlo – e te lo dimostro. Ti faccio vedere come cammino sulla striscia bianca della strada senza  uscire fuori dalla stessa. " E barcollando si apprestò al centro della strada per dare inizio alla sua prova, e messo il piede sulla striscia stradale cominciò la sua esibizione, altalenando i piedi ora a destra ora a sinistra della riga bianca senza mai toccarla, confermando così che aveva fatto un buon rifornimento di vino durante la cena. " A Speedy, ma vaffanculo! C'hai più vino te in corpo che le cantine del Chianti - Esclamai con una fragorosa risata seguito da tutti gli altri – hai fallito la prova, sei proprio „mbriaco!" A dire la verità avevamo fatto tutti una buona scorta di vino, accompagnato da qualche cicchetto di grappa e di Genepy, quindi eravamo tutti più o meno nelle stesse condizioni di Giancarlo. Qualcun altro cercò di superare Speedy nel camminare sulla riga bianca, ma i risultati furono pressoché sovrapponibili, i piedi di tutti non ne vollero sapere di sfiorare la benché minima parte della striscia stradale. Ci fu una persona che cercò di superare tutti  facendo una scommessa, il sottoscritto. " Ragazzi, adesso vi faccio vedere come passerò sotto la striscia bianca. " Dissi, e mi diressi ondeggiando verso il centro della strada sotto lo sguardo attonito dei miei amici, alcuni si guardarono l‟un l‟altro come per dire " questo è scemo ". Calò il silenzio, si allinearono tutti davanti a me mentre prendevo posizione di fronte alla riga bianca, mi inginocchiai lentamente e poggiai la testa sull'asfalto tra le risate incessanti di tutti. " Romolo, ce devi passà sotto con tutto il corpo se no la scommessa non vale, ah! ah! ah! " " Aspetta un attimo, ti alziamo un pochino la striscia altrimenti non ci passi. " Qualche attimo più tardi il rapido avvicinarsi di un'auto mi fece desistere dall'impossibile prova e mi salvò da una figuraccia, e riprendemmo la via dell'albergo intonando, si fa per dire, la solita canzoncina: " A noi  ce  piace … de  magnà  e  beve… e nun ce piace de lavoraaaa… ". (immagini prese dal web) 
   Romolo Benedetti

sabato 14 giugno 2014

Polenta

Dal libro "All'ombra dell'ultimo sole" di Romolo Benedetti
Un ricordo simpatico di quei favolosi anni 70. Questo spaccato di gioventù ha visto protagonisti me ed il mio amico Mimmo in quel di Saint Vincent.

.... Appuntamento al solito bar, equipaggiati in maniera molto ma molto superficiale per una giornata come quella che andavamo ad affrontare, scarpe da ginnastica, jeans, magliette leggere e quant‟altro, praticamente l‟esatto contrario del necessario per trascorrere una giornata in montagna a quasi duemila metri di altezza. I nostri amici si presentarono con un enorme paiolo di rame per preparare la polenta una volta arrivati in cima, mentre noi avemmo il compito di acquistar bibite e panini vari. Cominciò così a passo spedito la scalata al monte Zerbion, con grande ottimismo, tanta energia, risate e quant‟altro potesse tenere alto il morale di tutti noi, ma man mano che si saliva questi parametri calavano di intensità lasciando spazio ad un sempre più crescente pessimismo, il gruppo cominciava ad allungarsi fino a diventare una lunga fila indiana, con in testa i nostri amici locali, ragazze comprese, e a chiudere i due poveri sfigati di turno che avevano il compito di portare il pesante paiolo. Il percorso era abbastanza ripido, sentieri dissestati dalle radici degli alberi che rendevano difficoltosa la nostra scarpinata, rocce sporgenti che ci costringevano a movimenti inusuali del corpo, ogni tanto un piccolo spiazzo che permetteva a tutto il gruppo di rilassarsi e avere un po‟ di tregua. Si arrivò nel posto stabilito con la lingua di fuori, quasi tutti ci sdraiammo in terra con mani e piedi divaricati cercando un po‟ di riposo ristoratore, mentre alcuni cominciarono a darsi da fare per cercare della legna, cosa peraltro non difficile visto il luogo dove eravamo, e preparare così il fuoco per la polenta. Si ricostituì di nuovo una simpatica catena di montaggio già collaudata la sera della grigliata di pesce e a casa di Mimmo, chi in cerca di legna, alcuni a confezionare panini, altri avevano il loro da fare nel preparare patate da fare alla brace e alcuni infine cominciarono ad “infrattarsi” tra la boscaglia in cerca di un pochino di dolce intimità. << Ecco il carburante, - dissero Gildo e Mimmo sbucando da un piccolo sentiero nascosto tra gli alberi, portando a fatica diversi ciocchi di legna e rami secchi – dovrebbe essere sufficiente per accendere il fuoco per la polenta.>> << Guardate io che cosa ho rimediato! >> gridò canticchiando Paola “caciotta” avvicinandosi al gruppo che stava sistemando il paiolo su dei massi pronto per essere messo in funzione. Tutti si girarono verso di lei che teneva bene in vista un bel pollo già spennato e una busta con delle uova fresche. << Ho chiesto al contadino che abita in quella casa laggiù se ci poteva vendere qualcosa da mangiare ed ecco qui, pollo e uova, penso che non manchi nulla per un magnifico picnic. >> << E vai!!! Magnifica idea! Paola, sei un angelo! >> gridammo tutti in coro. I preparativi procedevano tra canti, barzellette, risate e imprecazioni varie per scottature o graffi improvvisi. Ma più trascorreva il tempo, più il gruppo si assottigliava, Mimmo e Gildo si davano da fare nel girare la polenta, condita con qualche foglia e molti moscerini caduti dagli alberi sovrastanti, Renato e Speedy erano intenti a racimolare ancora un po‟ di legna, io ero impegnato a girare il pollo allo spiedo, e a parte qualcuno sdraiato sull‟erba a contemplare chissà cosa, degli altri nessuna traccia. Si erano tutti imboscati, o meglio … infrattati* . Loris e Mariuccia erano spariti quasi subito,Tonino e Silvia li seguirono a ruota, mancava anche Paola “caciotta”, che dopo aver consegnato pollo e uova ai cuochi di turno aveva preso la via del bosco insieme a Remo.<< A fiji de na mignotta!!! Volete uscì dai cespugli e dacce „na mano a cucinà? >> urlò improvvisamente Gildo rivolto verso la boscaglia. Macché,non vi fu nessuna risposta. << Forse è meglio andarli a stanare, - disse Giancarlo mettendo da parte i panini e pulendosi le mani impregnate di grasso di prosciuttosui suoi jeans, - dai, Laura, andiamo a cercarli. >> E scomparvero tra gli alberi. << Ecco, un‟altra coppia che s‟infratta con la scusa di cercare gli altri!! Gildo, era meglio che stavi zitto.>> lo rimproverò Mimmo, il quale dalla rabbia cominciò a girare con più energia il mestolo della polenta. Pian piano il gruppo si ricompattò, da ogni angolo del nostro accampamento cominciarono a sbucare le varie coppie, Loris e Mariuccia spettinati come non mai, Tonino con la faccia stravolta e Silvia con il solito sempiterno sorriso sulle labbra, mentre Speedy con la faccia di chi vuole sempre prendere tutti per i fondelli esclamò: <> Si prese un corale vaffanculo dal resto della comitiva. Passarono alcuni minuti quando Mimmo annunciò ad alta voce che la polenta era pronta.<< Sono pronte anche le uova e il pollo, - gridai – mentre per le patate c‟è ancora da aspettare.>> Si formarono due file ordinate, una davanti al paiolo, l‟altra intorno allo spiedo, tutti abbastanza affamati con tanto di piatti e posate di plastica in bella evidenza. << Piano, piano, uno alla volta, ce n‟è abbastanza, Mimmo, Gildo, Giancarlo e Romolo alle prese con il pollo - si sforzava di dire Mimmo – beati gli ultimi …>> e una voce aggiunse subito : << … Se i primi non fanno i fiji de „na mignotta!! >> e si scoppiò tutti a ridere. Terminata la distribuzione sotto lo sguardo vigile di Mimmo, ci distribuimmo lungo tutto il verde spiazzo cheavevamo scelto come base per il nostro picnic. Eravamo alquanto affamati, vista la fatica affrontata per arrivare fin lassù e per preparare da mangiare, ogni tanto qualcuno lanciava un colpo di tosse come se stesse per strozzarsi, segno che insieme alla polenta aveva ingoiato sicuramente una foglia o qualche insetto finiti nel paiolo durante la preparazione. << Porca puttana! Ma che c‟avete messo nella polenta?>> esclamava incazzato lo sfigato di turno.<< Sta zitto e magna, - fu la risposta – quello che non strozza ingrassa! Si vede che non hai fatto il militare. >> << Perché, tu l‟hai fatto? >><< No, neanche io, ma almeno mangio e non rompo i cojoni come stai facendo tu. >>....

mercoledì 11 giugno 2014

Dal libro "Io, informatore medico scientifico." di Romolo Benedetti

......Anche le donne non erano meno strane degli uomini. Un giorno mi trovavo con un collega in un ambulatorio di Ostia per parlare con una dottoressa, eravamo soli nella sala d’aspetto, lei era occupata e dovevamo aspettare che si liberasse. Ad un tratto entrò una bella donna un po’ in carne con indosso una minigonna tanto mini che non si vedeva, si poteva chiamare tranquillamente mininiente tanto era piccola e si sedette proprio sul divano davanti a noi, sicuramente veniva dalla spiaggia perché aveva ancora la sabbia alle caviglie. Pian piano come se niente fosse cominciò ad allargare le gambe guardando indifferente da tutte le parti della stanza tranne naturalmente verso la nostra direzione. Io e il mio collega cominciammo a sudare freddo, i suoi occhi sembravano dirmi:<< E adesso?>>, mentre i miei gli rispondevano:<< Adesso che? O questa è pazza o stiamo su Candid Camera>>. Mi guardai intorno e non vidi niente di strano, mentre le gambe si allargavano sempre di più, mi ricordo che aveva le mutandine bianche di pizzo e si riusciva a vedere San Pietro, il Colosseo e Piazza di Spagna!! Eravamo in fortissimo imbarazzo e anche di più, fortunatamente si aprì la stanza della dottoressa che ci fece entrare togliendoci da quella antipatica ( ma anche un po’ simpatica!!) situazione. Quando uscimmo dalla stanza del medico quella strana signora non c’era più, ci avviammo verso la macchina ma non la vedemmo neanche in strada, dissi allora al mio collega:<< Se n’è andata, ci avrà scambiato per due froci!>>....... (immagine presa dal web)

martedì 3 giugno 2014

Convention "di lavoro"

Dal libro " Io, informatore medico scientifico " di Romolo Benedetti L’anno successivo fu la volta di un farmaco antidepressivo ad essere commercializzato, l’Edronax per il trattamento acuto della depressione e depressione maggiore. La convention venne di nuovo svolta all’estero, precisamente ad Atene in Grecia ed alloggiammo al “Divani Hotel”. Anche questa tutto sommato fu un viaggio di piacere perché avemmo la possibilità di fare i “turisti”, visitammo il Partenone e l’Acropoli, lo stadio dove si svolsero le prime Olimpiadi e andammo anche a fare shopping nel quartiere più antico e caratteristico della città, la Plaka, luogo caro ai turisti. Qui quasi tutte le strade sono pedonali ed è tutto un pullulare di negozi, ristoranti, antichi ed eleganti edifici. Le sere erano sempre impegnate dalle cene sociali, una vera rottura di palle, con la scusa dei piatti tipici si stava sempre con le mandibole in movimento. Una sera a fine cena dopo aver spostato i tavoli dal centro del salone si presentarono delle bellissime ballerine che ballarono il sirtaki in maniera splendida. L’unica serata libera ce la spassammo in un locale per soli uomini situato a pochi metri dall’hotel. Eravamo sei o sette colleghi e appena entrammo ci indirizzarono ad un tavolo proprio vicino alla pedana dove si esibivano le spogliarelliste. C’era ancora poca gente, non era tanto tardi e la pedana era vuota. Aprimmo la carta delle bevande e la mettemmo al centro del tavolo e cominciammo a leggerla. Le idee furono subito chiare, nella parte destra della carta c’era la lista dei vini, champagne e superalcolici con prezzi proibitivi mentre nella pagina di sinistra le bibite e i coctails: << Ragazzi – disse Corrado – naturalmente quando verranno al nostro tavolo le ragazze, e già vedo che si stanno preparando, si offrirà loro la pagina di sinistra, chiaro? Poi un’altra cosa, tergiversiamo un pochino prima di offrire qualcosa, altrimenti ci spennano a poco a poco>>. Tutti d’accordo. Alcuni minuti dopo eravamo circondati da quattro o cinque ragazze che si sedettero a fianco a noi e con risolini di circostanza stampati in serie ci invitavano a dialogare con loro. Erano tutte dell’est, veramente belle. Prese la parola il più “furbo”, Andrea detto “moviola” e disse a tutti noi: <>. Non fece in tempo a finire che Corrado con la sua calma gli rispose: << E tu che ne diresti di farti i cazzi tuoi visto che non hai capito un cazzo di quello che abbiamo detto poc’anzi?>>. A quella risposta chi cominciò a ridere e chi guardò Andrea con occhi fulminanti come per dirgli: allora sei scemo! Andrea veniva soprannominato amichevolmente “moviola” per il suo modo di fare calmo, tranquillo, lento. Alcuni di noi lo chiamavano anche “er supposta” per la somiglianza della sua testa calva e un poco appuntita al suddetto farmaco. Cominciarono ad arrivare le ragazze sulla pedana, una alla volta, vestite solo di “filo interdentale” e iniziarono le loro performance, ballando, sdraiandosi in terra, arrotolandosi come serpenti attorno ad una pertica al centro della pedana, ammiccando ai presenti che le guardavano (alcuni) con occhi libidinosi e la bava alla bocca. Moviola si era posizionato al bordo della pedana, non batteva neanche le ciglia per non perdersi nemmeno una scena, ed era talmente vicino che se le avesse battute avrebbe fatto il solletico sui glutei delle ragazze. Ogni ragazza si esibiva per circa dieci minuti terminati i quali ne subentrava un’altra e così via. Venne il turno di una ragazza che era al tavolo con noi e si diresse dopo qualche minuto ( il tempo di spogliarsi completamente anche del filo interdentale ) ad un angolo della pedana dove era posizionato un box doccia. Cominciò ad insaponarsi con movimenti ambigui e a quella scena il nostro collega Moviola (sempre lui!) si spostò con la sedia mettendosi proprio davanti al box suscitando commenti ironici da parte di alcuni di noi: << A moviò, mettete er costume e entra nella doccia pure te, che la vedi mejo!>> esclamò un non meglio identificato collega. Mentre eravamo tutti assorti ad osservare queste ragazze si alzò Sergio e rivolto al gruppo disse: << Ragazzi, vi saluto, sono stanco e annoiato ritorno in albergo, ci vediamo domani mattina>>. <>. Fu la risposta. << Preferisco andare a dormire, tanto queste sono tutte uguali>>. A quelle parole sbottò Ivano gridandogli: << Ma che sei scemo? Pensavi di vederne qualcuna che ce l’avesse orizzontale? Ma vaffanculo a dormì!>>. Sergio, un po’ risentito per la risposta di Ivano prese la via dell’uscita e si eclissò oltre la porta. L’indomani mattina, all’aeroporto per tornare in Italia era ancora indispettito per come era stato trattato la sera precedente.

lunedì 28 aprile 2014

Le mie Vite

                              Primo libro scritto da me, non per un motivo specifico, solamente e semplicemente per far trascorrere le molte ore malinconiche trascorse in ospedale. E’ un racconto autobiografico. Dall'infanzia trascorsa nei mitici anni 50 nel meraviglioso paesello di Ostia Antica alle porte di Roma, passando attraverso tutta la trafila scolastica e le vacanze estive nel paese dei nonni. Dalla laurea in Chimica al periodo lavorativo come informatore medico scientifico per finire al raccapricciante trapianto di fegato che ha scombussolato la vita di parenti ed amici per diversi mesi. Ma che ha scompigliato soprattutto la mia, facendomi vivere quei terribili mesi tra incubi e allucinazioni. Romolo Benedetti. (www.ilmiolibro.it )

domenica 27 aprile 2014

Io, Informatore medico scientifico.

Dal libro "Io, informatore medico scientifico"
 di Romolo Benedetti
 Io, informatore medico scientifico racconta pregi, difetti, aneddoti simpatici e meno del mestiere più bello e nel contempo più bistrattato del mondo, rapporti tra medici e aziende farmaceutiche che non badano a spese pur di far lievitare i propri interessi economici in un mondo deviato: pazienti visti come cavie e medici di base spregiudicati che prescrivono farmaci inutili. Ho svolto questo lavoro per venticinque anni, ottenendo delle soddisfazioni ma anche cocenti delusioni, lavorando sia per un’azienda americana seria e professionale prima, passando per un’altra italo-svedese che io definivo “ministeriale” per la voglia dei dipendenti di “far niente”, per poi finire in un’altra multinazionale americana che …..beh … lasciamo perdere … e stendiamo un velo pietoso!
( www.ilmiolibro.it)

venerdì 18 aprile 2014

Dal libro " All'ombra dell'ultimo sole" di Romolo Benedetti

…..Eravamo tutti assorti negli ultimi preparativi, chi si pettinava, chi si profumava, chi si lucidava le scarpe, quando sentimmo un’imprecazione venire dalla stanza accanto, quella appunto occupata da Tonino e Loris: << Porca puttanaaaa! >> Era Tonino. Accorremmo subito per vedere cosa gli fosse successo e lo trovammo ai bordi del letto con lo sguardo fisso alla lampada sul soffitto e i pugni chiusi continuando ad inveire contro chissà chi. << Cosa è successo? >> chiesi rivolgendomi a lui con una faccia molto preoccupata. << C’è che mi sono dimenticato di mettere in valigia una cravatta! >> rispose imbestialito. << Ma vaffanculo!! Credevamo chissà cosa ti fosse accaduto! Stai a fa’ tutto sto casino pe’ ‘na cravatta. >>

 La cravatta era un indumento assai importante quella sera, visto che era obbligatorio indossarla per entrare al Casino, specialmente nella sala dei giochi francesi. << E adesso dove la trovi una cravatta? I negozi sono chiusi ormai e i nostri amici son già andati via, dovrai fare a meno di venire. >> Esclamò Gildo ridendo sotto i baffi. << Resterai con me a guardare la televisione, può darsi che facciano un bel film, magari comico, cosi ci sbellicheremo dalle risate. >> Continuò Loris mettendoci il carico da undici facendo ridere sommessamente tutti. << Non sia mai! – gridò deciso Tonino – non è detta l’ultima. Aspettatemi, sarò pronto in un attimo. >> e si rinchiuse in bagno. Ci guardammo in faccia l’un l’altro abbastanza stupiti. << Cosa si inventerà? >> chiese Gildo sorpreso. << Se fossi in voi non mi preoccuperei più di tanto, Tonino è l’uomo dalle mille sorprese. >> rispose Loris mentre iniziammo a scendere i due piani che ci dividevano dalla strada dove avremmo aspettato il nostro amico. Era già buio, l’ora della cena era abbondantemente passata, nonostante la temperatura estiva ai nostri occhi appariva uno scenario quasi natalizio, una via Chanoux completamente deserta, i piccoli lampioni che la illuminavano fievolmente, un cane che vagabondava solitario al centro della strada, era una serata straordinariamente incantevole.

 Erano trascorsi alcuni minuti quando sentimmo una voce provenire dalle nostre spalle. << Eccomi qua! Tutto risolto, possiamo andare. >> Ci voltammo e con grande sorpresa si presentò Tonino che sorridente dava sfoggio della sua nuova cravatta blu. << E questa cravatta a chi l’hai solata? >> Chiese Gildo abbastanza meravigliato avvicinandosi al nostro amico il quale cominciò a ridere a crepapelle. << Ragazzi, ho messo in moto il mio ingegno, non avendo una cravatta ho dovuto inventarmene una, ed ecco qui… - la tirò fuori dalla giacca e con sommo stupore di tutti i presenti – … un bel calzino lungo che questa sera sarà nei piani alti invece del solito piano terra. >> Cominciammo a ridere talmente forte che ci dovemmo appoggiare alla parete dell’albergo per non cadere a terra. Era proprio un calzino, lo rimise al suo posto sotto la giacca e dava l’impressione di essere una vera e propria cravatta. << Grande Tonino! Solo tu potevi pensare una cosa del genere. >> E giù ancora risate. << Ma almeno è pulito? – se ne uscì Speedy – altrimenti ti diranno che sei un tipo con la puzza sotto il naso. >> E tra una risata e l’altra ci avviammo a piedi verso il Casino…..

sabato 29 marzo 2014

Dal libro "Le mie vite" di Romolo Benedetti

... Ho ancora bene impressa nella mente un’allucinazione che ho avuto, forse la prima, sicuramente scatenata da qualcosa che ho udito da qualcuno che mi era intorno. In pratica ricordo che subito dopo la fine dell’intervento avevo intorno a me i chirurghi che mi visitavano e dicevano tra loro che non ce l’avrei fatta se non si fosse effettuato un secondo trapianto di fegato. Sfortunatamente poco dopo venni a mancare, e ricordo di aver visto sui muri di Ostia persino le locandine listate a lutto dove c’era scritto: E’ morto Romolo. Da questa allucinazione al successivo incubo il passo fu breve, fu quando “vidi” le porte dell’al di là. Diverse volte ho sentito di gente che durante il coma ha visto una luce abbagliante venirle incontro e di essere invasa da una felicità e serenità incredibili, io al contrario mi sono ritrovato di fronte un lungo tunnel semibuio con una flebile luce all’inizio di una curva a destra che non permetteva di vedere oltre e mi cagavo sotto dalla paura. Percorsi titubante e impaurito tutta la lunghezza del tunnel fino a trovarmi di fronte ad una porta aperta e superblindata, al di là della quale c’erano delle scale che scendevano e in fondo alle scale moltissime ombre vestite di bianco che tendevano la mano verso la porta come per chiedere aiuto a chi era in alto. A guardia della porta vi era una persona vestita di scuro ( Caronte? ) che quando mi vide mi invitò ad oltrepassarla e non appena l’avessi fatto avrebbe chiuso quell’unica via di comunicazione con il mondo dei vivi. Alle mie domande mi rispose che quella porta comunicava con l’al di là e si apriva solo ed esclusivamente per far entrare le anime delle persone morte per poi richiudersi immediatamente e per sempre. Quindi io ero morto! Mi piacerebbe sapere in quale frangente del periodo trascorso in rianimazione io abbia fatto questo sogno, se quando il fegato trapiantato non ne voleva sapere di funzionare o se al momento della crisi respiratoria oppure in qualche altra occasione critica diquel brutto periodo, sarà un mistero per sempre. Tornando al sogno, o meglio all’incubo, quando seppi da “Caronte” della mia morte mi lasciai andare ad un pianto convulso dal momento che non avrei più rivisto i miei cari e sarei rimasto in quel luogo per l’eternità. Tergiversavo quando il losco figuro mi induceva ad entrare, cercavo qualche scusa per evitare o ritardare il gran passo. Niente da fare, dovevo obbligatoriamente farlo. Arrivatonei pressi della porta mi fermai, davanti a me vedevo quelle anime vestite di bianco con le mani tese, mi voltavo indietro e mi trovavo l’uomo che spazientito mi faceva cenno di varcare la soglia, non avevo il coraggio di andare oltre. Ad un certo punto l’uomo mi si avvicinò e disse chenon poteva più aspettare e che dovevo assolutamente entrare, così mi voltai indietro per l’ultima volta e con un passo mi ritrovai nell’al di là. Come fui dall’altra parte cominciai a sentire un rumore di ferraglia e vidi la porta che iniziava a chiudersi, io la osservavo con due lacrimoni che mi scendevano sulle guance ma arrivata a metà si bloccò, e quando realizzai ciò che stava succedendo con un gran salto mi ritrovai di nuovo dalla parte opposta, nel cosiddetto mondo dei vivi. Fissai immediatamente il losco individuo che con un’espressione che non saprei definire se sconsolata o compiaciuta mi disse che ero libero di andarmene perché il blocco di quella porta capitava ogni diverse centinaia di anni e l’anima che ne beneficiava poteva tranquillamente tornare indietro. Ero resuscitato!!! Ripercorsi a ritroso e di corsa il lungo e lugubre tunnel alla ricerca dell’aria aperta e magari di qualche spia russa o tedesca che sicuramente facevano meno paura. Sarei un bugiardo se dicessi che questo sogno allucinante mi abbia lasciato indifferente, spesso penso e ripenso alle varie sue fasi e non posso fare a meno di pormi delle domande e magari cercare di darmi delle risposte. Perché le altre persone in coma hannovisto una luce abbagliante mentre io mi sono ritrovato in un lugubre tunnel? Forse perché gli altri si erano trovati paradiso mentre io avevo a che fare con l’inferno? In tal caso si spiegherebbe l’atto del tendere le mani verso la porta delle anime vestite di bianco in fondo alla scala come per chiedere aiuto ed uscire da quel luogo. E poi, per quale motivo la porta si era bloccata proprio nel momento del mio passaggio? Forse perché “Qualcuno” aveva stabilito che io non dovessi essere ammesso in un luogo del genere, in fondo che cosa avevo fatto di male nella vita terrena per essere trattato così? Forse stavo esagerando nel fare queste domande a me stesso, forse erano tutte seghe mentali ma purtroppo mi si ripresentavano alla mente periodicamente tanto da far decidere a mia moglie di chiedere per me un ciclo di sedute presso uno psicologo....